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Il 39esimo Summit dell'Unione Africana. Qualche idea sul secondo Summit Italia-Africa

15-02-2026 15:22

Filippo Bovo

Il 39esimo Summit dell'Unione Africana. Qualche idea sul secondo Summit Italia-Africa

E' terminato oggi il 39esimo Summit dell'Unione Africana (UA), col titolo "Garantire la disponibilità sostenibile di acqua e sistemi igienico-sanitari

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E' terminato oggi il 39esimo Summit dell'Unione Africana (UA), col titolo "Garantire la disponibilità sostenibile di acqua e sistemi igienico-sanitari sicuri per raggiungere l'Agenda 2063". L'11-12 febbraio s'è tenuta la Sessione del Consiglio Esecutivo, formata dai Ministri degli Esteri dei 55 paesi dell'UA, mentre venerdì 13 febbraio la giornata è stata riservata soprattutto ai vertici collaterali, come il secondo Summit Italia-Africa. Ciò spiega perché la premier Meloni risultasse ospite d'onore, per discutere della trasformazione del Piano Mattei in una strategia operativa più ampia ed aperta, focalizzata soprattutto in ambiti come l'acqua, l'energia e l'istruzione. Il 14 e 15 febbraio, infine, hanno visto la Sessione Ordinaria dei Capi di Stato e di Governo, il momento forse più delicato e significativo dell'intero Summit. Nel Summit Italia-Africa, la premier Meloni ha parlato dell'evento come di una "tappa verificativa" del Piano, ribadendo la volontà italiana d'allargarlo a nuovi partner e a perseguire un rapporto paritario. Solo il tempo, però, potrà davvero confermarci la bontà o la serietà di certe intenzioni, dal momento che la credibilità di una cooperazione internazionale, ancor più se strutturata su un reale formato "win-win", non potrà che richiedere costanti e severe verifiche nel tempo. Ce lo provano tutti i Partenariati con l'Africa sin qui avviati da altri paesi e ancora in buona salute: quando, soprattutto nei loro primi anni, con condotte ritenute troppo "avventuriere", alcuni operatori economici ne hanno inficiato il buon nome, oltre a quello del loro paese, i "provvedimenti" non sono ovviamente tardati. L'efficacia, la tempestività e la credibilità di tali "correttivi" sono tra i segreti del rapporto di fiducia alla base di una cooperazione di successo. Da questo punto di vista, come si può notare dalla sua pluridecennale storia nella cooperazione internazionale, l'Italia sconta ancora luci ed ombre. Serviranno maggiori filtri contro chi è mosso da intenti poco costruttivi, e maggiori supporti per chi, pur con buone idee e preparazione, si vede il percorso inasprito da numerose difficoltà burocratiche o finanziarie. 

 

Non va infatti dimenticato che, pur sorto nel 2024, il Piano Mattei altro non è stato che l'elevazione a rango intergovernativo di una serie di precedenti rapporti di cooperazione interministeriale tra Italia e vari paesi del Continente Africano; ottenendo con ciò anche un conseguente potenziamento, soprattutto dal punto di vista finanziario. Malgrado la dotazione iniziale tutto sommato contenuta in rapporto alle ambizioni (3 miliardi dal Fondo Italiano per il Clima, gestito da Cassa Depositi e Prestiti, e 2,5 miliardi dal Fondo Rotativo per la Cooperazione allo Sviluppo, gestito dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), il suo obiettivo consiste soprattutto nell'intercettare i fondi del Global Gateway dell'Unione Europea, che per l'Africa mette a disposizione circa 150 miliardi di euro, facendosene pertanto veicolo. Per quanto riguarda l'UA, invece, sarà importante come dichiarato dal Presidente della Commissione Youssouf un allineamento più deciso tra programmi ed istituzioni interne al Continente, come il PIDA (Programma per lo Sviluppo delle Infrastrutture in Africa) e l'AfCTFTA (Area di Libero Scambio Commerciale Africana), al fine di razionalizzare gli investimenti in campi comuni come l'energia, la logistica e la connettività. Ciò porterebbe a vantaggi anche sul piano burocratico, se pensiamo ad esempio al maggior coordinamento tra le istituzioni africane e le realtà private, alla maggior linearità nelle scelte decisionali o ancora in quelle finanziarie, ecc. Oltretutto, si rivelerebbe prezioso proprio per un piano di cooperazione come l'italiano, che per le sue iniziative (energia, soprattutto collegamenti energetici intra-mediterranei e biocarburanti, infrastrutture fisiche e digitali, sanità e sicurezza alimentare, formazione professionale) tende spesso ad avvalersi delle reti logistiche fin qui sostenute dall'UA o avviate da altri Partenariati, come il sino-africano FOCAC per primo. 


Proprio alla luce di un tale aspetto, può incuriosire l'attenzione quasi primaria, da parte italiana, al Corridoio di Lobito, passaggio ferroviario che trasporta fino al porto angolano di Lobito i minerali estratti nello Zambia e soprattutto nella RD Congo; ma ciò trova una sua risposta nelle forti questioni geopolitiche che ne fanno, per Stati Uniti ed Unione Europea, la loro risposta infrastrutturale in terra africana alla cinese BRI. Cosa avvenga nella RD Congo e per conto di quali mandanti, ben al di sopra degli M23 o dei loro sponsor ruandesi, lo sappiamo tutti più che bene, come pure della prelazione mineraria che Washington ha ottenuto, in tal modo, da Kinshasha. Sono pertanto più che evidenti i grandi interessi che quel conflitto, coi suoi minerali critici, riveste per l'Occidente e il suo obiettivo di stabilire, proprio per veicolare queste strategiche materie prime, delle nuove catene di fornitura alternative a quelle sviluppate da Pechino. Una di queste è proprio il Corridoio di Lobito, e i recenti e cospicui investimenti tirati fuori da Stati Uniti, Unione Europea ed Italia (4 miliardi da Washington, 2 da Bruxelles col Global Gateway e tra i 250 e i 320 milioni dall'Italia) non sono dunque da considerarsi tanto casuali. Il ruolo italiano, in questo contesto, è quello di un partner di altri alleati come Stati Uniti o Giappone nel dar vita a queste nuove catene di fornitura, anche in altri contesti extra-africani; e al tempo stesso di vettore dei capitali provenienti da altri soci interessati all'affare, come l'Unione Europea col suo cospicuo Global Gateway, a cui anche per altre iniziative il Piano guarda così da veicolarne i i fondi, ben più corposi di quelli mobilitati in avvio da Roma. 

 

Per il resto, i temi affrontati in questo 39esimo Summit non sono parsi affatto nuovi: ad esempio, per quanto concerne la sicurezza idrica ed igienico-sanitaria, soltanto nel Continente almeno 400 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile di base e più di 700 milioni sono prive di servizi igienico-sanitari affidabili. Un dato che, volendo, s'allargherebbe sommandovi anche le stime provenienti da altre aree del Pianeta, non costituendo solo una grave emergenza umanitaria, ma anche di sottosviluppo ed instabilità, come pure denunciato dal rapporto SIARP 2.0 che enfatizza il nesso tra acqua, resilienza climatica e riduzione della povertà (argomenti inaggirabili per ogni forum di cooperazione internazionale, Piano Mattei compreso). Ma non è soltanto a questo problema ormai consolidato che il 39esimo Summit ha dovuto fornire delle prime risposte, ma anche ad altri, purtroppo non meno ricorrenti. Il Continente è dilaniato da conflitti in paesi come il Sudan, Sud Sudan ed est della RD Congo, mentre anche in altre regioni, come il Sahel e il Corno d'Africa, instabilità e venti di guerra sono al tempo stesso un'emergenza e una costante. Malgrado le forti pressioni di Egitto ed Algeria, ad esempio l'UA ha deciso di non reintegrare ancora il Sudan, il cui seggio è stato a suo tempo sospeso a causa della guerra civile tuttora in corso, pur dando sostegno al piano di pacificazione del primo ministro, Kamil Idris: una scelta a metà strada, che ne riflette le forti divisioni interne, in alcuni casi tanto incisive da inficiarne il funzionamento. Vedremo se il parziale rinnovo dei suoi vertici, col nuovo presidente di turno nella persona del burundiano Ndayishimiye in luogo dell'angolano Lourenço, potrà imprimere qualche miglioramento; ma in realtà le problematiche dell'Organizzazione non si spiegano tanto in chi ne presiede i vertici, quanto nelle sue intrinseche fragilità. Il 64% dei 700 milioni di dollari del suo bilancio annuale è coperto infatti da finanziamenti esteri, e senza una reale autonomia finanziaria non è certo facile aspirare ad una maggiore autonomia politica, ed ancor meno ad un concreto potere decisionale. 


In una tale prospettiva, il taglio dei finanziamenti da parte di Stati Uniti ed Unione Europea potrebbe almeno in linea teorica stimolare l'UA a fare maggiormente da sé, instradandosi in un non facile ma certo necessario percorso d'emancipazione; anzi, più del "potrebbe", meglio ancora sarebbe l'uso del "dovrebbe". Ma il paradosso è che l'Organizzazione, più che cercare una maggiore sovranità, si ritrovi sottoposta invece ad una maggior ricattabilità; e proprio da coloro che l'hanno fin qui prevalentemente sostenuta. Per potersi dire pienamente matura e protagonista in una realtà globale ed in eterno movimento, l'UA dovrà insomma liberarsi di tutti i gravami che, dopo le iniziali e positive premesse e promesse, l'ha fatta ritornare una sorta di copia della precedente Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) che nel 2002 andò a sostituire. Al Summit bisogna dare atto che tali questioni sono state affrontate, dalle riforme istituzionali per autofinanziarsi e ridurre la dipendenza dai finanziatori esterni all'implementazione dell'AfCFTA, l'Area di Libero Scambio Continentale Africana, su cui ugualmente ancora molto è il lavoro da fare. La condanna delle interferenze esterne, causa dei vari conflitti dilaganti nel Continente, non può dunque non associarsi anche a quella della dipendenza dalle donazioni estere per il funzionamento dell'UA: perché sono due facce della stessa medaglia neocolonialista, che si muove tanto sul terreno, fomentando le instabilità locali, quanto nel vertice, facendo pesare col potere economico tutta la sua influenza politica.

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