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Cui prodest? Il martirio di Saif al-Islam, l'erede incomodo

07-02-2026 17:06

Filippo Bovo

Cui prodest? Il martirio di Saif al-Islam, l'erede incomodo

Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio scorsi è successo qualcosa il cui eco è andato ben oltre il solo altipiano del Gebel Nafusa. Saif al-Islam Ghedda

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Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio scorsi è successo qualcosa il cui eco è andato ben oltre il solo altipiano del Gebel Nafusa. Saif al-Islam Gheddafi, delfino del Qa'id Muammar, per quindici anni l'ombra più ingombrante e persistente della caotica Libia sorta dopo l'abbattimento della Jamahiriya, è stato ucciso da un commando di quattro uomini incappucciati e non ancora identificati, nella sua residenza di al-Zintan. Non è morto in guerra, con le armi in pugno come il padre e il fratello a Sirte, ma in un agguato chirurgico e premeditato: prima d'entrare nel giardino dell'abitazione in cui Saif viveva sotto la sorveglianza delle milizie locali, i sicari hanno infatti provveduto a disattivare le telecamere. Tuttavia, non è solo per questo motivo se i suoi sostenitori parlano di un “omicidio premeditato”, “codardo e traditore”: con la sua morte viene infatti meno l'ultimo significativo simbolo di un fronte politico che, oltre ad opporsi allo status quo instauratosi nel 2011, ostacolava pure un nuovo ordine spartitorio tra est ed ovest del paese (Al Jazeera). Cui prodest?, anche in questo caso, è la prima domanda da porsi per capire chi davvero avesse interesse alla sua scomparsa (Asharq Al-Awsat).

 

Nato nel 1972, Saif al-Islam non era stato solo il secondogenito del Qa'id, ma anche il volto dialogante del sistema politico da questi creato. Laureato alla London School of Economics, aveva negoziato il ritorno della Libia nella comunità internazionale, con la promessa d'importanti riforme politiche ed economiche. La rivoluzione colorata del febbraio 2011, pianificata contro il suo paese nel quadro delle Primavere Arabe, lo vide però sostituire i panni del riformatore con quelli del combattente. Era un patriota, e scelse di combattere fino alla fine. Quando, nell'ottobre successivo, il padre Muammar e il fratello Mutassim vennero massacrati a Sirte, ne raccolse l'eredità politica divenendo la nuova guida del fronte gheddafiano, fino alla sua cattura un mese dopo mentre si stava spostando verso il Niger. Da quel momento iniziò il suo paradosso: condannato a morte da un tribunale di Tripoli nel 2015, rimase invece "ospite" e prigioniero delle milizie di Zintan, che si rifiutarono sempre di consegnarlo, trasformandolo in una pedina politica d'inestimabile valore. Dopo il rilascio ufficiale nel 2017, grazie ad un'amnistia del governo di Tobruk, Saif visse come un fantasma, un “sepolto vivo”. La sua riapparizione nel 2021, con la candidatura ufficiale alle elezioni presidenziali, terrorizzò l'intera classe politica libica, al punto che il voto venne annullato. I sondaggi, seppur ufficiosi, lo davano infatti per nettamente favorito: il popolo, stanco del decennio di caos, milizie e povertà, guardava con nostalgia a quel cognome che garantiva invece dignità e stabilità. Proprio questa popolarità è stata la sua condanna a morte.

 

L'accelerazione verso l'epilogo è avvenuta soltanto pochi giorni prima dell'omicidio. A Parigi, sotto l'egida dell'Eliseo e con la benedizione degli Stati Uniti (rappresentati dall'inviato Massad Boulos), s'è tenuto infatti un vertice cruciale, tra Saddam Haftar (figlio di Khalifa Haftar, uomo forte di Bengasi) e Ibrahim Dbeibah (nipote e consigliere di Abdul Hamid Dbeibah, premier di Tripoli). Obiettivo ufficiale, la riunificazione delle istituzioni e della gestione petrolifera. Quello ufficioso, per le fonti più vicine ai Gheddafa che lo denunciano come il vero scopo, l'eliminazione del “terzo incomodo” Saif. Con quest'ultimo fuori dai giochi, le elezioni, se mai si terranno, diventeranno una questione privata tra le famiglie Dbeibah e Haftar (The Arab Weekly). Come già accennato, l'attacco a Zintan è stato condotto da un commando di quattro uomini incappucciati, professionisti in grado di disattivare i sistemi di sorveglianza. Sebbene la 444ª Brigata di Tripoli e le milizie vicine a Saddam Haftar abbiano negato ogni coinvolgimento, le accuse puntano verso un'operazione coordinata tra intelligence straniere (si parla di agenti occidentali) e manovalanza locale (The New Arab). Non a caso Manuel Ceccaldi e Khaled al-Zaidi, legali storici di Saif, hanno rivelato che il capo della tribù dei Gheddafa, avvertendo il pericolo, aveva offerto a Saif una scorta armata dei suoi uomini, certamente più affidabili delle inquiete milizie locali, proprio dopo il vertice di Parigi. Saif aveva rifiutato, forse consapevole che la sua ora era segnata e desideroso di non provocare ulteriori massacri tra i suoi fedeli.

 

Anche da morto, Saif ha continuato a fare paura. Il desiderio della famiglia e dello stesso defunto era una sepoltura a Sirte, città natale del padre e roccaforte dei fedelissimi. Tuttavia, il Governo di Unità Nazionale di Tripoli e le autorità di sicurezza della zona hanno posto condizioni "inumane e proibitive", impedendo di fatto la cerimonia nella città costiera per timore che si trasformasse in una rivolta popolare. La scelta forzata è caduta così su Bani Walid, l'altra "città martire" della Jamahiriya, cuore della tribù Warfalla. Qui, il 6 febbraio 2026, migliaia di persone hanno sfidato i posti di blocco e il coprifuoco informativo per dare l'ultimo saluto a Saif, sepolto accanto al fratello Khamis, ucciso nel 2011 (Africanews). Nel mentre, un suo audio apparso nei social pochi giorni prima della morte, continua a suscitare profonda impressione nel pubblico: Saif vi denuncia il caos in cui la Libia è costretta da pesanti interferenze straniere, che le hanno sottratto ingenti capitali e causato la morte di decine di migliaia di martiri (Europe and Arabs). In effetti, dal 2011 ad oggi, senza più unità e sovranità, la Libia s'è trovata suo malgrado soggetta alle contrastanti ambizioni regionali dei suoi vari leader e dei loro alleati: soltanto in questi giorni, per esempio, Khalifa Haftar è strattonato gli assi Israele-EAU ed Egitto-Arabia Saudita, che in Sudan combattono un feroce conflitto per interposta persona. Haftar ha provveduto ad Israele ed EAU una strategica via di rifornimento alle RSF di Mohamed Dagalo Hemedti, loro alleato, con Egitto ed Arabia Saudita che oggi lo premono perché chiuda quell'alleanza, così da favorire il Governo di Khartum a cui danno crescente sostegno. Saif, sgradito tanto agli Haftar quanto ai Dbeibah, come pure ai loro alleati occidentali, non di meno era inviso anche a Tel Aviv e Abu Dhabi, che non a caso nel 2011 un ruolo nella distruzione della Jamahiriya insieme a Francia, Inghilterra e Stati Uniti lo ebbero eccome.

 

Sono interessanti, ancor più per capire chi tragga vantaggio dalla morte del secondogenito del Qa'id e chi no, le reazioni politiche dall'estero. Per il Ministero degli Esteri russo, quanto accaduto è stato “un atto terroristico, volto a sabotare il processo di riconciliazione nazionale”: Mosca vedeva in Saif un alleato preferenziale nel paese, da preferirsi al più ambiguo Khalifa Haftar su cui invece oggi dovrà tornare a puntare in via primaria, almeno finché dalla tribù Gheddafa non emergerà qualche nuovo nome capace di guadagnarsi la medesima popolarità del defunto (Anadolu). Per Washington, invece, la scomparsa di Saif vede venir meno l'ultimo significativo ostacolo a nuove elezioni che riunifichino insieme due regimi paralleli, in Tripolitania e Cirenaica, che a diverso titolo hanno sin qui rappresentato i suoi interessi, di là dal non incontrare le simpatie dei libici. Ed in effetti, almeno sul piano simbolico, la morte di Saif apre la strada ad un consolidamento del duopolio tra gli Dbeibah e gli Haftar, che a tempo debito potrà sfociare anche in un altrettanto simbolico ricongiungimento istituzionale tra le due parti (Chatham House). 

 

Tuttavia, sempre su un piano simbolico, se non più, la sepoltura del “martire” Saif, come l'hanno definito il cugino Hamid e l'ex portavoce Moussa Ibrahim, potrà portare pure ad una risaldatura dell'asse tra le tribù Gheddafa e Warfalla, tra Sirte e Bani Walid. Se la morte di Saif favorisce l'opzione di nuove elezioni, aprendo un'autostrada alla presidenza di Saddam Haftar nel paese e alla permanenza del premierato di Dbeibah a Tripoli, al contempo alimenta pure quella che la Libia resti ancora, in via indefinita, nell'odierna somalizzazione.

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