contatti@lenuoveviedelmondo.com

Le Nuove Vie del Mondo


facebook

Le Nuove Vie del Mondo

Quaderno di approfondimento geopolitico.

.


facebook

 @ All Right Reserved 2020

 

​Cookie Policy | Privacy Policy

Gli accordi di pace coloniale, una poco credibile dottrina americana

11-12-2025 18:00

Filippo Bovo

Gli accordi di pace coloniale, una poco credibile dottrina americana

Il 4 dicembre, a Washington, i Presidenti di Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, e Ruanda, Paul Kagame, hanno formalizzato l'accordo d

aa1rlz8k.jpeg

Il 4 dicembre, a Washington, i Presidenti di Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, e Ruanda, Paul Kagame, hanno formalizzato l'accordo di pace mediato da Donald Trump, dopo la prima firma del 27 giugno e la successiva implementazione con la piattaforma di novembre. Tra le condizioni del piano, spiccano il ritiro delle truppe, il disarmo delle milizie e una serie di nuove cooperazioni economiche imposte dall'alto da una grande potenza, gli USA, che pur imponendosi come mediatori nel recente conflitto non hanno tuttavia agito da soggetti proprio imparziali: il loro sostegno al Ruanda, e agli M23 di cui oggi è imposto il riconoscimento a cittadini congolesi a tutti gli effetti (una storia che ricorda quella dei loro predecessori del CNDP, integrati nelle FFAA congolesi dopo la pace del 2009), è infatti un aspetto quantomai noto.  Una delle prime ragioni della guerra per procura portata avanti dal Ruanda per conto degli USA, con relativi benefici tanto per gli esecutori quanto per i mandanti, è stata quella d'indurre il Congo ad abbassar le pretese nelle sue politiche economiche e strategiche, riducendone la precedente “politica dei due forni” ormai sempre più sbilanciata a favore della Cina. Con Pechino, infatti, Kinshasa aveva iniziato a rapportarsi più volentieri che con Washington e gli altri tradizionali partner occidentali, non fosse altro per gli ovvi e maggiori ritorni economici che poteva trarne; per giunta potendo anche prospettar loro condizioni sempre meno convenienti, grazie proprio al fatto di poter disporre di un'alternativa tanto importante (a cui andrebbero poi aggiunti anche gli altri partner terzi, destinati nell'interscambio economico col Congo e l'Africa a conoscere in futuro un'ampia crescita). 

 

Insomma, una “pace coloniale”, sventolata con grande enfasi da Trump, ma che dietro l'apparenza d'aver sanato un conflitto punta in realtà a ben altri e più egoistici obiettivi, come una prelazione sulle risorse strategiche congolesi per gli USA e un ruolo di suoi primari vettori per quelli estratti nell'est del Congo per il Ruanda. Parliamo quindi d'accordi di pace più o meno fittizi, soprattutto tesi a frenare degli sviluppi economici globali più che noti, e così pure regionali, non certo arrestabili od invertibili con qualche pergamena che a sua volta avvalori l'operato di qualche milizia. Basti solo guardare al precedente del 2009, degli accordi del 2009 tra CNDP e Congo, per rendersene conto: gli USA e i loro alleati, sia occidentali che regionali, riapplicano oggi quel copione con le stesse incognite e fragilità che lo connotava. Non a caso in molti, commentando la notizia della “pace coloniale” sancita alla Casa Bianca, hanno dato per certo che non sarebbe durata a lungo, senza in ogni caso azzardare previsioni: e quasi non ce n'è stato bisogno, visto che già poche ore dopo il conflitto è ripartito, con nuove conquiste territoriali da parte degli uomini del M23. Quella che abbiamo visto, in sintesi, è una “Pace coloniale”, tesa a sorreggere coprendola di una fumosa magnanimità quella che nei fatti è una “guerra coloniale” mai cessata dalla fine degli Anni '90. Ma non è solo il Congo a poterci raccontare una storia simile.

 

Sempre nel corso di quest'anno ha infatti destato attenzione anche la guerra tra Thailandia e Cambogia, con forti attriti soprattutto nell'area di Chong Bok e presso altri templi storici che i due paesi si contendono, lungo una linea di confine che il colonialismo francese lasciò in eredità senza trovare il favore né dell'uno né dell'altro. Due verdetti alla Corte Internazionale di Giustizia de L'Aja, nel 1962 e nel 2013, ribadirono la sovranità cambogiana sull'area, particolarmente contesa soprattutto presso il sito storico di Preah Vihear, ma senza evidentemente incontrare una reale accettazione da parte thailandese. Già s'erano visti scontri armati tra il 2008 e il 2011, con morti e sfollati, senza tuttavia giungere ai livelli visti a partire da questo luglio, quando le ostilità sono nuovamente scoppiate in forma ancor più estesa. Dopo negoziati partecipati dalla Malesia, vera mediatrice nella crisi, la Casa Bianca ha battezzato un accordo di pace che ha battezzato come proprio ennesimo trionfo, in occasione della visita del Presidente Trump in Asia e Pacifico di poche settimane fa. Tuttavia, già poco dopo la firma, Bangkok ha annunciato la sospensione di alcuni termini dell'accordo, con una conseguente riapertura delle ostilità che a dicembre sembrano andare ben oltre la generica ed ufficiale classificazione di “bassa intensità”. 

 

Resta però il fatto che da quell'accordo, dal valore pacificatorio fittizio quanto quello tra Congo e Ruanda/M23, gli USA hanno intanto sortito alcuni vantaggi che, pur transitori come nel caso dell'altro, consentono comunque di puntellare certi vecchi equilibri coloniali. Si porta avanti, ad esempio, il contenimento della Cina nella Penisola Indocinese, per quanto scarsamente attendibile tale strategia possa sembrare, da una parte intervenendo sulla Cambogia vista come tradizionale partner di Pechino e dall'altra riaffermando l'altrettanto storico legame con la Thailandia, di cui non a caso Washington rafforza la gestione militare. Così si previene un allontanamento di Bangkok, che già ha manifestato oscillazioni verso Pechino troppo preoccupanti agli occhi degli USA, e si proteggono le rotte del Sud-Est Asiatico più care all'Occidente, in una congiuntura in cui le catene di fornitura e le guerre commerciali costituiscono proprio per iniziativa americana uno dei temi più caldi in ogni agenda internazionale. Infine, si trasmette pure un'immagine più rassicurante anche agli altri partner regionali, da Taipei a Manila, a quel punto maggiormente indotti a non discostarsi troppo da Washington che ha pur sempre dimostrato loro di poter continuare a recitare un ruolo d'attore capace d'intervenire nell'area dell'Indo-Pacifico. Il messaggio, più estesamente, vale pure per tutta la grande famiglia dell'ASEAN, che con Pechino intanto coopera con naturale e robusta vocazione.

 

E' il male degli accordi di “finta pace”, dietro cui si nasconde una “pace coloniale”, dove ben ci si guarda dall'affrontare le reali cause di un conflitto facendo al contrario di tutto per preservarle: vale anche per i tentativi americani di portare avanti simili “pergamene” anche in Sudan, facendo perno sul Quartetto formato insieme ad Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto. Non sorprende che il governo di Khartum, che in quella guerra civile si trova a combattere frontalmente i paramilitari delle RSF sostenuti proprio da Abu Dhabi e in una certa misura anche da Washington stessa, rifiuti puntualmente tali accordi: perché a nulla servirebbero se non a congelare il conflitto, riportando la situazione ai livelli e ai tempi che l'hanno generato. E' lo stesso principio per cui a Mosca si rifiutano accordi che ugualmente non intervengano sulle cause alla base dell'attuale guerra in Ucraina, e che anche in caso di firma risulterebbero di fatto nulli, e così pure in Palestina difficilmente possono aver credibilità i faraonici piani di “pace” trumpiana che pure si cerca di portare avanti. Un accordo di pace che non affronti le cause che hanno generato un conflitto, otterrà come unico risultato di congelarlo in attesa che alla prima occasione utile scoppi di nuovo: che sia tra Hamas ed Israele, tra Congo e Ruanda, tra Ucraina e Russia, tra Governo e RSF in Sudan, o tra Thailandia e Cambogia, non fa alcuna differenza.

image-868

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Rimani aggiornato su tutte le novità e gli ultimi articoli del Blog