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Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud: oltre il Mediterraneo Allargato

20-01-2026 18:00

Filippo Bovo

Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud: oltre il Mediterraneo Allargato

Nell'odierno contesto geopolitico, attraversato da profonde tensioni internazionali, il viaggio della premier Meloni tra Oman, Giappone e Corea del Su

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Nell'odierno contesto geopolitico, attraversato da profonde tensioni internazionali, il viaggio della premier Meloni tra Oman, Giappone e Corea del Sud, annunciato lo scorso dicembre e compiuto nelle giornate dal 14 al 19 gennaio, ha indicato la volontà italiana di continuare ad operare per il consolidamento della sua dottrina di “Mediterraneo Allargato”. Secondo tale visione l'Italia, guadagnandosi un ruolo di attore chiave lungo le rotte dell'Indo-Pacifico-Medio Oriente, potrebbe rappresentare qualcosa di più di una semplice tappa nell'ampio percorso tra Asia ed Europa, complice un fitto lavoro di diplomazia politica, cooperazione industriale e coordinamento sui vari dossier cruciali di portata regionale e globale. Rispondendo però alle difficoltà proprie dell'essere una media potenza con ambizioni di proiezione ben maggiori, l'Italia deve muoversi anche per vie traverse, con una condotta che risulti nel complesso affine, non ostile e talvolta persino complementare al principale alleato a cui ha dato prova, negli ultimi anni, di fidato riallineamento, gli Stati Uniti. 

 

Tale condotta, se andiamo a guardare agli ultimi decenni di storia italiana, non pare di per sé affatto inedita; è tuttavia il contesto internazionale, sin qui evolutosi con una fluidità in palpabile accelerazione, ad apparirlo, incidendo profondamente sull'agenda di Roma, così inducendola ad apportarvi costanti correttivi. Sono “correttivi” in definitiva riassumibili nel profittare anche delle varie situazioni di crisi lungo l'asse tra Indo-Pacifico e Mediterraneo per da una parte salvaguardare e dall'altra promuovere il proprio ruolo di media potenza presente, affidabile e moderata, a vocazione europea e mediterranea, e non ultimo atlantista. Forse, usando toni meno formali, qualcuno di noi potrebbe considerarla una condotta viziata da un certo opportunismo, propria di un Paese debole e pertanto costretto, malgrado le sue ambizioni, a ruoli piuttosto ancillari. Inserita in un quadro di alleanze sempre più verticistico, l'Italia non può tanto facilmente agognare a portare avanti in piena libertà i suoi spazi di autonomia geopolitica, in più di un caso dovendovi pure rinunciare qualora soggetta a bruschi richiami: ne è piena la storia della Prima quanto della Seconda Repubblica.

 

Non è un caso che nel corso della missione la premier abbia toccato argomenti senz'altro pertinenti alla dottrina italiana di Mediterraneo Allargato, come il lancio di accordi di cooperazione in settori chiave quali la sicurezza, la tecnologia o le catene di approvvigionamento, ma anche altri più ufficiosi legati al contenimento della crescente influenza, lungo tutto l'asse indo-pacifico-mediorientale, di attori “terzi” come Cina e Iran. Tale aspetto, caro soprattutto a Washington, non può non trovare accoglienza anche a Roma: in caso contrario, come già dicevamo, si determinerebbe un disallineamento che da oltreoceano sarebbe prontamente boicottato. La storia repubblicana italiana presenta già numerosi precedenti in tal senso, consumatisi quando in modo tragico, quando farsesco. Non può pertanto sorprendere che, in un simile scenario, col disordinato scollamento oggi in atto tra le due sponde dell'Atlantico, tra Stati Uniti ed Unione Europea, Roma privilegi soprattutto di sposare le posizioni dei primi. 

 

La tappa in Oman, la più breve, pur nelle sue poche ore ha avuto un forte significato politico e pratico. Atterrata a Muscat il 14 gennaio, la premier ha incontrato il Sultano Haitham bin Tarik, intrattenendovi discussioni per il rafforzamento delle già storiche relazioni bilaterali, con un'enfasi oltre che sugli scambi culturali ed educativi anche sulla sicurezza e la cooperazione economica. Il Times of Oman, pur coi suoi toni tipicamente diplomatici, propri di un Sultanato moderato e con un essenziale ruolo di mediatore tra mondo sunnita e sciita, e tra Occidente ed Iran, parla di una “nuova fase” nelle relazioni tra Roma e Muscat, dando notizia di una dichiarazione congiunta in cui si riafferma l'impegno per una partnership strategica, si loda il ruolo dell'Oman nella promozione del dialogo regionale e l'approccio italiano a favore di soluzioni pacifiche. Uscendo dalla forma per entrare nella sostanza, la scommessa italiana, certo non sgradita a Muscat, è di elevare le relazioni diplomatiche ad una più ampia cooperazione economica che avvii piani di investimento settoriali. 

 

Dal turismo, con l'Italia primo cliente europeo di Muscat, all'export di macchinari, fino al prodotti dell'industria a partecipazione pubblica come infrastrutture e difesa, Roma punta a giocare col Sultanato tutte le sue carte migliori, tramite il Piano d'Azione 2026-2030 a cui l'ANSA dà breve accenno. Inoltre, ponendosi come naturale ponte tra Medio Oriente e Indo-Pacifico, agli occhi di Roma l'Oman costituisce un prezioso alleato con cui diversificare le sue alleanze regionali, soprattutto ora che l'intera area mediorientale appare più in bilico che mai. Come dicevamo, Muscat è infatti un ineludibile mediatore nei processi politici regionali, ed è pure per suo tramite che Roma può garantirsi vie diplomatiche sotterranee con Teheran o ancora con gli alleati di quest'ultima, come gli Houthi, a garanzia dei propri interessi di passaggio lungo Bab-el-Mandeb, inevitabile ma oggi anche instabile “collo di bottiglia” per le rotte tra Indo-Pacifico e Mediterraneo. Di ragioni diplomatiche sotterranee e collaterali, celate dietro quelle ufficiali e dichiarate, parlano infatti vari osservatori, come ad esempio Decode39.

 

In Giappone, incontrando la sua omologa Sanae Takaichi, la premier italiana ha agito a carte più scoperte, innanzitutto elevando le relazioni bilaterali tra Roma e Tokyo al grado di partenariato strategico globale. Japan Today parla del loro intento di “rafforzare le catene di approvvigionamento dei minerali critici”, in accordo con quanto la premier giapponese già aveva stabilito anche col Presidente Trump poche settimane fa. A garanzia di tale intento, l'accordo prevede anche addestramenti congiunti tra le FFAA italiane e quelle giapponesi, con l'accelerazione del GCAP (Global Combat Air Programme), progetto tripartito con Londra per lo sviluppo di un aereo da combattimento di nuova generazione. Nel corso di una conferenza stampa congiunta, la premier ha parlato dell'alleanza italo-giapponese descrivendone il “potenziale elevato”, indicando la necessità di diversificare le catene di approvvigionamento al fine di contrastare eventuali forme di coercizione economica. Se nella visita in Oman il riferimento ai “convitati di pietra”, l'Iran e i suoi alleati, era solo vagamente avvertibile, in Giappone non è stato affatto così, come dimostrato anche dalla stampa locale che echeggia la retorica della premier Takaichi tuonando contro la “coercizione della Cina” (Nippon) e la necessità di stringere rapporti più stretti con altri paesi che condividano i valori di “libertà e democrazia”. 

 

Gli scambi di vedute sul Mar Cinese Meridionale ed Orientale, e l'impegno per il FOIP (Free and Open Indo-Pacific), piattaforma promossa da Washington, Tokyo ed alleati per contrastare una “espansione cinese”, indicano una percezione polemica nei confronti di Pechino che pare tra l'altro sensibilmente discostarsi dalla realtà (NHK World, Decode39), risultando semmai una condotta di quanti muovono tali accuse. In fondo, è stata proprio la premier Takaichi che settimane fa ha unilateralmente ingerito nelle questioni interne di Pechino, sollevando la questione della difesa armata di Taiwan, da allora ingaggiando con la Cina un confronto diplomatico e commerciale sempre più serrato; e prestando il fianco all'alleata su un tale tema, inevitabilmente anche la premier italiana finisce per presentarsi come parte in gioco, coinvolgendo il proprio Paese in una questione su cui sarebbe più consono lasciar parlare il diritto internazionale, come da Risoluzione ONU 2578/1971 in poi.

 

Se da una parte la visita della premier italiana in Giappone, la terza dal suo insediamento nel 2022, può apparire un atto dovuto per ragioni di agenda, dal momento che quest'anno Roma e Tokyo festeggiano i 160 anni delle loro relazioni diplomatiche, al tempo stesso il significato che va ad acquisire sposando il linguaggio della difesa di un “ordine internazionale basato su regole”, di cui dà riferimento Anadolu, non può non apparire una fastidiosa stoccata nei confronti della vicina Pechino. L'allineamento a Washington e ai suoi più turbolenti partner, Takaichi per prima, in tale frangente appare più lampante che mai, tanto da poter nuocere ai rapporti tra Roma e Pechino e agli interessi italiani nel grande Paese asiatico. L'uscita dal MoU di adesione alla BRI (Belt and Road Initiative) nel 2023, che Roma ha cercato di controbilanciare rilanciando l'anno dopo il Partenariato Strategico del 2004 e varando un apposito Piano d'Azione 2024-2027, ha indicato anche allora un approccio di natura economica, volto a massimizzare nell'immediato il potenziale italiano con l'allineamento all'alleato principale, Washington. Col passaggio da Biden a Trump, tale approccio della politica italiana ha giocoforza subito un netto sbilanciamento a favore di Washington, che nell'esagerazione può tuttavia condurre a controproducenti “cortocircuiti”, conseguenze autolesionistiche. Varie fonti, non a caso, notando una tale incongruenza, puntano l'indice sulla sua rischiosità, da Nation Thailand a Decode39

 

Infine, l'ultima tappa, in Corea del Sud, ha visto la premier incontrare a Seul il Presidente Lee Jae Myung, con cui ha tenuto discussioni su commerci, investimenti, AI, semiconduttori e difesa. Anche in questo caso non sfugge l'importanza della visita, la prima di un premier italiano nel Paese asiatico a distanza di 19 anni, durante i quali Seul ha conosciuto un importante sviluppo economico e tecnologico che ne ha fatto un imprescindibile partner soprattutto nei settori relativi all'industria scientificamente e tecnologicamente più avanzata. L'interesse italiano a garantirsi una maggior stabilità nelle catene di approvvigionamento, imperativo impartito dal principale alleato americano, non può non passare attraverso un partner alleato come la Corea del Sud, trovando soprattutto in un settore come quello dei semiconduttori uno dei suoi capisaldi principali. Se ciò era già stato largamente asserito in Giappone, ancor più lo si può notare nel caso coreano, con Seul che nel binomio tecnologico nippo-coreano appare il membro in ascesa anziché in discesa, strutturalmente lanciato ad una maggiore espansione futura che Tokyo non sembra invece più in grado di rivivere. Nel corso della dichiarazione congiunta, i due leader hanno pertanto concordato di espandere i legami futuri nella partnership strategica, con accordi mirati proprio all'AI, ai minerali critici o ancora al settore aerospaziale (KyodoNews, KBS World). 

 

Il Presidente Myung ha riconosciuto il potenziale di una maggior cooperazione bilaterale, mentre la premier ha puntato anche in questa occasione soprattutto al tema geopolitico, con rinnovati riferimenti non soltanto a Pechino, ma soprattutto a Pyongyang, avvertito negli incontri a Seul come l'altro nuovo importante “convitato di pietra”. Così possiamo notare, oltre che KyodoNews, anche dal turco YeniSafak, testata con un ben accorto sguardo geopolitico. Puntando a massimizzare il consenso nel Paese in cui era ospite, al tempo stesso muovendosi in accordo con la linea imbastita da Washington, la premier ha pertanto parlato dell'importanza di giungere ad un Indo-Pacifico libero e prospero, il FOIP, e ribadito l'impegno per una denuclearizzazione della Penisola coreana, concedendosi anche una visita alla DMZ (la zona demilitarizzata tra le due Coree). Tuttavia, prima di giungere a propositi tanto ambiziosi, è il capitolo economico a restare il più importante, soprattutto nell'immediato: in fondo nel 2025 il commercio bilaterale tra Italia e Corea del Sud ha superato gli 11 miliardi di euro, con Roma che si pone come uno dei principali partner commerciali UE di Seul (VisaHQ). Non a caso la visita, facendo seguito ad incontri precedenti all'ONU e al G7, guarda anche a potenziali memorandum per facilitare i visti aziendali. 

 

Ma anche nel perseguire il suo interesse economico, tecnologico e commerciale, l'Italia resta comunque esposta all'iniziativa del principale alleato, gli Stati Uniti. Diversificare le catene di approvvigionamento e le partnership bilaterali, di conseguenza, per Roma e così pure per Washington risponde oggi anche all'obiettivo di limitare il più possibile il ruolo di Pechino nello sviluppo dei settori scientifico-tecnologici italiani più avanzati. Il tour indo-pacifico della premier Meloni, in conclusione, agganciando la dottrina di Mediterraneo Allargato al FOIP ed individuando quante più alternative possibili al ruolo globale di Pechino in settori come i semiconduttori, o ancora implementando progetti militari congiunti come il GCAP, implica inevitabilmente un graduale ma comunque  ben avvertibile scivolamento italiano nelle strategie americane di contenimento di Teheran e Pechino.

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