contatti@lenuoveviedelmondo.com

Le Nuove Vie del Mondo


facebook

Le Nuove Vie del Mondo

Quaderno di approfondimento geopolitico.

.


facebook

 @ All Right Reserved 2020

 

​Cookie Policy | Privacy Policy

Groenlandia, l'Occidente vittima del suo stesso Doppio Standard

11-01-2026 18:31

Filippo Bovo

Groenlandia, l'Occidente vittima del suo stesso Doppio Standard

Circa un anno fa, poco dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump parlò della necessità futura degli Stati Uniti d'acquisire la Groenlandia pe

pxb_2693177_c4d4831fbff4e3407c99e2edf4e88a5f.jpg

Circa un anno fa, poco dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump parlò della necessità futura degli Stati Uniti d'acquisire la Groenlandia per ragioni di “sicurezza nazionale” legate al contrasto di Russia e Cina, e per le sue immense risorse naturali. In molti restarono incuriositi, ma poi tutto tramontò anche perché Washington non ne fece più parola. Almeno fino a pochi giorni fa, quando i rinnovati assalti diplomatici di Trump sull'isola hanno colto di sorpresa un Vecchio Continente i cui leader, soltanto poche ore prima, avevano appena finito di complimentarsi con Washington per il rapimento di Maduro. La premier danese Mette Frederiksen ha avvertito che “se gli Stati Uniti colpiscono un paese NATO finisce tutto”, sollevando non poche ambiguità: dopotutto, Washington è membro NATO, anzi, è la NATO. Appare piuttosto surreale immaginarsi la NATO, ossia Washington, difendere gli europei da se stessa. Più probabile invece che un “passo oltre” di Washington nei confronti degli europei porti alla fine dell'Alleanza (significato a cui la premier danese più coscienziosamente alludeva), che infatti fin dalle prime ore ha preferito mantenere un atteggiamento a dir poco di basso profilo. Non diverso l'atteggiamento dell'UE, che per molti aspetti della NATO è “sorella politico-economica”: con una nota congiunta Commissione e Consiglio d'Europa hanno espresso alla Danimarca “piena solidarietà”, dando l'impressione di non volersi troppo allontanare dal “messaggio di maniera”, evitando soprattutto d'inserirsi in una grana palesemente molto seria. 

 

Trump non ha usato mezzi termini: “We are going to do something on Groenlandia, whetever they like it or not” ("Faremo qualcosa in Groenlandia, che gli piaccia o meno"), come riferito da AtlanticCouncil, proseguendo che se non vi s'arriverà con le “buone maniere” (un acquisto o un accordo), si ricorrerà alle “maniere forti” ("the hard way"). A motivare ancor più le decisioni trumpiane, il fatto che senza un controllo statunitense Russia o Cina occuperebbero l'isola, e gli Stati Uniti “non vogliono Russia e Cina come vicini”. Questa dichiarazione, presto parafrasata da molto pubblico social in “If I don't steal it, someone else will” ("Se non la rubo io, lo farà qualcun altro"), accusa un forte difetto argomentativo dal momento che proietta su Mosca e Pechino un atteggiamento predatorio estraneo alla loro storia e prassi politica e strategica, atteggiamento invece sin qui abbondantemente dimostrato da Washington. Tanto che anche la sovranità danese è stata fortemente contestata dal Presidente statunitense ("un approdo di 500 anni fa non significa possederla"), con FoxNews che dichiara che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, compresa quella militare. Tra gli europei molte sono ora le preoccupazioni, anche per i precedenti che una tale novità potrebbe inaugurare. 

 

Per la Francia la Groenlandia è “territorio europeo”: se non in termini geografici, quantomeno giuridici, di sovranità. Malgrado l'autogoverno, la Danimarca è pur sempre proprietà della Corona Danese, colonia europea quanto altre che Parigi ha dal Nord al Sud America, dall'Indiano al Pacifico. Si pensi alla Guyana francese, a Guadalupa, Martinica, La Reunion e Mayotte, la Polinesia francese, Saint Pierre et Miquelon, la Nuova Caledonia, Wallis e Futuna, e via dicendo. Comprensibilmente, la Francia teme il precedente: come ricordato dall'European Policy Centre, se davvero gli Stati Uniti inglobassero la Groenlandia, a quel punto sempre loro, o altri, potrebbero fare altrettanto coi loro dipartimenti, regioni e collettività d'oltremare. Anche l'Inghilterra, fuori dall'UE, manifesta sentimenti simili, ma più in linea con la filosofia autonomista che ha riguardato almeno una parte del suo colonialismo in era Commonwealth: secondo il premier Keir Starmer, solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere del loro destino. Per il premier norvegese, Jonas Gahr Støre, "i confini nell'Artico sono definiti dal diritto internazionale, non da desideri unilaterali", mentre per gli omologhi finlandese e svedese le minacce di Trump costituiscono un pericoloso ritorno a logiche imperialiste che si credevano superate (quando mai?). Mentre per il presidente finlandese, Alexander Stubb, "mettere in discussione la sovranità di un alleato nordico significa indebolire la sicurezza di tutta l'Europa del Nord". 

 

I leader groenlandesi, uniti trasversalmente, hanno risposto con un fronte compatto: “Non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi”, forti di sondaggi dalle percentuali schiaccianti: lo scorso anno l'85% della popolazione locale s'è dichiarata contraria ad un'annessione agli Stati Uniti, come ricordato anche dall'Atlantic Council, mentre il premier Jens-Frederik Nielsen ha ribadito che l'isola non è in vendita e solo il popolo potrà deciderne il futuro. Oltre al futuro della Groenlandia, però, ad essere in ballo sembra ormai anche quello della NATO, come avvertito dalla Frederiksen ("Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto d'annettere parti del Regno danese"), mentre come riportato dalla BBC leader di Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna ed Inghilterra si sono uniti a Copenaghen in una dichiarazione congiunta a difesa dell'autonomia danese e di una gestione collettiva della sicurezza artica, che escluda annessioni unilaterali. La NATO, stretta tra martello americano ed incudine europea, si trova così a balbettare a mezza bocca, persino più penosamente dell'UE e di certi governi del Vecchio Continente. Un articolo apparso su The Atlantic ne dà una descrizione davvero impietosa: giusto un generale richiamo al rispetto dell'integrità territoriale degli Stati membri, con timori per la coesione dell'Alleanza che in effetti potrebbe entrare in una crisi di fiducia interna irreversibile qualora gli Stati Uniti decidessero di tirar dritto per la loro strada. Come ammesso anche dall'US Naval Institute, fonte non sempre delle più imparziali, il segretario generale Rutte ha discusso misure per rafforzare il fianco artico, con proposte di una maggiore presenza militare condivisa per rispondere alle preoccupazioni USA senza cedere sovranità. Ma in sintesi, è una crisi diplomatica grave tra alleati NATO, con toni aggressivi mai visti prima.

 

Come già accennato, Trump vede la Groenlandia come cruciale per controllare l'Artico contro Russia e Cina, accedere a minerali rari e risorse strategiche, e rafforzare la posizione militare. Washington vi ha basi dal 1951, ma ora reclama un controllo totale, anche perché nonostante il massiccio aumento in spese nella difesa artica, nell'ordine di miliardi, quanto sin qui fatto da Copenaghen le appare ancora insufficiente. Così ricorda anche il Center for Strategic & International Studies (CSIS), mentre BBC informa che da Washington già sono allo studio sostanziosi pacchetti economici per ogni residente dell'isola, oltre a vari accordi a loro volta tesi ad allettare le autorità locali. Global News ricorda che la Groenlandia ospita nel suo sottosuolo depositi enormi di elementi delle terre rare (REE), essenziali per le più avanzate tecnologie, i veicoli elettrici, le turbine eoliche, gli smartphone, i missili o ancoa gli aerei militari come gli F-35; dati che anche CSIS conferma, con quantitativi per almeno 1,5 milioni di tonnellate, quanto quelli presenti negli Stati Uniti e superiori a paesi come Canada e Sudafrica. Oltre a neodimio, disprosio, terbio, ittrio e scandio, ci sono litio, niobio, afnio, zirconio, grafite, oro, zinco e uranio: 25 di questi minerali sono classificati dall'UE come “critici”, con la Groenlanda ne ha oltre 30 tipi in almeno otto depositi noti; due dei quali sarebbero tra i 10 più gradi a livello globale, per NewScientist e Fortune. A Kvanefjeld il sottosuolo cela oltre un miliardo di tonnellate di minerale, con REE e uranio, ma l'estrazione è bloccata da dispute ambientali; seguono, Tanbreez, tra i più grandi al mondo ma privo di uranio, dove gli Stati Uniti investono già da anni; ed infine Kringlerne e Motzfeldt Sø. Controllando la Groenlandia per intero, gli Stati Uniti realizzerebbero così il loro sogno d'aggirare la Cina, che domina il mercato globale con una quota del 60-70% della produzione globale, cancellando con un solo tratto di penna le remore delle autorità locali che hanno sin qui impedito un pieno sfruttamento di tanto cospicue risorse. 

 

Come poi ricorda l'U.S. Naval Institute, pesano anche le tensioni con la Russia nell'Artico, ormai ai livelli più aspri da decenni a questa parte, col riscaldamento globale che nel frattempo apre rotte come la Northern Sea Route (NSR), controllata da Mosca. Secondo l'Arctic Institute, controllando il 53% delle coste artiche, grazie alla riapertura delle vecchie basi sovietiche e al loro rimodernamento, e al potenziamento della Northern Fleet con 57 navi rompighiaccio (48 delle quali a propulsione nucleare) a cui si contrappongono le sole 5 della US Navy (delle quali solo due a propulsione nucleare), la Russia può legittimamente rivendicare la NSR come parte delle proprie “acque interne”. Tra scambi d'accuse tra Washington e Mosca, con esercitazioni e voli ricognitivi spesso accusati dall'altra parte d'essere “rischiosi”, l'Artico sembra tornato a tempi che si credevano sepolti con la Guerra Fredda. Controllando la Groenlandia, più di quanto già facciano oggi con propri presidi militari, gli Stati Uniti potrebbero così colmare almeno in parte il divario che li separa dalla Russia, sebbene sia piuttosto difficile, ad esempio, immaginarsi un potenziamento della flotta che la porti a poter rivaleggiare in tempi brevi con quella russa del nord. I problemi per Washington si pongono però anche con Pechino: come ricordato dal suo recentemente ribattezzato Department of War, nell'Artico la Cina terrebbe ormai un atteggiamento sempre più “assertivo” ("come si permette!", è probabilmente il pensiero di molti analisti statunitensi), tanto da definirsi ormai near Arctic-State ed integrare la regione nella sua Belt and Road Initiative (BRI) tramite la Polar Silk Road. Effettivamente, percorrendo la NSR, si possono risparmiare i tempi di viaggio anche del 40%, un vantaggio di non poco conto per qualsiasi progetto logistico. Vi è poi il capitolo delle risorse sin qui inesplorate od esplorate solo in minima parte, tanto che chiedendosi cosa significhi per gli Stati Uniti la presenza cinese nell'Artico, la Rand parla con allarme dei vari progetti congiunti di Mosca e Pechino, come lo Yamal LNG, primo impianto artico di gas naturale liquefatto. Si può facilmente dedurre come queste cooperazioni tra Cina e Russia, spesso di natura scientifica od energetica, o ancora di sicurezza, siano state alla prima occasione distorte da Washington tramite i suoi vari think-tank come “aggressività cinese” mirata alla Groenlandia: e così ecco la curiosa giustificazione trumpiana secondo cui “se non me la prendo io, se la prenderà qualcun altro”.

 

In generale, come testimoniato anche dall'European Policy Centre, l'UE teme per un futuro politico sempre più incerto, che potrebbe minare la sua sopravvivenza, e così pure la NATO, mentre alcuni paesi europei, comunitari ed extracomunitari che siano, già s'interrogano su un futuro che vedrà sempre più certificata la loro perdita dello status di "grandi potenze relative" detenuto sin dalla Seconda Guerra Mondiale. Quella perdita di status, per Francia ed Inghilterra, si qualifica anche in una potenziale perdita del proprio status coloniale: di fatto, un colonialismo ormai vecchio e debole verrebbe soppiantato da un altro, più forte e di nuova generazione, e dagli istinti ancor più predatori, disposto anche a riscrivere le pagine del diritto internazionale pur di centrare i propri obiettivi. In tutto questo dramma tra "vecchia" e "nuova nobiltà" del mondo occidentale, s'aggira sogghignante un fantasma più volte criticato da Cina, Russia e da tutto il Sud Globale: è il fantasma del "doppio standard", un vero e proprio banshee annunciatore di disgrazie. E' tanto un fantasma che ogni volta che a Stati Uniti, Europa e NATO il resto del mondo glielo indicava, costoro non lo vedevano: e infatti oggi ne restano vittime. Stati Uniti e Unione Europea insieme hanno fatto e disfatto tutto ciò che volevano del diritto internazionale (parlavamo, giusto al principio di questa trattazione, delle blande e sostanzialmente complimentose reazioni europee al piratesco atto statunitense contro Maduro), e tuttora sarebbero prontissimi ad opporsi, giusto per fare un esempio, al giusto e fisiologico ritorno di Taiwan alla Madrepatria; con tutto che adesso si divorino tra loro partendo dalla Groenlandia. Occhio, perché il fantasma del "doppio standard" non si ferma qua. Mentre l'Europa piange per la sovranità danese, dimenticando i propri scheletri coloniali, e Trump marcia verso l'Artico o almeno così sogna di fare, Russia e Cina insieme a tutto il Sud Globale prendono nota, vedendo come anche stavolta il tempo abbia dato loro ragione. L'ordine post-1945 si sgretola, e il doppio standard applicato per decenni contro il resto del mondo ora morde i suoi creatori. La Groenlandia non è soltanto ghiaccio: è lo specchio di un Occidente diviso, predatore e ipocrita, pronto ad implodere sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.

 

image-868

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Rimani aggiornato su tutte le novità e gli ultimi articoli del Blog