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Sudan e non solo Sudan: eliminare le cause originarie del conflitto - Seconda Parte

26-12-2025 18:00

Filippo Bovo

Sudan e non solo Sudan: eliminare le cause originarie del conflitto - Seconda Parte

Un’ulteriore disgregazione del Sudan dopo quella già patita nel 2010, con la secessione e l’elevazione a Stato di gran parte del suo ovest, ben oltre

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Un’ulteriore disgregazione del Sudan dopo quella già patita nel 2010, con la secessione e l’elevazione a Stato di gran parte del suo ovest, ben oltre il Darfur e il Kordofan, non segnerebbe soltanto la scomparsa del paese, ma introdurrebbe ad una nuova e grande stagione di instabilità un’immensa regione già oggi estesamente destabilizzata. Questa Immensa regione copre gran parte dell’Africa Subsahariana, dai Grandi Laghi alla Valle del Nilo, dal Sahel al Corno d’Africa, riunendo vari paesi attraversati da forti vulnerabilità e divisioni interne, spesso all’origine di ripetuti conflitti civili o regionali. Tutti questi conflitti sono a loro volta direttamente od indirettamente collegati l’un l’altro dall’azione di forze militari e gruppi terroristi che disinvoltamente si spostano da un paese all’altro, non conoscendo confini e trovando oltrefrontiera appoggi, risorse o rotte sicure per quei traffici che al contempo motivano ed alimentano le loro attività eversive e criminali. Ben manovrati e foraggiati dall’alto, godono di complicità facilmente intuibili, spesso godendo, indipendentemente dal gruppo o dal conflitto di cui parliamo, degli stessi promotori e beneficiari.

 

Che si tratti di gruppi islamo-fondamentalisti, come JNIM, ISGS, ISWAP, Boko Haram, Ansaru ed altri, in Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad o Nigeria centro-settentrionale, e via dicendo, o di Al-Shabaab in Somalia e delle stesse RSF in Sudan insieme a molte altre che gli sono alleate o che agiscono indipendentemente; o degli M23 sostenuti da Ruanda, Uganda e Kenya nell’est della Repubblica Democratica del Congo (al momento prevalenti, ma non unici in regioni come Kivu ed Ituri dove di gruppi armati e radicali se ne contano oltre duecento); o dei fronti in contrapposizione in Sud Sudan o ancora delle tante fazioni che oggi sempre più enfatizzano la disunità dell’Etiopia, con numerosi casi di sollevazioni interne e guerre civili localizzate dal Tigray all’Amhara fino all’Oromia e in altri stati federati; in tutti questi come in altri conflitti i registi che dall’alto tirano le fila spesso sono sempre gli stessi, o quantomeno assai vicini tra loro. Il Sudan è proprio al centro di tutta questa immensa regione costellata di conflitti le cui cause ultime, prima che nella realtà locale, vanno sempre individuate in sontuosi palazzi ubicati altrove. Se il Sudan dovesse sparire o quasi dalla cartina geografica, perdendo la sua unità nazionale e politica, tutti questi conflitti interni e regionali sin qui elencati, insieme ad altri, si ritroverebbero di fatto geograficamente saldati tra loro, con un ripetersi potenzialmente in peggio del copione già visto dopo la disgregazione (anche allora eterodiretta) della Libia nel 2011. A chi può interessare, e giovare, questa prospettiva?

 

Questa, ovvero il cui prodest?, a chi giova?, è la giusta domanda da farsi, perché può permetterci di capire quali interessi e finalità alimentino il conflitto civile sudanese. Nella prima parte di questo articolo abbiamo parlato del ruolo di Emirati Arabi Uniti ed Israele nel sostegno e nelle fortune delle RSF: storia peraltro ormai vecchia, visto il supporto dato loro quando ancora si chiamavano Janjaweed, sia nel Darfur che nella loro “missione” nello Yemen nel 2015. Del resto, sempre Emirati ed Israele, insieme ad altri, molto si diedero da fare perché la guerra civile sudanese del passato portasse al battesimo di un Sud Sudan corrispondente ai loro desiderata. Il Nilo e il Mar Rosso sono le due grandi ossessioni della geopolitica israeliana ed emiratina, e tutte le aree che tali regioni contengono o costeggiano sono inevitabilmente parte di una tale strategia, ben più che continentale. Possiamo a buon diritto dire più che continentale perché, non limitandosi alla sola Africa o a molta sua parte, comprende anche la Penisola Arabica, il Mashreq, trovando ad esempio nello Yemen un altro dei suoi più importanti punti di convergenza. Il secessionismo sempre più alle porte dello Yemen meridionale, sotto la guida delle forze del STC (Southern Transitional Council, spesso riassunto nella più sbrigativa ma non completa definizione di al-Hirak) sostenuto da Emirati ed Israele, in funzione anti-Houthi, dopotutto è notizia proprio di questi ultimi giorni; e, guarda caso, trova sulla sponda somala una sua corrispondenza in quello del Somaliland, su cui ugualmente Abu Dhabi e Tel Aviv puntano a più non posso, avvalendosi di una qabila compiacente (gli Isaaq, talvolta affiancati dai Gadabuursi e dai Ciise, ed osteggiati dai Dhulbhante) e di un governo (quello etiopico di Abiy Ahmed), a sua volta oltremodo complice.

 

Del supporto degli Emirati Arabi Uniti in Sudan abbiamo già parlato, con tanto di forniture sin dal 2023 in termini di armamenti, come mercenari dalla Colombia e droni di fabbricazione cinese riesportati da Abu Dhabi all’insaputa di Pechino e in violazione dell’embargo ONU (non è purtroppo una novità: in ogni paese in guerra, malgrado le sanzioni automaticamente applicate, le armi giungono comunque in abbondanza). Le RSF hanno potuto ricevere queste come altre forniture attraverso la Libia e il Ciad, con rotte aeree e terrestri lungo il Sahara fino al Darfur, e così pure attraverso l’Etiopia, con rotte analoghe dal Somaliland e dal Puntland fino al Nilo Azzurro. Già una simile struttura logistica ci fa capire quanto essenziale sia, per le RSF, mantenere il controllo di stati come Darfur, Kordofan e Nilo Blu, e per i loro promotori che vi riescano anche in futuro; ma pure, per lo stesso principio, perché sia altrettanto essenziale per le SAF e i loro alleati strappare quei territori alle forze nemiche, privandole così delle vie di rifornimento. L’oro sudanese, che le RSF veicolano agli Emirati in cambio proprio di tutto quel cospicuo sostegno, rappresenta uno dei grandi, benché non unico, motori di questo conflitto.

 

Gli Emirati sono ormai universalmente descritti come un hub globale per l’oro africano di provenienza illecita, con importazioni che largamente superano nei numeri le esportazioni ufficiali. In questo 2025 ormai agli sgoccioli, circa il 66% dell’oro importato dall’Africa, in primis proprio da paesi come Sudan, Libia e Ciad, è risultato di contrabbando, al contempo fonte e frutto di conflitti. Ciad ed Etiopia sono i primi vettori per l’oro estratto illegalmente in Sudan, in aree controllate dalle RSF e pertanto fuori dal controllo dello Stato, poi trasportato negli Emirati. Le rotte, esattamente come per le forniture di armi, sono sempre delle più varie: dai porti come Berbera in Somaliland e Bosaso in Puntland a basi sul suolo ciadiano ed etiopico, o ancora sfruttando il ponte aereo garantito dal Darfur alla Libia meridionale dal governo del Generale Khalifa Haftar. Benché Abu Dhabi neghi tutte queste responsabilità, i rapporti ONU e SwissAid parlano chiaro, a tacer poi di un’ormai cospicua raccolta di servizi apparsi su MiddleEastEyeAl JazeeraBloombergStratforThe Century, ecc, e chi più ne ha più ne metta: difficile ormai tenerne la conta.

 

Con importazioni del “metallo nobile” per eccellenza che di gran lunga superano le sue esportazioni ufficiali, dando luogo ad un’immensa ed inquietante “economia informale di Stato”, per gli Emirati sarà sempre irricevibile qualsivoglia prospettiva di rinunciare a tanta facile e redditizia “manna dal cielo”. Questa vera e propria “industria neocoloniale”, recando poi importanti benefici anche ad altri paesi come Israele, che successivamente acquisiscono vaste quote di quell’oro o “partecipano agli utili” (ad esempio, israeliani sono i piloti che dal Ruanda trasportano l’oro illecitamente prelevato dagli M23 nell’est della Repubblica Democratica del Congo; ma non è certo l’unico caso), rafforza e cementa insieme alleanze e rispettive strategie regionali già consolidate, e conduce ad ulteriori e sinistri “rialzi della posta in gioco”. La politica emiratina di corsa ai porti del Corno d’Africa e della Penisola Arabica Meridionale ne è una prova, al contempo causa ed effetto: oltre ai già nominati porti di Berbera e Bosaso, anche altri come Aden e Mukalla nello Yemen meridionale non sfuggono infatti alle sue attenzioni, e questo spiega perché, oltre a fomentare il secessionismo del Somaliland e i distinguo tra governo regionale del Puntland e governo federale di Mogadiscio, Abu Dhabi punti anche a tenere a battesimo un nuovo Yemen del Sud che analogamente gli sia satellite. Così, non soltanto a Berbera, Bosaso, Aden o Mukalla, Abu Dhabi ed Israele andrebbero ad insediare, come già ufficialmente dichiarato, propri porti e basi militari.

 

Insomma, tra le cause originarie del conflitto in Sudan non sono solo le RSF e il loro ruolo di “stato nello Stato” a dover essere rimosse, ma anche i giri che fino ai “piani alti”, in quei “sontuosi palazzi ubicati altrove”, oltremare, ne garantiscono l’esistenza e l’operato; e lo stesso vale per le analoghe e sinistre fortune di JNIM in Mali e Burkina Faso, o degli M23 nella Repubblica Democratica del Congo, e via dicendo. E’ una “industria neocoloniale” che non trova certo nei complici locali (la Libia, il Ciad, l’Etiopia, il Kenya, il Ruanda, l’Uganda, ecc, semplici tramiti e partner minori, cospicuamente eterodiretti ed influenzati), la “terminazione finale” dei suoi “piani alti”.

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