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Cina e dazi zero per l'Africa, punto di svolta nelle dinamiche sino-africane e nel commercio globale

19-02-2026 21:23

Filippo Bovo

Cina e dazi zero per l'Africa, punto di svolta nelle dinamiche sino-africane e nel commercio globale

Con l'abbattimento totale dei dazi doganali da parte della Cina per le importazioni provenienti da 53 dei 54 paesi dell'Unione Africana, destinato ad

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Con l'abbattimento totale dei dazi doganali da parte della Cina per le importazioni provenienti da 53 dei 54 paesi dell'Unione Africana, destinato ad entrare in vigore dal 1° maggio 2026, si giunge ad un punto di svolta nelle relazioni sino-africane e nel panorama del commercio internazionale, culmine di un processo avviato dal presidente Xi Jinping durante il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) del settembre 2024 a Pechino. In quell'occasione, Xi Jinping ha inizialmente promesso l'eliminazione dei dazi per i paesi meno sviluppati, tra cui 33 Stati africani, per favorire l'accesso al mercato cinese e stimolare lo sviluppo economico del Continente. La formalizzazione è poi avvenuta nel giugno 2025 con la Dichiarazione di Changsha, adottata durante la Riunione ministeriale dei coordinatori sull'attuazione delle azioni di follow-up del FOCAC, che ha esteso tale beneficio a quasi tutto il Continente Africano, rafforzando il concetto di una "comunità sino-africana con un futuro condiviso" e promuovendo la solidarietà tra i paesi del Sud Globale. Ad oggi, l'unico paese africano ancora escluso da una tale misura risulta il piccolo regno di Eswatini, stante la sua mancanza di relazioni diplomatiche con Pechino (è infatti tra i pochi Stati al mondo a riconoscere ancora Taipei come “unica Cina”). Tuttavia la realtà sul campo mostra prodotti e imprese di Pechino già ben presenti nel regno, spesso tramite canali informali o triangolazioni coi paesi vicini.

 

Questa transizione da un regime selettivo, limitato ai paesi meno sviluppati, ad un quadro quasi continentale segna un significativo rimodellamento delle dinamiche del commercio globale. In un contesto in cui il commercio con l'Occidente, in particolare con gli Stati Uniti, è ostacolato da sanzioni, tariffe e condizionamenti politici come le guerre commerciali avviate dall'amministrazione Trump, la Cina emerge come un'alternativa primaria per gli esportatori africani. L'eliminazione dei dazi, in precedenza fino al 25% per le produzioni di paesi a medio reddito come Egitto, Marocco, Sudafrica, Kenya e Nigeria, favorirà un'accelerazione dell'industrializzazione e della diversificazione delle esportazioni verso Pechino. Ad esempio, settori come l'agricoltura, la manifattura leggera e la metallurgia vedranno un incremento immediato, con stime continentali che prevedono un aumento delle esportazioni africane verso la Cina di circa 1,4 miliardi di dollari all'anno, pari al valore delle entrate tariffarie a cui Pechino rinuncerà per rafforzare la sua diplomazia economica. Le economie a medio reddito trarranno vantaggi rapidi grazie alle loro basi produttive già consolidate, mentre quelle a basso reddito, partendo da strutture meno rigide, potranno adattarsi più agevolmente ai già rigorosi standard cinesi in termini di qualità, sostenibilità e certificazioni, ricevendo così maggiori stimoli per diversificarsi dalla “monocoltura” delle materie prime. 

 

Di non minore importanza è l'impatto sul clima finanziario intracontinentale, che sta diventando sempre più favorevole grazie ad iniziative come l'African Continental Free Trade Area (AfCFTA), lanciata nel 2019 ed operativa dal 2021, che mira a creare un mercato unico africano da 1,3 miliardi di persone. L'abbattimento dei dazi cinesi si conforma a questa piattaforma, incentivando catene di valore regionali e riducendo la dipendenza dalle esportazioni di commodities verso l'Occidente. Inoltre, questa mossa darà un impulso massiccio alla Belt and Road Initiative (BRI), già in ottima salute in Africa: nel 2025, gli investimenti cinesi nel Continente attraverso la BRI hanno raggiunto i 61,2 miliardi di dollari, con un incremento del 283% rispetto all'anno precedente, concentrati in progetti infrastrutturali come strade, porti, ferrovie ed energia rinnovabile. Paesi come la Nigeria (24,6 miliardi di dollari in contratti di costruzione), la Repubblica del Congo (23,1 miliardi) e l'Angola hanno beneficiato di massicci flussi, migliorando la connettività regionale e supportando l'Agenda 2063 dell'Unione Africana per uno sviluppo sostenibile. La BRI non solo accelera l'integrazione economica africana ma contribuisce anche alla stabilità, riducendo conflitti attraverso lo sviluppo condiviso. 

 

Sebbene alcuni osservatori interpretino questa novità come una risposta diretta alle politiche protezioniste di Trump (che ha intensificato le tariffe su beni cinesi e imposto restrizioni su tecnologie verdi), le radici sono più profonde e sistemiche, radicate nella crescente simbiosi economico-commerciale sino-africana. Non si tratta dunque di un mero contrappeso all'"euro-americo-centrismo" (e men che meno secondo tale spirito andrebbe erroneamente od ideologicamente giudicato), ma di un progetto che risale al FOCAC 2024 e mira a riequilibrare uno squilibrio commerciale strutturale. Nel 2025, infatti, il commercio bilaterale sino-africano ha toccato i 348,05 miliardi di dollari, con un aumento del 17,7% rispetto all'anno precedente, ma con un deficit africano di 102 miliardi di dollari, in crescita del 64,5%. Dati preliminari per i primi 11 mesi del 2025 indicano un volume commerciale superiore ai 314 miliardi di dollari, superando già il totale del 2024, con esportazioni cinesi verso l'Africa in forte crescita (21,6%) in settori come macchinari, elettronica e veicoli. La disparità deriva dalla struttura delle esportazioni: la Cina invia beni ad alto valore aggiunto come macchinari, elettronica e tecnologie verdi (che rappresentano oltre il 50% delle sue esportazioni verso l'Africa), mentre il Continente esporta principalmente materie prime (minerali, petrolio e prodotti agricoli) che costituiscono circa il 40% del totale, con un valore unitario basso ed esposto alle fluttuazioni dei prezzi globali. 

 

L'eliminazione dei dazi incentiverà le esportazioni africane di beni a valore aggiunto, beneficiando settori come l'agricoltura (che ha visto un aumento del 6,1% nel 2023, raggiungendo 9,35 miliardi di dollari), la manifattura e la metallurgia, e aprirà le porte a nuovi investimenti cinesi in tecnologie e servizi. Ciò stimolerà interventi più efficaci anche per altre sfide importanti (barriere non tariffarie relative agli standard sanitari, certificazioni, logistica, o ancora riforme strutturali interne non ancora avviate od ultimate) che altrimenti potrebbero limitare i benefici reali, con importanti vantaggi pure sul fronte intracontinentale, e fornirà all'Africa una preziosa spinta nel suo impegno ad affrancarsi dal vecchio modello neocoloniale di dipendenza dalle commodities. Lungi dall'essere solo economica, la mossa cinese risulta anche geostrategica, posizionando Pechino come partner affidabile contro l'isolazionismo occidentale e rafforzando l'influenza nel Sud Globale; col Continente Africano ne trae una grande opportunità per accelerare la transizione verso un'economia diversificata, a beneficio di politiche finalizzate a massimizzare i guadagni e mitigare i rischi derivanti da squilibri persistenti.

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