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Perché ci sarà da aspettare per un attacco all'Iran

15-01-2026 18:00

Filippo Bovo

Perché ci sarà da aspettare per un attacco all'Iran

Malgrado il molto tamtam mediatico e social di questi ultimi giorni (più che comprensibile, dinanzi all'emotività che certe prospettive, anche solo pa

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Malgrado il gran tamtam mediatico e social di questi ultimi giorni (più che comprensibile, dinanzi all'emotività che certe prospettive, anche solo paventate, vanno a scatenare), vari motivi portavano a dubitare di un'imminenza dell'attacco israeliano ed americano all'Iran. Certo, l'aereo presidenziale di Netanyahu, il Wing of Zion, era volato all'estero, secondo i dispacci ufficiali per regolare manutenzione, più probabilmente per porlo al riparo insieme al "contenuto" da eventuali attacchi iraniani. Anche il personale di varie ambasciate, in verità da giorni, era in via d'evacuazione, con un ritmo intensificatosi nelle ultime ore: prima erano andati via gli iraniani, poi i russi, infine anche gli americani. Pure le basi USA nella regione erano in allerta, a partire dalla principale, Al-Udeid in Qatar (che ospita ha 10mila militari), in evacuazione per motivi precauzionali. Tutti questi elementi avevano già avuto un precedente nella Guerra dei 12 Giorni, rafforzando l'idea che anche stavolta il Medio Oriente fosse alla vigilia di nuove prove belliche. 

 

Nel frattempo, però, l'Arabia Saudita aveva intensificato le sue pressioni su Washington affinché evitasse “sciocchezze”, perché le conseguenze sarebbero state "catastrofiche": considerazioni più che ragionevoli, almeno per chi abita nella regione e non vuole vederla ridotta a terreno di escalation militare, rappresaglie, minacce alle rotte energetiche e contraccolpi all'intera economia globale. Non a caso anche Turchia, Qatar ed EAU, informate quanto Riyad da Teheran, avevano fornito analoghe conferme. In tutto questo clima, non c'era da sorprendersi che i paesi della regione, Arabia Saudita e Qatar per primi, vietassero l'uso delle basi americane sul loro territorio e del loro spazio aereo alle forze USA ed UK. Anche gli EAU, di solito più lontani dalle posizioni di Riyad e degli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), s'erano stavolta allineati a quest'ultimi, dopo i duri colpi nel frattempo assestati proprio dall'Arabia Saudita alla loro agenda strategica coordinata con Israele tra Somalia/Somaliland, Sudan e Yemen meridionale. Infine, sempre nella tarda serata di ieri, l'Iran aveva chiuso il proprio spazio aereo, avvisando che avrebbe colpito ogni volo non autorizzato: chiunque avesse violato il divieto (intuibilmente, aerei israeliani, americani ed inglesi), si sarebbe assunto una grave responsabilità.

 

Gli aerei da rifornimento inglesi ed americani, soltanto poche ore prima volati verso il Golfo, hanno così fatto marcia indietro, dando l'impressione che se qualcosa avverrà non sarà comunque subito, quantomeno non adesso. Al momento s'ipotizza che USA, Israele ed UK possano compiere future azioni (comunque simboliche, con un arsenale tra l'altro ormai ridottosi rispetto alla recente Guerra dei 12 Giorni), nei prossimi giorni, magari avvalendosi dello spazio fornito da altri partner come l'India. Ma anche questa ipotesi appare piuttosto confusa, visto l'esito del recente conflitto indo-pakistano, sfavorevole per New Delhi, la vicinanza espressa dalla rivale Islamabad a Teheran e, non ultimo, il suo coinvolgimento in un nascente accordo di mutua difesa con Arabia Saudita e Turchia, altri paesi che ormai da tempo sembrano sempre più aggregarsi in difesa del loro vicino iraniano. Oltretutto l'India ha cospicui rapporti, anche energetici e portuali, con Teheran: appare difficile pensare che New Delhi possa fare da rimpiazzo agli ovvi dinieghi altrui, danneggiando i suoi interessi. Al trio turco-saudita-pakistano va poi ad aggiungersi il succitato Qatar, la cui convergenza con le posizioni di Riyad sui vari temi regionali, dal Golfo al Mar Rosso, risulta ormai di crescente evidenza. Non deve neppure sfuggire la crescente cooperazione turco-iraniana in ambito d'intelligence, con Ankara che ha avvisato Teheran delle infiltrazioni curde nel suo territorio, così permettendo all'esercito iraniano d'intercettare e neutralizzare i curdi del PKK/PJAK. 


Con tali novità, non sorprende che nella sua ultima conferenza stampa Trump non abbia granché nominato l'Iran, sul cui conto ha dato quasi segno di voler ridurre la tensione prendendo nota che le manifestazioni, e le repressioni, sono ormai finite; come del resto nemmeno più di tanto ha inteso parlare della Groenlandia, da cui giunge la notizia del primo dispiegamento di militari francesi, tedeschi, svedesi e norvegesi. Sarebbe una barzelletta se l'unica guerra, gira e rigira, fosse proprio dentro la NATO, tra americani ed europei; ma sappiamo molto bene che quando Trump dà atto di voler pubblicamente prediligere un'opzione, spesso è per celarne un'altra. La Casa Bianca ha infatti bisogno di trovare una formula con cui uscire dall'impasse che in buona parte s'è creata da sola, costretta a rispondere alle inquietudini dell'alleato israeliano; e un intervento di sicuro effetto, in base al principio di “poca spesa, tanta resa” (come visto anche nel recente caso venezuelano), senza dubbio si presenterebbe come la via preferibile. Tra l'altro, contribuirebbe anche ad allontanare, almeno in parte, la pesante patata bollente scaturita dall'altro e recente intervento a basso costo e di forte impatto, quello in Venezuela col rapimento di Maduro, insieme a tutto ciò che ne è fin qui conseguito. Sarebbero in realtà molti gli elementi da soppesare, e di certo non mancheranno sorprese dell'ultimo minuto; in fondo, la situazione mediorientale è oggi più fluida che mai. Tuttavia c'è da dubitare che si vedranno azioni americane ed israeliane su larga scala, dato che per entrambi come dicevamo la coperta è ormai innegabilmente corta; mentre il compattamente a favor di Teheran da parte di alleati e partner, sia regionali che globali, va facendosi sempre più disinvolto e robusto. Più probabili, quindi, azioni mirate e di grande enfasi mediatica, utili a lasciarsi alle spalle il conflitto inscenandosi per l'ennesima volta vittoriosi, e che potrebbero comunque sempre provocare conseguenze sgradite anche a numerosi partner di Washington e Tel Aviv. 

 

Pertanto stanotte in Iran non s'è visto nulla e in ogni caso gli spostamenti delle forze militari americane, soprattutto a livello navale, danno come già dicevamo l'idea che se qualcosa avverrà, non sarà prima di qualche giorno. Non si creda comunque che la situazione debba per forza restare tranquilla: nei giorni scorsi agenti agenti provocatori israeliani hanno ingaggiato dure lotte con gli uomini della sicurezza iraniana, e ne hanno uccisi a centinaia. Diversamente da quanto diffuso dai nostri media, e ripetuto senza batter ciglio dai nostri governanti, in Iran non sono morte decine di migliaia di persone per colpa delle forze di sicurezza locali (chi parla di 12mila, chi addirittura di 50mila!), ma centinaia di agenti e militari iraniani, uccisi dagli infiltrati dei servizi d'intelligence israeliani e dalle loro cellule locali, attivate per l'occasione. L'investimento da parte di Israele e degli Stati Uniti per destabilizzare Teheran e rovesciare la Repubblica Islamica è stato immenso, e molto ben pianificato (anche se, come recita un noto detto, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi). Difficilmente si rinuncia a tanto investimento, incassando in silenzio la sconfitta.


Per questo motivo, Israele non rinuncerà ad agire, continuando a trascinare con sé gli Stati Uniti. Washington è in una situazione di crescente difficoltà: deve assicurare una copertura ad Israele per evitare che, in un conflitto con l'Iran dove avrebbe la peggio (gli esiti della Guerra dei 12 Giorni, se la si esamina per come realmente è avvenuta, ovvero non affidandosi alle ricostruzioni dei nostri media, parlano chiaro: gli Stati Uniti furono costretti ad intervenire, con un intervento di grande effetto propagandistico ma di poca sostanza, per fornire un pretesto con cui chiudere quel breve conflitto dove Israele stava letteralmente collassando sotto il peso della reazione missilistica iraniana), ricorra a soluzioni estreme e persino suicide per sé e l'intero Medio Oriente. Non ci dobbiamo dimenticare che Israele è una potenza nucleare, peraltro fuori da un vero e proprio controllo AIEA, una sorta di “Stato nucleare canaglia”: qualora la sua sopravvivenza fosse davvero messa a repentaglio, non esiterebbe ad avvalersi anche di quel suo arsenale documentato ma al tempo stesso clandestino, magari proprio contro l'Iran. Si possono facilmente immaginare le conseguenze che ciò provocherebbe a livello regionale, in termini non soltanto umanitari od ambientali. Sostanzialmente, per usare un'espressione molto cinematografica, gli Stati Uniti e l'Occidente hanno creato un mostro di cui oggi sono prigionieri, e quel mostro non si trova a Teheran. Devono coprirgli le spalle per salvare la sua immagine di potenza ed invincibilità, senza la quale entrerebbe in crisi di sfiducia crescente ed irreversibile anche presso i suoi stessi cittadini, altra prospettiva che lo condurrebbe ad un futuro collasso. Insomma, per gli Stati Uniti coprire le spalle a Israele, nella sua ricerca di una rivincita su Teheran (essenziale per riconfermare il proprio mito d'invulnerabilità ed invincibilità, indispensabile all'egemonia regionale e alla tenuta interna), significa soprattutto impedirne il suicidio.


Un altro fattore che tiene gli Stati Uniti in ostaggio è il rapporto coi vari attori arabi, a cominciare dall'Arabia Saudita e in generale tutto il Consiglio di Cooperazione del Golfo, che non fanno mistero della loro ostilità a vedere scenari di guerra nella propria regione, anche perché le conseguenze sul fronte energetico sarebbero a dir poco catastrofiche: non soltanto per loro, ma pure per Washington e il mondo intero. Solo per quanto riguarda i rapporti tra Washington e Riyad, ci sono centinaia di miliardi di dollari di buone ragioni tra attività petrolifere ed investimenti; figurarsi poi ad aggiungere pure tutti gli altri partner del Consiglio di Cooperazione del Golfo, dal Kuwait al Qatar fino agli EAU. Poco conta promettere affari d'oro in Venezuela alle compagnie energetiche, USA e non, se poi si rischia di colpirne le ben più sostanziose e lucrose attività nella Penisola Arabica. Mentre tutti i miliardi d'investimenti delle petromonarchie arabe del Golfo negli USA sin qui investiti, oltre a quelli promessi di recente (centinaia solo quelli ventilati dal Principe ereditario al Presidente Trump, ma ad un patto: che non ostacoli il percorso verso uno Stato palestinese, che s'impegni per bloccare la strategia di EAU ed Israele nel sostegno alle RSF nella guerra civile in Sudan e nel separatismo del Somaliland, a cui ora va ad aggiungersi pure l'invito a non far "colpi di testa" contro l'Iran), improvvisamente si troverebbero in bilico. 


Se poi ai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si vanno ad aggiungere anche altri attori mediorientali di primo peso, dall'Egitto alla Turchia, fino al Pakistan, ci si può render conto che giocare in Medio Oriente contro Teheran, per Washington non sia proprio una passeggiata. Ci sono insomma tante buone ragioni, che vanno ad aggiungersi a quelle descritte sin qui (ad esempio, oltre ai nascenti accordi di mutua difesa Turchia-Arabia Saudita-Pakistan, il riavvicinamento saudita-iraniano ottenuto grazie alla mediazione di Pechino di due anni fa, le crescenti cooperazioni militari turco-egiziana, turco-iraniana, irano-egiziana, ecc), per poter dire che oggi come oggi non sia il caso di confondere la mappa mediorientale con quella del Risiko. Mentre, se c'è un paese di cui preoccuparsi nella regione, quello non è certo l'Iran, ma un altro, che molti ancora continuano, bontà loro, a ritenere "unica democrazia del Medio Oriente".
 

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