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Il riconoscimento del Somaliland: non c'è solo la mano di Israele

28-12-2025 22:36

Filippo Bovo

Il riconoscimento del Somaliland: non c'è solo la mano di Israele

Il 26 dicembre Israele ha annunciato il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente e sovrano, primo membro della "comunità internazionale"

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Il 26 dicembre Israele ha annunciato il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente e sovrano, primo membro della "comunità internazionale" a muoversi in tal senso. Nel 1991, allo scoppio della guerra civile in Somalia, il Somaliland proclamò la sua indipendenza, senza che tuttavia nessuno sin qui la riconoscesse. La linea seguita dalla "comunità internazionale" - dai paesi della regione sino alla grandi potenze a livello globale, oltre alle varie organizzazioni internazionali e/o intergovernative come ONU, Unione Africana, Lega Araba, OIC (Organizzazione per la Cooperazione Islamica), IGAD (Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo), ecc, di cui Mogadiscio è parte - è stata sempre quella di una "una sola Somalia". La Somalia considera il Somaliland sua parte e per la precisione una delle sette repubbliche della sua Costituzione federale. Tuttavia, uno Stato non riconosciuto non sarebbe potuto sopravvivere sin qui, per oltre trent'anni, senza godere di certi appoggi trasversali e spesso insospettabili: presto lo vedremo più approfonditamente, ma si può già dare per inteso che Israele sia stato proprio uno di questi sostenitori, nel suo caso pure alquanto manifesto.


Benjamin Netanyahu ha parlato di un "momento storico", comunicando al Presidente somalilandese, Abdirahman Abdullahi, d'aspettarlo a breve per una visita in Israele. Il giorno dopo, 27 dicembre, anche il Sud Sudan ha avvisato di voler procedere al riconoscimento del Somaliland: ma è una notizia che non sorprende, giacché proprio a Israele e agli Stati Uniti il Sud Sudan deve la sua indipendenza dal Sudan, battezzata nel 2010, a farne attualmente il più giovane Stato africano. Se il riconoscimento del Somaliland andrà in porto, con un suo futuro ingresso all'ONU, Hargeisa sarà insieme a Juba un altro satellite di Tel Aviv in un'area, quella dai Grandi Laghi a tutta la Valle del Nilo sino al Corno d'Africa e al Mar Rosso e al Golfo di Aden, che ad Israele è sempre strategicamente interessata tantissimo. 


Sebbene ufficialmente la sua popolazione sia poco sopra i sei milioni d'abitanti, su una superficie di circa 176mila kmq, nella realtà dei fatti le proporzioni della nascitura repubblica somalilandese, con capitale Hargeisa, sono ben minori. Nel corso degli anni numerose sono state le defezioni subite, con le popolazioni delle aree di Sol e Sanag andate a ricongiungersi con Mogadiscio; mentre l'annuncio del riconoscimento, e l'ufficializzazione della "simbiosi" con Israele, ha dato ora luogo a sollevazioni popolari in quelle di Selel e Awdal tra gli Issa, secessionisti, e i Gadabursi, unionisti favorevoli al ritorno con la Somalia. L'annuncio del riconoscimento del Somaliland, già ridotto a ben poca cosa rispetto al 1991, lascia ora al governo di Hargeisa una porzione di territorio davvero parcellizzata, mentre Awdal si proclama nuovo Stato a sua volta, candidato a divenir membro della Repubblica Federale Somala. Come spesso capita, non bisogna mai fare i conti senza l'oste.


Per Israele, gli interessi che portano al riconoscimento dell'indipendenza di Hargeisa, dopo averla sin qui alimentata sottobanco per anni insieme ad altri partner, sono fortemente legati all'attuale congiuntura geopolitica. Inserire il nuovo Stato negli Accordi di Abramo (fortemente sostenuti da Washington, che con Tel Aviv punta a farli rivivere malgrado il loro insuccesso: la guerra scoppiata dal 7 ottobre 2023 non ha certo visto un Medio Oriente allineato ad Israele, quando proprio questa doveva essere invece la loro funzione), risulta uno degli obiettivi essenziali, seppur non l'unico. Hargeisa s'è dichiarata disponibile a muoversi in tal senso, col Presidente Abdullahi che ha definito l'adesione agli Accordi "un passo verso la pace regionale e globale". La prospettiva di nuovi e massicci investimenti israeliani ed americani nelle infrastrutture, nell'agricoltura e nella tecnologia appare a dir poco allettante per uno Stato con un PIL pro capite poco sopra i 1300 dollari annui, un limitato accesso alla finanza internazionale, un tasso di disoccupazione oltre il 70%, fortissimi tassi d'emigrazione e una valuta clandestina, priva di corso legale come lo scellino del Somaliland, che neppure ad Hargeisa nessuno usa preferendo il dollaro americano.


Tuttavia, l'adesione agli Accordi di Abramo, insieme al riconoscimento, potrebbero comportare per il Somaliland anche l'accettazione di profughi da Gaza, che secondo i piani israeliani ed americani dovrebbero abbandonare la Striscia nel maggior numero possibile. Già mesi fa Washington e Tel Aviv s'erano rivolte al Somaliland, oltre che alla Somalia e ad altri paesi della regione (ad esempio il Sudan, in cambio di aiuti al governo contro le RSF: un paradosso, se pensiamo che proprio questi paesi, insieme agli Stati Uniti, le sostengono), perché ne accogliesse una quota piuttosto ingente. A gennaio 2025 le stime variavano tra i 100 e i 500mila gazawi da mandare in Somaliland; con aggiornamenti usciti a marzo, sempre piuttosto ufficiosi, che avevano parlato di una prima quota tra i 50 e i 100mila entro il 2026. Stati Uniti ed Israele avrebbero "pagato il disturbo" veicolando su Hargeisa fondi per strutture abitative, con ulteriori sviluppi in base alla stabilità regionale. Tali proposte, rimaste in ambito "esplorativo", vennero però respinte dai vari paesi interpellati, trovando pure forti ostilità sul piano  internazionale. L'ipotesi, ancor più ufficiosa, che ora il Somaliland possa accogliere sul proprio territorio profughi palestinesi come "prova d'amore" verso Israele e gli Stati Uniti, va incontro a grosse difficoltà pratiche: malgrado le forti pressioni che Tel Aviv sta rivolgendo ad Hargeisa, la popolazione locale come già abbiamo raccontato è in gran subbuglio, con una vera e propria rivolta popolare per detronizzare il Presidente Abdullahi. Questi, eletto un anno fa, è esattamente come il suo predecessore Muse Bihi Abdi un membro della qabila degli Isaaq, di cui la Repubblica del Somaliland è in pratica una proprietà privata: ben si comprende, dunque, perché gli altri clan locali non vogliano sentirsene parte, in uno Stato che ufficializzando la sua indipendenza li sequestrerebbe sottraendoli all'unione con la Somalia a cui sono fedeli. 


Sbaglieremmo però a considerare il riconoscimento del Somaliland soltanto sul piano dell'adesione agli Accordi di Abramo e dell'eventuale trasferimento di civili e miliziani gazawi. Le mire strategiche di Israele sul Corno d'Africa e le sue coste non si limitano solo a questo, andando a mescolarsi a quelle di due suoi stretti partner regionali come Emirati Arabi Uniti ed Etiopia. Sin dal 2017 Abu Dhabi è attiva con la sua DP World nel porto di Berbera, dove attualmente finanzia nuove espansioni tra cui scali navali e basi militari congiunte con Israele. I due paesi già collaborano insieme, sul suolo somalilandese, nell'intelligence e in operazioni contro gli Houthi, e non appare difficilmente pensare quanto una più ufficiale, massiccia e stabile presenza nel giovane Stato africano risulti ad entrambi essenziale proprio per limitare l'azione degli Sciiti yemeniti, combatterli più efficacemente e securizzare le rotte lungo il Golfo di Aden e il Mar Rosso alla volta del porto israeliano di Eilat. In fondo già da tempo, approfittando del controllo che vi hanno stabilito gli Emirati, Israele sta installando radar di allerta precoce a Berbera e sulla vicina isola di Zuqar, funzionali sia ad intercettare i razzi lanciati dagli Houthi sia i movimenti della marina somala e turca. Sempre a tale scopo, Israele fornisce Hargeisa dei suoi droni di ricognizione, prevalentemente modelli Hermes ed Heron. Gli Emirati oltre a finanziare la propria espansione nel Somaliland, sono pertanto disponibili a farlo anche con quella israeliana e così pure con quella etiopica. 


Già a gennaio 2024 Addis Abeba aveva annunciato infatti un MoU con Hargeisa in base al quale, in cambio di uno scalo navale e militare a Berbera, avrebbe provveduto poi a riconoscere il Somaliland esercitando così una plausibile influenza su altri suoi partner e soprattutto membri dell'Unione Africana. Si sapeva già allora che Abu Dhabi, in forti rapporti con Addis Abeba, avrebbe finanziato le infrastrutture etiopiche in Somaliland: con quel MoU l'Etiopia, comportandosi da "testa d'ariete" delle strategie israelo-emiratine, avrebbe creato il precedente a cui poi Israele ed Emirati avrebbero potuto più tranquillamente e meno polemicamente "accodarsi". L'opposizione di paesi come Egitto e Turchia, che inviarono e rafforzarono la loro presenza in Somalia imprimendo una forte azione diplomatica, insieme alla forte condanna sia delle potenze regionali che globali, condusse però quel proposito su un binario morto. Ora che tornano a muoversi le acque, il famigerato MoU coi relativi propositi espansionistici etiopici (ed israelo-emiratini che vi si celano) potrebbe tornare d'attualità, con tanto di riconoscimento anche da parte di Addis Abeba. Nel frattempo, a giugno 2025, è stata annunciata la costruzione di una ferrovia dall'Etiopia a Berbera, finanziata proprio da Abu Dhabi.


Tutte queste strutture (israeliane, emiratine ed etiopiche, a tacer di quelle americane: dopotutto soltanto poche settimane fa il capo di AFRICOM, Gen. Dagvin R. M. Anderson, durante il suo viaggio nel Corno d'Africa, insieme ad altri colleghi s'è recato oltre che in Etiopia e in Puntland anche in Somaliland), non si limitano però al solo contrasto degli Houthi e dei loro alleati nell'area, Iran per primo. Cruciale è, per tutta questa alleanza, controllare le rotte tra Mediterraneo ed Oceano Indiano, che lungo il Mar Rosso, lo Stretto di Bab el-Mandeb e il Golfo di Aden hanno conosciuto il loro anello debole, il loro collo di bottiglia. Per quel corridoio transita il 12% della ricchezza globale, e il conflitto in Medio Oriente ne ha dimostrato tutta la fragilità. 


Oltretutto, nel 2023 gli Stati Uniti hanno battezzato l'IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), per contrastare la BRI (Belt and Road Initiative, qua più comunemente nota come "Nuova Via della Seta") promossa dalla Cina. Collega l'India (che negli obiettivi americani dovrebbe sostituire la Cina nel ruolo di massimo partner commerciale e fornitore tecnologico ed industriale dell'Occidente, favorendone così il "disaccoppiamento" da Pechino) agli Emirati, per approdare dopo aver attraversato Arabia Saudita e Giordania sulla sponda mediterranea di Israele, da dove dovrebbe poi rifornire i mercati europeo ed americano. Con la sua posizione vicina a Bab el-Mandeb, il Somaliland rafforzerebbe questa catena contenendo l'importante influenza saudita nell'area, oggi accompagnata anche da quella in grande espansione di Turchia ed Egitto. 


Vi è poi un "convitato di pietra" come il famoso Canale Ben Gurion, un progetto a cui Israele e Stati Uniti lavorano sin dagli Anni '50, canale alternativo a Suez, teso a rompere il monopolio egiziano detenuto da Suez per le rotte tra Mediterraneo ed Oceano Indiano. Attraversando il Negev e il Sinai, per la sua sicurezza e realizzabilità richiederebbe il controllo della Striscia di Gaza, da cui non a caso si mira ad evacuare quanta più popolazione gazawi possibile. Dopo i falliti tentativi d'avviarne i lavori negli Anni '60, '70 e ‘80, stavolta il governo di Netanyahu vorrebbe tornare alla carica, facendone un elemento che gli garantisca la sopravvivenza politica e il pieno successo: il varo dell’IMEC, dopotutto, potrebbe renderne oggi più probabile un rilancio del progetto. Tuttavia, varie difficoltà pratiche (dal disarmo di Hamas e delle altre sigle attive sulla Striscia ad un'effettiva deportazione dei gazawi, oltre alle ostilità dei vari paesi della regione e alle limitazioni imposte dallo stesso claudicante "Piano di Pace" di marca americana), unite all'elevato costo economico (secondo le stime, tra i 16 e i 55 miliardi di dollari, fino addirittura a 100 miliardi), al momento lo rendono ancora un progetto oltremodo “ambizioso”.


Un altro importante tassello garantito dal riconoscimento del Somaliland, e dal consolidamento della sua simbiosi coi partner israeliano ed emiratino, risiede inoltre nel coinvolgimento di quest’ultimi nel contrabbando di oro dal Sudan e da altre aree del Continente, dai Grandi Laghi al Sahel, fino al Corno d’Africa. Come già raccontato di recente negli articoli dedicati alla guerra civile in Sudan, vari rapporti da Chatham House a SwissAid vedono gli Emirati importare illecitamente ingenti quantitativi del “metallo nobile” dal paese grazie al sostegno assicurato alle RSF (almeno 29 tonnellate nel 2025, con un aumento del 70% rispetto all’anno precedente: ma sono stime molto “prudenziali”). Insieme all’oro prelevato nell’est del Congo e veicolato dagli M23 attraverso Ruanda e Uganda, a quello estratto illegalmente nel Tigray o ancora quello prelevato da gruppi come JNIM in Mali e Burkina Faso, possiamo farci un’idea della grandezza dei volumi importati negli Emirati. Non a caso oggi Dubai è considerato il primo hub mondiale per l’oro africano di provenienza illegale, con una “economia informale di Stato” che costituisce una vera e propria “industria neocoloniale”. Quel che un tempo facevano i Cecil Rhodes, oggi lo fanno gli Emirati con Israele, usando partner come Somaliland, Ruanda, Uganda, Etiopia o Ciad come loro novelle basi d’appoggio.


Per meglio blindare l’area tra Corno d’Africa e Penisola Arabica, tra Mar Rosso e Golfo di Aden, il progetto israelo-emiratino di revisione della sua architettura geopolitica non si limita solo al Somaliland: insieme al riconoscimento della sua indipendenza, Tel Aviv e Abu Dhabi sovrintendono anche al percorso, assai bellicoso, che secondo i loro piani condurrà anche all’indipendenza di un nuovo Stato nell’est del Sudan (corrispondente soprattutto a Darfur e Kordofan, sotto la guida delle RSF e del loro “Governo di Pace ed Unità”) e di uno nello Yemen meridionale (sotto la guida del STC, il Southern Transitory Council, spesso in gergo riassunto con la comunque parziale denominazione di al-Hirak). In questo modo, Israele ed Emirati potrebbero dire d’aver finalmente completato una buona parte della loro strategia regionale, che passa proprio per la frammentazione di grandi e medi Stati africani e mediorientali, dal Sahel ai Grandi Laghi, dalla Valle del Nilo al Corno d’Africa fino alla Penisola Arabica e al Mashreq. 


E’ però una strategia gradita anche a molti attori non locali. Non è certo ignota, dopotutto, la vicinanza di Taiwan al Somaliland, e non soltanto per una semplice solidarietà tra “paesi non riconosciuti”. La notizia del riconoscimento di Hargeisa è stata accolta con favore da Taipei, che vi vede un positivo precedente per il suo futuro. Dal 2020 tra i due paesi esistono reciproci uffici di rappresentanza, che agiscono da vere e proprie ambasciate pur senza averne il titolo ufficiale, mentre a luglio 2025 Taipei ed Hargeisa hanno firmato un accordo per la cooperazione tra le loro guardie costiere proprio a tutela delle rotte lungo il Golfo di Aden. Da Taiwan il Somaliland riceve droni per la sorveglianza, sistemi di comunicazione per monitorare la pirateria e soprattutto enormi investimenti in settori come la tecnologia, l’agricoltura e la sanità, che ne fanno il principale partner finanziario di Hargeisa. Anche altri paesi, dall’Inghilterra (il cui parlamento regolarmente ospita delegazioni di Hargeisa) al Canada, dal Kenya all’Arabia Saudita, dalla Francia alla Svezia, oltre ovviamente ai già più volte nominati Emirati, Israele ed Etiopia, intrattengono da anni forti rapporti col Somaliland. Insomma, è anche così che per decenni ha potuto sorreggersi uno “Stato clandestino” come il Somaliland, fino alla fulminea emersione di questi giorni.


La vivacità degli indipendentisti taiwanesi dinanzi alla novità del possibile precedente somalilandese non è ovviamente passata inosservata agli occhi di Pechino: anche la Cina, infatti, è tra i numerosi paesi che hanno fortemente condannato la decisione israeliana. Per Pechino, infatti, quel precedente è pericoloso, e in futuro potrebbe propiziare un eventuale riconoscimento di Taiwan da parte degli Stati Uniti o di loro “teste d’ariete” ad hoc; tanto che in risposta all’asse Hargeisa-Tel Aviv-Taipei, la Cina ha espresso da tempo una posizione che si qualifica come One Somalia Policy. Il principio di “una sola Somalia”, per Pechino, ha dunque valenza quanto quello di “una sola Cina”: esiste una sola Somalia, con capitale Mogadiscio, esattamente come esiste una sola Cina, con capitale Pechino, ed è quanto del resto riconosciuto ed affermato a livello di diritto internazionale. 


Ma ad animare Pechino non è soltanto l’ostilità ad ogni ipotesi di un precedente politico che possa mettere a repentaglio il ritorno di Taiwan alla Madrepatria, insieme al rischio che nuovi insediamenti militari israeliani vadano a minacciare la BRI e le rotte lungo Bab el-Mandeb oltre alla stessa base cinese a Gibuti. Come nel caso dei partner dell’Unione Africana, della Lega Araba e dell’OIC, e molti altri che hanno emesso nelle ultime ore dei comunicati congiunti, a scatenare la reazione di Pechino è anche la geopolitica della destabilizzazione portata avanti da Israele, che accusa di servire “agende di spostamento forzato”, e le immense questioni umanitarie che ciò va a comportare. La Cina, sempre in queste ore, ha ribadito che non consentirà che la sofferenza dei palestinesi sia usata per “alterare la realtà geografica e demografica” del Corno d’Africa e del Medio Oriente.


Pechino ha già iniziato a rispondere anche sul piano materiale, e non solo comunicativo, annunciando la fornitura di nuovi pacchetti di aiuti militari ed infrastrutturali a Mogadiscio, che andranno ad aggiungersi a quelli già distribuiti in passato (oltre a quelli sin qui erogati anche da Turchia ed Egitto). In sede ONU, da membro permanente del Consiglio di Sicurezza, ha informato che porrà il veto a qualsiasi tentativo di ammettere il Somaliland tra i nuovi membri o di dare legittimità internazionale agli accordi tra Hargeisa e Tel Aviv, mentre la sua marina militare (PLAN) già ha intensificato i pattugliamenti nel Golfo di Aden.


Vi è poi un paese nella regione di cui sin qui non abbiamo parlato, l’Eritrea, che per un antico debito di riconoscenza ha sempre sostenuto la Somalia. Negli anni della Guerra d’Indipendenza dall’Etiopia, i combattenti eritrei dell’EPLF (Eritrean People's Liberation Front) ricevevano il loro unico sostegno proprio dalla Somalia, oltre che dal Sudan, e per questo Asmara li considera suoi paesi fratelli, al cui fianco esserci sempre. Malgrado le ultraventennali sanzioni occidentali, che le erano state comminate con la falsa accusa di avervi sostenuto al-Shabaab (un paradosso, giacché l’Eritrea aveva combattuto e vinto su al-Qaeda anni prima, e gli al-Shabaab erano stati creati dall’azione mista dell’intelligence etiopico ed americano a seguito dell’intervento dell’Etiopia in Somalia nel 2006, contro le Corti Islamiche), l’Eritrea è sin qui riuscita da sola a formare oltre 25mila ufficiali del nuovo esercito somalo, nel processo di ricostruzione della nuova Somalia unita. L’Eritrea non ha ancora detto nulla riguardo alla notizia del riconoscimento del Somaliland*, contrariamente agli altri paesi e ai suoi alleati, ma ciò non ci deve sorprendere: Asmara da sempre non parla, ma agisce. Ed è proprio questo che turba di più gli animi di quegli attori regionali ed internazionali (dall’Etiopia ad Israele, dagli Emirati agli Stati Uniti) che da sempre nell'Eritrea vedono il principale e più strategico avversario tra il Mar Rosso e il Corno d’Africa.

 

*Aggiornamento. Poco dopo l’uscita dell’articolo, è uscito il comunicato del Ministero dell’Informazione eritreo, breve e sibillino, al cui interno si fa menzione proprio alla stretta equivalenza tra One China Policy e One Somalia Policy: molto più di un invito o di un consiglio a Pechino, come prima superpotenza chiamata a far sentire la propria voce contro questo grave arbitrio nei confronti del diritto internazionale, è un avviso alla “comunità internazionale” e soprattutto ai padrini del separatismo somalilandese a non giocare col fuoco.

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