
Lo scorso 8 febbraio la premier giapponese Sanae Takaichi ha riportato una vittoria storica, col suo Partito Liberal-Democratico (LDP) che alla Camera Bassa ha guadagnato 316 seggi sul totale di 465, così superando la soglia della “supermaggioranza” di due terzi. Un dato reso ancora più importante dall'alleato Japan Innovation Party (JIP), con cui la riconfermata premier può ora contare su ben 352 seggi. Insediatasi il 21 ottobre dopo la caduta di Shigeru Ishiba, dopo soli 110 giorni la premier ha convocato elezioni anticipate per trasformare in mandato politico la sua popolarità personale, un gioco certo rischioso ma non nuovo al Giappone, dove il personalismo politico ha spesso dato vita a premier con un'immagine forte quanto le loro ambizioni. Per quanto rischioso, il gioco è in ogni caso riuscito, col miglior risultato elettorato mai ottenuto dal LDP dal 1955. Ora la riconfermata Takaichi può sciogliere più facilmente le briglie alla sua vasta agenda politica, tra revisione della Costituzione, aumento delle spese militari e politiche più dure su immigrazione e sicurezza.
Sullo sfondo, un “convitato di pietra” chiamato Cina: più di un analista ha sottolineato il peso di Pechino nel referendum che Takaichi ha convocato intorno alla sua persona. Varie fonti, da Reuters all'International Institute for Strategic Studies (IISS), riportano questo punto di vista, a cui tuttavia il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha risposto in termini perentori, respingendo ogni ipotesi d'ingerenza negli affari interni giapponesi. Come riportato da Global Times, “La Cina non interferisce mai negli affari interni di altri Paesi e si oppone fermamente a qualsiasi parola o azione errata che interferisca negli affari interni della Cina, violi gli interessi fondamentali della Cina, violi il diritto internazionale e le norme fondamentali delle relazioni internazionali o mini la pace e la stabilità regionale” e “Indipendentemente da chi guidi il Giappone o da quale partito sia al potere, entrambi devono rispettare i quattro documenti politici tra Cina e Giappone, nonché la costituzione pacifista giapponese, e adempiere ai propri impegni e obblighi internazionali”. In effetti, indicare che il voto per Takaichi sia stato vissuto dall'elettorato giapponese come un referendum politico contro la Cina significherebbe alludere all'effettiva esistenza d'ingerenze di quest'ultima negli affari interni di Tokyo: un'accusa, oltre che grave, in odor di qualificarsi come un'interferenza a sua volta, ma nella politica interna di Pechino.
Certamente i rapporti tra i due Paesi non sono stati, sotto il mandato di Takaichi, dei più idilliaci. Poco dopo l'insediamento, a margine del Forum APEC in Corea del Sud, la neopremier incontrò il Presidente cinese Xi Jinping con toni parsi allora cauti ma costruttivi, e dichiarazioni come “dialogo franco” e “relazione strategica reciprocamente vantaggiosa”. Tuttavia, sempre in quell'occasione, sollevò anche alcune questioni assai care ai settori nazionalisti giapponesi più assertivi, dalle cui fila proviene, peraltro capaci di suscitare un certo richiamo anche sui più moderati, come lo stato delle Isole Senkaku/Diaoyu e le attività militari di Pechino nel Mar Cinese Orientale. Ciò costituì un primo campanello d'allarme, indicando come la linea “neoimperiale” della premier non fosse soltanto verbale, ma potenzialmente in grado di suscitare tensioni anche sul piano pratico. Poco dopo, ad una domanda rivoltale dai banchi dell'opposizione, Takaichi rispose che un blocco navale di Pechino su Taiwan avrebbe potuto comportare una “minaccia esistenziale” al Giappone, così legittimando l'esercizio al diritto di difesa collettiva, ovvero l'invio di forze militari giapponesi sull'Isola. Nella storia dei rapporti tra Pechino e Tokyo, si trattava della più grave ed eloquente dichiarazione mai fatta da un leader giapponese su Taiwan, ovvero su un'Isola che per il diritto internazionale è parte della sovranità cinese sin dalla Risoluzione ONU 2578 /1971, che anche lo stesso Giappone votò e poi ribadì nel 1972 con la Dichiarazione Congiunta Sino-Giapponese del 1972 e il Trattato di Pace Sino-Giapponese del 1978.
Pechino reagì prontamente, anche perché quelle considerazioni richiamavano alla memoria le pagine più dure dell'occupazione militare giapponese a lungo patita dal Paese, dalla Strage di Nanchino alle Unità 731, su cui oltretutto mai davvero le autorità di Tokyo si sono scusate con la Cina. Oltre alle proteste ufficiali e alla convocazione dell'ambasciatore giapponese, molti cittadini cinesi rinunciarono a viaggi turistici già prenotati in Giappone ed intrapresero boicottaggi dei prodotti alimentari giapponesi, o ancora di produzioni cinematografiche provenienti dall'Arcipelago. Nonostante le pressioni degli ambienti economici interni, preoccupati dalle conseguenze che l'inasprimento dei rapporti con Pechino avrebbe potuto comportare all'economia giapponese già in sofferenza, Takaichi non volle ritrattare. La sua condotta rispondeva, come oggi, ad un insieme di necessità non facili da coniugare insieme, e che al tempo stesso denunciavano l'intrinseca fragilità del suo Giappone “neoimperiale”: la crisi demografica tale da apparire irreversibile, con nascite insufficienti a ravvivare una società sempre più anziana, il debito record e la crescita economica zero, da cui fuggire con la prospettiva di una non facile ripresa basata sul riarmo. Ogni società in crisi, per aspetti demografici e materiali, tende sempre a rifugiarsi in qualche rispolverato mito nazionalista, così da celare dietro ad una ribadita aggressività le sue montanti insicurezze; ed ancor più è indotta a farlo se quel suo “sciovinismo di ritorno” deve coprire anche le analoghe e crescenti insicurezze di un altro “convitato di pietra” sin qui non ancora nominato, ovvero il suo principale alleato d'oltreoceano.
Il rilanciato asse tra Stati Uniti e Giappone, col forte assist dato alla premier dal Presidente Donald Trump sin dal suo esordio, esprime infatti con chiarezza gli obiettivi di fondo dell'aggiornata dottrina americana di “contenimento” di Pechino nel Pacifico, Allo scopo di ridurre il peso sulle loro spalle, gli Stati Uniti puntano sempre più a scaricare i costi della difesa dei confini delle loro “aree d'influenza” sui partner e gli alleati locali, e nel caso del Pacifico il Giappone riveste, insieme alle Filippine, all'Australia, alla Corea del Sud, uno dei più preziosi “regni tributari”. Mentre gli Stati Uniti si avviano alla loro fase “bizantina”, ritirandosi nel loro cuore geografico ed appaltando la difesa dei confini più lontani agli “stati vassalli”, quest'ultimi, come il Giappone, devono a loro volta trovare il modo di contrabbandare quella loro “satellizzazione” all'alleato “imperiale” d'oltreoceano come una loro rinnovata ed esclusiva dottrina di potenza. Ciò spiega il forte nazionalismo ostentato dalla premier Takaichi in patria che, elevando ai limiti del parossismo lo scontro con la Cina, ha così potuto raccogliere una tale messe di voti in una società fortemente inquieta e ripiegata come quella giapponese.
In questa fase bizantina, la sfida per Takaichi non si limita solo a cercare ogni modo per apparire “alleato falco” anziché “vassallo” di Washington, ma anche a blindare tutti gli altri dossier che una simile, nuova congiuntura geopolitica va ad inaugurare. Uno, essenziale, è quello dei “minerali critici”, di cui la Cina controlla ad oggi tra il 70 e l'80% della raffinazione. Ad ottobre 2025, Stati Uniti e Giappone si sono accordati per sviluppare delle catene di fornitura integrate, e nei giorni scorsi il summit ministeriale a Washington, partecipato da 55 paesi, ha visto il lancio di un “blocco commerciale preferenziale” per i minerali critici. Recentemente, anche la premier Meloni, in occasione della sua visita a Tokyo, ha tenuto con l'omologa Takaichi un dialogo su questi argomenti, col varo di un'apposita cooperazione italo-giapponese. Il nodo dei minerali critici passa anche per una trilaterale Stati Uniti-Unione Europea-Giappone capace di elaborare piani di azione comune entro 30 giorni. In tutto ciò, innegabilmente, Taiwan riveste agli occhi di Stati Uniti e Giappone, e così pure dei loro alleati europei, un ruolo immancabile: rivedendo e radicalizzando la linea ereditata dal vecchio premier Shinzo Abe, Takaichi indica in Taipei una “questione di sopravvivenza” per il Giappone per via del suo ruolo strategico nelle linee di comunicazione marittime, nell'estrazione dei minerali critici e nella lavorazione dei semiconduttori. Senza disporre di questi assets, garantiti da Taiwan, per Stati Uniti, Giappone ed alleati europei ogni ipotesi di “catene di fornitura integrate” apparirebbe oltremodo fantasiosa.
In questa gara di comuni interessi tra Washington, Tokyo ed alleati europei, il rischio che una crescente militarizzazione porti a potenziali seppur indesiderati incidenti nel Pacifico non appare certo in discesa. Tuttavia, la coperta resta corta: per finanziare il deficit interno e stimolare la crescita economica rimpatriando capitali dall'estero, il Giappone è costretto a vendere quote del debito statunitense, di cui è oggi primo creditore mondiale per almeno 1200 miliardi di dollari. Avvenendo ciò in concomitanza con la Cina, che ne ha ormai ridotto la quota a 682 miliardi, al fine di ridurre le vulnerabilità geopolitiche e di favorire l'internazionalizzazione del suo renmimbi, ne consegue un'aumentata pressione sui rendimenti americani, con gli Stati Uniti che si trovano ad accusare tassi sui mutui più elevati ed un maggior costo nella sostenibilità del loro debito; oltretutto con un più alto rischio che anche altri Stati ed istituti di credito si vedano a loro volta obbligati a sell-off frettolosi e disordinati, mentre il dollaro ne esce indebolito. Forse, nell'immediato, un'alternativa a potenziali seppur indesiderati incidenti nel Pacifico, è che altri, non più desiderabili, succedano nei mercati, intuibilmente a danno di chi oggi è nella sua fase bizantina: ma anche in tal caso non lascerebbe conseguenze del tutto indolori.
