
Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe ammesso ai suoi collaboratori d'aver perso la guerra ed esser disposto a chiuderla in cambio della sola riapertura dello Stretto di Hormuz. Cadrebbero dunque, almeno per il momento, tutte le altre vecchie condizioni, come la rinuncia iraniana al programma nucleare e missilistico, la fine del sostegno agli alleati dell'Asse della Resistenza, il regime change (magari per restaurare la vecchia monarchia imperiale dei Pahlavi, del cui rampollo infatti più non si parla) o, ancora, la più improbabile tra tutte quante, la suddivisione dell'Iran in svariati stati e regioni (magari per assegnarle a paesi limitrofi che, nel frattempo, hanno invece preferito disertare gli appelli americani avvicinandosi a Teheran). Soprattutto nelle prime fasi del conflitto, qualcuno ricorderà, erano circolati studi che ne parlavano.
Restano comunque solo voci, come tali da prendersi con le pinze, vista la passione della stampa americana (e non solo) per mescolare bugie e verità, così da annebbiare lo spirito critico dei più ed innalzare una nebbia di guerra sempre utile a chiunque abbia molto da nascondere: e a Washington, i problemi da nascondere e gli sgambetti da ambienti avversari, che magari hanno un certo tornaconto a scoprire gli altrui altarini, sono all'ordine del giorno. Di conseguenza, certi messaggi in bottiglia possono a volte risultare attendibili e altre volte volte contenere soltanto veleno (poi, per carità, c'è veleno e veleno: letale per alcuni e medicamentoso per altri). Sono voci da prendersi per le pinze perché, per quanto gli USA in questo conflitto appaiano a dir poco sfibrati, con riserve strategiche petrolifere e munizionamento negli arsenali ai minimi storici, Israele da quell'orecchio non è disposto a sentirci: né con Netanyahu, né con nessun altro eventuale leader al suo posto. Le contraddizioni tra i due paesi sono vicine al punto di rottura, con Washington che oggettivamente non riesce più a sostenere il suo alleato mediorientale, vede crollare le sue capacità di proiezione strategica in tutta la regione ed allontanarsi partner storici e vitali del "fronte musulmano", arabi e non solo; mentre i conti elettorali, sul fronte interno, s'avvicinano e l'inflazione morde un elettorato motivatamente incattivito.
Israele farà perciò di tutto per trascinare nuovamente Washington nel conflitto, ponendola dinanzi ad un fatto compiuto e contando in ciò su ambienti dell'Amministrazione ritenuti più fidati di altri, perché solo con una prosecuzione ad oltranza delle ostilità potrà garantirsi una sopravvivenza geopolitica, quantomeno nella forma conosciuta dal vecchio status quo. Ormai, oltrepassati i limiti dell'irreversibilità, il destino di Israele non è più separabile da quello del suo premier: questo “gioco” si poteva forse tentare ancora un anno fa, o meglio ancora prima, ma ormai risulterebbe soltanto il classico "troppo poco e troppo tardi". Israele si sta infatti preparando a colpire l'Iran, sebbene la parola “preparazione” non significhi comunque “decisione”: qualora attaccata, Teheran reagirebbe infatti prendendo nuovamente di mira anche gli obiettivi americani nella regione, non solo quelli israeliani. Nel mentre, il blocco navale ad Hormuz continua a restare, con naviglio ripetutamente colpito e le isole iraniane nel Golfo macchiate dal petrolio fuoriuscito in mare; ma a destar eco soprattutto presso la nostra stampa sono le mirabolanti richieste di risarcimento che il Presidente americano chiede a Teheran, anche per episodi del passato in cui non vi fu alcuna responsabilità iraniana. E' un buon modo per confondere le acque, per quanto la realtà resti inalterata e al varco, pronta a presentare i suoi conti.
Infatti, guardando soprattutto al breve e medio periodo, per uscire dal conflitto Washington non potrà certo attendersi ora da Teheran migliori condizioni di un mese fa; il suo potere negoziale, già allora ritenuto poco soddisfacente, dopo gli ultimi e poco lusinghieri sviluppi di queste settimane s'è ulteriormente indebolito. Per contro, quello di Teheran e dei suoi alleati dell'Asse della Resistenza s'è parallelamente irrobustito. Di conseguenza, secondo Teheran, si dovrà giocoforza tornare al MoU di Islamabad, ad ennesima riprova che Trump, con la sua ultima follia, ha soltanto saputo darsi ancor più la zappa sui piedi. Lo Stretto di Hormuz, ad esempio, potrà venir riaperto solo in base a quanto previsto dall'art. 5 del MoU; ma, prima di tutto, perché vi si possa giungere, gli USA dovranno rispettare l'art. 1, relativo alla cessazione delle ostilità su tutti i fronti (e a questo punto, dato quanto s'è nel frattempo elevata la leva negoziale iraniana, difficilmente le richieste di Teheran si limiteranno, o concentreranno, al solo Libano: l'Iraq, lo Yemen in questi giorni nuovamente nel fuoco della guerra, o ancora Gaza, potranno entrare tra le condizioni iraniane).
Altre ulteriori e già udite richieste (come la revoca delle sanzioni, i risarcimenti per i danni di guerra, la restituzione dei fondi congelati all'estero, il ritiro delle forze armate americane con la fine del blocco navale, ecc) saranno analogamente discusse ed implementate nel corso dei nuovi cicli negoziali, successivi ad una realistica accettazione da parte di Washington delle condizioni iraniane per una chiusura immediata delle ostilità. Ad Islamabad l'ottimismo per un prossimo ritorno al tavolo di USA e Iran è in crescita.
