
Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha concluso il suo tour africano dal 7 al 12 gennaio 2026, proseguendo una tradizione diplomatica che dura ormai da 36 anni e che vede l'Africa come prima destinazione estera annuale dei vertici organizzati da Pechino. Visitando nazioni come Etiopia, Tanzania e Lesotho, con cui da anni la Cina intrattiene profondi legami (cui avrebbe dovuto aggiungersi la Somalia, inizialmente prevista ma poi rinviata per questioni di sicurezza interna, e sostituita da una telefonata con le autorità di Mogadiscio), Wang Yi ha inteso sottolineare l'impegno di Pechino nel rafforzare i partenariati strategici nel Continente, in un contesto di crescente competizione geopolitica globale.
La stessa scelta di quei paesi, anziché di altri, non risponde affatto a delle casualità dacché, nella grande fluidità che sembra caratterizzare la politica di tutto il Continente, si trovano al centro di dossier probabilmente tra i più delicati. Il viaggio non è stato soltanto simbolico perché, cadendo nel 70° Anniversario dei rapporti diplomatici sino-africani, ha segnato il lancio dell'Anno Cina-Africa degli Scambi tra Popoli e posto l'accento sull'implementazione del Piano d'Azione di Pechino del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) 2025-2027, saldamente intrecciato con le iniziative della Belt and Road Initiative (BRI). In un mondo segnato da tensioni come l'intervento USA in Venezuela e il protezionismo di Trump, o ancora le tensioni intorno all'Iran, la Cina si conferma così un partner affidabile per la stabilità e lo sviluppo delle nazioni africane.
Wang Yi ha iniziato il suo viaggio ad Addis Abeba, in Etiopia, dove ha co-presieduto il nono Dialogo Strategico Cina-Unione Africana (UA) con il presidente della Commissione UA, Mahmoud Ali Youssouf. Al pari della vecchia Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) che ha sostituito, l'Unione Africana ha infatti sede proprio nella capitale etiopica. Qui è stato lanciato ufficialmente l'Anno Cina-Africa degli Scambi tra Popoli 2026, a celebrazione dei 70 anni di relazioni diplomatiche tra Cina e Africa. Sebbene sia oggi poco ricordato in Europa, il contributo dato dai paesi africani al riconoscimento internazionale di Pechino come unica Cina fu determinante nei numeri, tanto che nel 1971, vedendo prevalere la Risoluzione 258, Mao Zedong esclamò: “Sono stati i nostri fratelli africani a portarci all'ONU!”. Oggi il Dialogo Strategico Cina-Unone Africa prevede quasi 600 attività in ambiti come gli scambi giovanili, culturali, mediatici e turistici, con l'obiettivo di rafforzare la fiducia reciproca e la cooperazione pratica.
In Etiopia, inoltre, Wang ha incontrato anche le autorità locali, a partire dal premier Abiy Ahmed, con cui ha enfatizzato partenariati in AI, logistica marittima, economia digitale ed energia verde. I due hanno discusso la rivitalizzazione della ferrovia Addis Abeba-Gibuti, un progetto chiave della BRI, rilasciando infine una dichiarazione congiunta contro le interferenze esterne e a sostegno del principio di "Una sola Cina". Dietro i comunicati ufficiali, leggendo tra le righe, si possono notare alcuni elementi significativi negli odierni rapporti tra Cina ed Etiopia, e tra quest'ultima e gli altri paesi della regione, il Corno d'Africa. Nel corso degli anni Pechino ha operato grandi investimenti in Etiopia e nel resto della regione, dei quali la succitata ferrovia è forse uno dei più palesi ma non certo l'unico; ma l'instabilità che oggi pervade il Corno d'Africa rischia di danneggiarli, insieme alle stesse cooperazioni avviate con l'Etiopia e gli altri governi locali. In ciò l'Etiopia, che negli ultimi tre anni ha compromesso le sue relazioni con la vicina Somalia, perseguendo sin dal 2024 un riconoscimento del Somaliland, ed applicato crescenti pressioni su Gibuti e sull'Eritrea, pretendendo la cessione di aree costiere come il porto di Assab e il relativo distretto, agli occhi della comunità internazionale ha più di una responsabilità.
Addis Abeba, secondo Pechino, deve tornare ad alimentare rapporti costruttivi coi suoi vicini, riconoscendo l'unità della Somalia (Pechino ha già ribadito, dinanzi al riconoscimento israeliano del Somaliland, che la One Somalia Policy e la One China Policy sono di fatto un tutt'uno: di conseguenza, come da diritto internazionale, il Somaliland è parte integrante della Somalia quanto Taiwan lo è della Cina) e rinunciando a fomentare un clima di guerra imminente con la vicina Eritrea. La stessa ferrovia Addis Abeba-Gibuti, paese su cui ugualmente l'Etiopia ha accampato pretese territoriali, non può certo risultare redditizia, in un tale clima di tensioni permanenti. Pechino sarà dunque più che favorevole a sostenere il diritto di Addis Abeba a fruire di uno sbocco costiero secondo il diritto internazionale, con pacifici accordi con le nazioni limitrofe per un utilizzo dei porti locali senza che ciò costituisca violazioni della loro sovranità: esattamente come avviene per tutti gli altri 43 Stati al mondo privi di un accesso al mare, dall'Africa all'Asia Centrale, dall'Europa all'America Latina. I comunicati diramati dai Ministeri degli Esteri di Cina ed Etiopia sono a tal proposito assai eloquenti.
Successivamente, in Tanzania, Wang ha incontrato la recentemente rieletta Presidente Samia Suluhu Hassan. Anche in questo caso uno dei focus è stato la rivitalizzazione di un'ormai storica ferrovia, la TAZARA (Tanzania-Zambia Railway Authority), simbolo storico della cooperazione Cina-Africa sin dagli anni '70, oggi integrata nella "Cintura della Prosperità" della BRI. Le discussioni hanno incluso anche l'implementazione dei risultati del Summit FOCAC di Pechino 2024, con particolar enfasi su infrastrutture, industrie verdi ed opposizione al protezionismo occidentale. Il Ministro ha elogiato la partnership strategica, garantendo il supporto cinese alla modernizzazione tanzaniana. Quanto l'Etiopia, che dal 2009 ha ospitato nove visite da leader cinesi, anche la Tanzania che ne ha sin qui ospitate otto è giudicata da Pechino una partner a dir poco essenziale nel Continente; il governo tanzaniano persegue una maggior integrazione nelle catene del valore globale e più elevati livelli di sviluppo, che passano ad esempio attraverso un possibile ingresso nell'AIIB (Asia Infrastructure Investment Bank).
L'ultima tappa è stata in Lesotho, dove Wang ha discusso aiuti economici per contrastare i dazi USA imposti da Trump. Pechino ha ribadito l'accesso duty-free al 100% per i paesi africani meno sviluppati (LDC), offrendo alternative al protezionismo americano. Quanto alla tappa in Somalia, inizialmente prevista come prima visita di un ministro cinese dagli anni ‘80 (nel 1991, con lo scoppio della guerra civile che pose fine alla vecchia Repubblica Democratica Somala, le relazioni subirono un brusco stop), come già accennavamo è stata posticipata per "cambiamenti di programma". Wang ha comunque tenuto una telefonata col ministro somalo Abdisalam Dhaay, riaffermando il sostegno alla sovranità somala contro il riconoscimento israeliano del Somaliland e i legami con Taiwan. I solidi rapporti tra i governi di Hargeisa e Taipei, infatti, costituiscono un ulteriore motivo di preoccupazione nell'odierna questione del riconoscimento somalilandese.
Volendo stilare un primo bilancio del tour africano del Ministro Wang Yi, possiamo dunque dire che sia servito, con un messaggio andato ben oltre i soli paesi visitati, a rafforzare la fiducia strategica, allineare le strategie di sviluppo ed opporsi ai contrastanti tentativi egemonici che trovano, oggi come in passato, il Continente tra i suoi primari bersagli. Nella visione cinese, lungi dal presentarsi come partner passivo e periferico, l'Africa è al contrario protagonista chiave nel Sud Globale e nelle iniziative perseguite da Pechino nel nome di “Consolidare l'amicizia in ogni condizione atmosferica, perseguire il sogno condiviso di modernizzazione”.
