
La questione della Groenlandia si sta sempre più rivelando, giorno dopo giorno, uno stress test per l'Europa e, indirettamente, anche per il resto del pianeta. Nei primi giorni, dall'11 al 17 gennaio circa, Trump ha fatto grosse pressioni sulla Danimarca per impadronirsi dell'isola, annunciando tariffe doganali dal 10% fino al 25% su otto paesi europei (oltre la stessa Danimarca, l'Inghilterra, la Francia, la Germania, l'Olanda, la Norvegia, la Svezia e la Finlandia) a partire dal 1° febbraio qualora non fosse stato raggiunto un accordo per un "completo e totale acquisto". Trump s'è giustificato affermando che la Groenlandia fosse essenziale per la sicurezza USA contro le minacce di Russia e Cina, senza escludere l'uso della forza, salvo poi definirla solo un'extrema ratio. In sottofondo, poco più di un sussurro inascoltato, le autorità di Nuuk ricordavano comunque di non aver mai visto sino a quel momento russi o cinesi dalle loro parti, quantomeno non con le minacciose intenzioni asserite da Trump. Ma in ogni caso quella della minaccia russa e cinese agli USA tramite la Groenlandia, o peggio ancora del "se non la prendo io, lo farà qualcun altro", è una scusa paragonabile al fantomatico Cartel de los Soles di Maduro (o alle "super armi" di Saddam, ecc).
Gli europei hanno avviato l'Operazione Arctic Endurance, con circa 200 uomini (da Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Inghilterra, Francia, Germania e Olanda), senza comunque fornire una convincente prova d'unità. La loro blanda assertività, sottolineata dalla minuscola entità dell'operazione, ha infatti ben presto accusato il ritiro tedesco, con motivazioni delle più varie, e il mancato consenso d'altri partner come l'Italia che cavalcano un rafforzato asse con la Casa Bianca per circoscrivere il peso UE. Tuttavia, come risposta ai dazi USA, l'UE ha fatto ricorso anche ad un'altra e più convincente mossa negoziale avviando lo "strumento anti-coercizione" (ACI), con la sospensione di un maxi accordo energetico da 750 miliardi di dollari per l'acquisto di GNL americano. Dazi da una parte, bazooka (commerciale) dall'altra.
Negli ultimi giorni, complice l'occasione data dal World Economic Forum a Davos, si sono viste le condizioni per un parziale ritorno al sereno. Inizialmente, non sembrava proprio così, con gli occhiali da aviatore di Macron che stavano già diventando un tormentone; ma in seguito lo stress test sembra esser stato superato ricorrendo alla classica formula di una vittoria "win-win", che permetta ad entrambi i contendenti, americani ed europei, di vantarsi d'aver portato a casa un risultato. Dopotutto, era a questo che entrambi miravano: per gli europei si trattava di riportare i margini migliori possibili dal confronto, così da poter dire di non aver rinunciato alla sovranità danese sull'isola, e d'aver rintuzzato l'impertinente assalto trumpiano; mentre per gli americani di poter di fatto controllare e disporre dell'isola senza sobbarcarsene tutti quei costi che, a ben guardare, è meglio che restino sulle spalle europee. E' una formula rimodernata del noto neocolonialismo, un "neocolonialismo 2.0" che a breve spiegheremo più nel dettaglio.
"Naturalmente" il ritorno al sereno dato da Davos è da intendersi in modo piuttosto ironico. Trump e Rutte si sono incontrati ed è stato annunciando "un framework per un accordo futuro" che garantirà agli USA un "accesso totale e permanente" all'isola: nessun limite temporale, pieni diritti sui minerali critici, basi militari "sovrane" sul territorio ed integrazione nel sistema missilistico Golden Dome. Parlando di "successo" (né potrebbe esser diversamente, almeno dal suo punto di vista), Trump ha ritirato le precedenti minacce in termini di dazi e rinunciato ad un esplicito uso della forza, mentre Rutte ha ricordato che l'accordo necessiterà di un rafforzato ruolo della NATO nell'Artico, con la missione Arctic Sentry, "naturalmente" pure in questo caso senza alcun sacrificio per l'altrui sovranità. In effetti, al pari degli americani, anche la NATO pare uscita dallo stress test molto più in salute degli europei, oltretutto con l'implicita promessa di nuovi capitali e cooperazioni militari a rivitalizzarla dopo i sudori freddi di qualche giorno fa, quando la tensione tra le due sponde dell'Atlantico pareva invece condurla, se non alla frattura, quantomeno alla paralisi politica.
Comunque, come da Consiglio Europeo straordinario di ier sera, la tensione tra americani ed europei, che nell'apparente de-escalation sembrano aver ritrovato una certa unità, resta almeno in apparenza piuttosto alta. Da Copenaghen hanno fatto sapere che la NATO non può trattare a nome dei danesi, ed anche a Nuuk l'atmosfera non è delle migliori: l'idea che un rafforzamento estensivo del trattato con gli USA del 1951 possa condurre l'isola ad una situazione simile a quella di Cipro, con le sue basi inglesi, desta comprensibili timori per una rinnovata forma di neocolonialismo. Dalle manifestazioni locali, non a caso, è sorto uno slogan fin troppo eloquente, "Make America Go Away", sagace reinterpretazione dell'acronimo MAGA.
Controllare un territorio in ciò che c'interessa (scali, infrastrutture, materie prime, oltre alla sicurezza, chiaramente dietro compenso), è oggettivamente una formula rimodernata di neocolonialismo. Gli abitanti della Groenlandia hanno sin qui subito un colonialismo in passato anche piuttosto duro da parte della Danimarca, oggi attenuatosi grazie alla sopraggiunta autonomia locale, e rischiano oggi di subire anche un neocolonialismo americano, seppur di rinnovata foggia. Rispetto al colonialismo classico, in buona parte esistito sino a metà Novecento, il neocolonialismo è molto più vantaggioso per il colonizzatore, che non deve sobbarcarsi i costi della macchina statale ed amministrativa locale. Quest'ultima va a ricadere sulle popolazioni locali, venendo a sua volta trasformata in un'ulteriore macchina da soldi per il colonizzatore: si pensi, ad esempio, alla logica del debito e a tutti gli immensi interessi che genera. Quei paesi, per "svilupparsi", devono avviare progetti e riforme decise dagli ex colonizzatori, ovvero dai loro neocolonizzatori, calandosi così in un debito sempre più profondo ed insanabile. Non a caso, proprio a quei loro immensi debiti molti di noi sono soliti pensare ogni qual volta si parli dei paesi del cosiddetto "Terzo Mondo". Anche i nuovi e grandi progetti di Trump per l'isola non saranno a costo zero. Il loro costo ricadrà, "senza limiti", sulle spalle dei suoi abitanti (si pensi, ad esempio, alla "sicurezza dietro compenso"), mentre sempre "senza limiti" le risorse del sottosuolo saranno appannaggio dei grandi capitali americani. Non è poi tanto diverso da quanto già visto altrove, in quel Terzo Mondo che a tanti di noi è fin qui suonato come sinonimo d'immensi debiti con le potenze coloniali e neocoloniali occidentali.
Forse tutti potranno dire ora d'esser usciti più o meno vincitori dallo stress test relativo alla Groenlandia (dagli USA alla NATO fino alla stessa Europa, che se non altro può illudersi di una ritrovata forza ed unità), tranne la Groenlandia stessa, su cui incombe l'ombra di un ancor troppo sottovalutato "neocolonialismo 2.0".
