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Tra crisi finanziaria e rivolta sociale, l'Unione Europea colosso dai piedi d'argilla

20-12-2025 22:45

Filippo Bovo

Tra crisi finanziaria e rivolta sociale, l'Unione Europea colosso dai piedi d'argilla

Quanto in atto in questi giorni, non soltanto a Bruxelles, certifica la crisi sempre più profonda dell'Unione Europea. E' forse ancora piuttosto ottim

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Quanto in atto in questi giorni, non soltanto a Bruxelles, certifica la crisi sempre più profonda dell'Unione Europea. E' forse ancora piuttosto ottimistico affermare che sia una crisi ormai irreversibile, oltre il punto di non ritorno; ma di certo neanche tanto escludibile. I conflitti interni, stavolta relativi all'accesso ai fondi sovrani russi congelati, la paralizzano; mentre il malcontento popolare, giunto dalle campagne fin sotto i palazzi del potere, la assediano. 

 

I fondi sovrani russi, già tecnicamente congelati lo scorso 12 dicembre, sono rimasti infine inaccessibili alla Commissione Europea che mirava a farne uso per sostenere l'Ucraina; in cambio, Bruxelles erogherà a Kiev 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027 attraverso l'emissione di debito comune, garantito dal bilancio comunitario. I fondi russi, intatti, serviranno come “garanzia morale” o “strumento di pressione” in vista di un futuro che molto probabilmente non andrà a coincidere con le aspettative europee: Kiev rimborserà il prestito quando Mosca pagherà le riparazioni di guerra (ipotesi piuttosto difficile, in un ruolo di vincitrice già oggi più che chiaro), e a quel punto i fondi oggi congelati saranno usati per saldare il debito. Nella battaglia abbiamo visto schierarsi e scontrarsi fronti diversi: i “falchi” come Germania, Polonia e paesi baltici che intendevano avvalersi dei fondi russi senza porsi problemi per le conseguenze legali e finanziarie che ne sarebbero derivate (o così puntando, addirittura, a favorirle, magari per poi spostare il confronto sul piano politico); gli “incerti” o “mediatori” come Italia, Belgio, Bulgaria e Malta che, pur sostenendo Kiev, quelle conseguenze invece preferivano evitarle; e i “contrari” come Ungheria e Slovacchia che assolutamente, di rigirare all'Ucraina i capitali russi già investiti in Europa non ne volevano proprio sentir parlare. Di conseguenza, il ricorso al debito comune, a cui anche Viktor Orban ha infine schiuso le porte onde terminare la battaglia comunitaria, è parso un buon compromesso per prevenire il peggio di una crisi politica che a quel punto sarebbe risultata piuttosto difficile da contenere davanti alle gravi conseguenze che il ricorso ai fondi congelati avrebbe comportato. Ancor più considerando che Mosca ha già avviato la sua battaglia legale contro la belga Euroclear, dove buona parte dei fondi sono depositati.

 

Oltretutto, confiscare beni e capitali all'estero costituisce sempre un pericoloso precedente che anche Bruxelles potrebbe a sua volta pagare, non soltanto con Mosca. Tali precedenti, che a ben guardare tanto tali non sono dacché già altri ne sono avvenuti, finiscono sempre per scontrarsi con inevitabili e dolorose ritorsioni. A tacer poi che anche altri paesi ed investitori potrebbero a loro volta aver remore in futuro ad investire in Europa, o peggio ancora vedervi spunti per ritirare quanto di già investito: ad esempio il recente caso di Nexperia, assommandosi ad altri spiacevoli episodi già occorsi nei rapporti economici sino-europei, è stato un nuovo e sonoro campanello d'allarme per Pechino. Insomma, per il momento l'UE evita il peggio ovvero lo rimanda al futuro, quando altre e più grandi umiliazioni si prospetteranno; ma non lo stesso si può dire per la Commissione Europea, al Consiglio Europeo ancor più contestata e in minoranza che al Parlamento Europeo. Pur non essendo una novità, si tratta comunque di una tendenza grave tanto per la Commissione quanto per tutte le altre istituzioni comunitarie, giacché ne evidenzia il sempre maggior scollamento reciproco, innescato da conflittualità e “muro contro muro” crescenti. Le tendenze centrifughe non sono più soltanto all'esterno della struttura di potere del “sistema UE”, ma hanno ormai raggiunto anche il suo centro, che nel frattempo è assediato anche dagli agricoltori in rivolta, giunti a Bruxelles in protesta a varie questioni su cui analogamente l'Unione appare sempre più divisa.

 

Pesano, sull'insoddisfazione degli agricoltori, i tagli alla PAC (che dovrà oltretutto scontare il diminuito export ed il maggior import con gli USA, mentre verso altri suoi mercati strategici come quello cinese Bruxelles sembra far di tutto per tagliare il ramo su cui siede, forse non paga della già ingente perdita del mercato russo), il Green Deal (campana che suona sempre più a morto soprattutto per le piccole e medie imprese agricole, considerando che già le grandi tra questo e la PAC non raggiungono comunque grandi margini), non ultimo anche l'accordo col Mercosur (che andrebbe ad amplificare la crisi per entrambi i mercati, europeo e latinoamericani, senza tuttavia porli al riparo dai rischi di una concorrenza sleale interna). La gestione dell'agricoltura rappresenta da sempre uno dei pilastri fondativi dell'impianto comunitario sin dai Trattati di Roma del 1957 e di Stresa del 1958, una delle prime prove della sua esistenza: se entra in crisi, una crisi che appare oltretutto insanabile, è lo stesso impianto europeo a risultarne contestato e delegittimato. Ad ora, le stime più prudenti parlano d'almeno ottomila se non diecimila agricoltori giunti a Bruxelles da diversi paesi dell'Unione: duemila solo quelli dall'Italia, con una delle pattuglie più numerose. In Place de Luxembourg i manifestanti hanno lanciato patate, uova, pietre e petardi contro le sedi istituzionali ed appiccato fuochi con alberi e pneumatici. La polizia ha reagito con idranti e gas lacrimogeni, mentre alcune vetrate dei palazzi simbolo del Quartiere Europeo sono rimaste danneggiate. Di là dall'effetto o meno della repressione, le proteste hanno certamente avuto successo: complice pure l'opposizione italiana e francese, Ursula Von der Leyen ha annunciato il rinvio a gennaio della firma dell'accordo UE-Mercosur. La battaglia degli agricoltori potrebbe ora placarsi, senza tuttavia venir meno: come già dichiarato dagli organizzatori, se a gennaio non vi saranno miglioramenti, con una condotta sorda od oltranzista delle istituzioni europee, le proteste riprenderanno.

 
Anche in Francia il malcontento degli agricoltori s'è fatto sentire, con manifestazioni e blocchi stradali che nei giorni scorsi hanno paralizzato diverse città tra Parigi, Bordeaux, Tolosa e Massingy; a pesare, oltre all'accordo col Mercosur, al Green Deal e alla revisione della PAC, stavolta sono stati anche gli abbattimenti coatti di molti capi di bestiame per via dell'epidemia di dermatite nodulare. I cortei di trattori, nel loro tragitto verso Parigi, hanno bloccato le autostrade, e nella capitale sigle del mondo agricolo e altri gruppi politici hanno dato luogo a proteste e scontri violenti con la polizia, culminati in numerosi arresti. Varie le ragioni delle proteste, tutte indicanti la scarsa “salute” del sistema paese, a partire dalle misure d'austerità. Sempre in questi giorni sono stati registrati scioperi nei trasporti o ancora tra il personale del Louvre, ad indicare un malcontento molto diffuso. Gli agricoltori, quantomeno, hanno ottenuto una sospensione temporanea degli abbattimenti di bestiame. Tutte queste ragioni, insieme alle altre proteste che in parallelo sconvolgono il tessuto sociale e politico francese, aiutano a comprendere perché, almeno in merito all'accordo col Mercosur, i rappresentanti di Parigi si siano avvicinati alle richieste espresse in sede comunitaria soprattutto dai loro cugini italiani, spingendo la Commissione, a sua volta assediata dagli agricoltori a Bruxelles, a rimandare a gennaio la firma finale. Altro malcontento si registra nei Balcani, con rallentamenti nella logistica in Bosnia-Erzegovina, paese che pur non facendo parte dell'UE le è tuttavia saldamente legato; del resto, sempre non molti giorni fa in Bulgaria le proteste hanno portato alla caduta del governo europeista. In Italia, invece, le principali sigle del mondo agricolo come CIA e Coldiretti hanno avvertito che, se le rassicurazioni sin qui date non saranno rispettate, a gennaio le manifestazioni riprenderanno spostandosi anche sulle piazze nazionali; e non diversamente avverrà anche negli altri paesi dell'Unione. 

 

Dell'accordo col Mercosur, i produttori europei del settore agricolo temono soprattutto gli effetti di una concorrenza sleale: i paesi che ne sono parte potrebbero ad esempio importare soia e fertilizzanti con standard ambientali meno rigidi dagli USA per poi esportare nell'UE prodotti che ne sono derivati. In tal modo paesi dell'area Mercosur come ad esempio il Brasile potrebbero assurgere ad economie di trasformazione a basso costo nel settore agricolo, a danno dei produttori e consumatori europei. Quanto alla PAC, i tagli previsti al bilancio 2028-2034 sono di circa 90 miliardi di euro, di cui 9 per l'Italia: curioso a dirsi, sempre 90 miliardi sono quelli che serviranno ora a mantenere in vita l'Ucraina o, a seconda del tipo di lettura che vogliamo darne, a prorogarne disperatamente il conflitto.

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