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Yemen: tra conflitto interno ed esterno, avanza la diplomazia

11-08-2026 18:39

Filippo Bovo

Yemen: tra conflitto interno ed esterno, avanza la diplomazia

Nel 2022, sotto la mediazione dell'ONU, Yemen ed Arabia Saudita concordarono una tregua che dapprincipio sarebbe dovuta durare soltanto da aprile ad o

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Nel 2022, sotto la mediazione dell'ONU, Yemen ed Arabia Saudita concordarono una tregua che dapprincipio sarebbe dovuta durare soltanto da aprile ad ottobre e che invece, nonostante il mancato rinnovo successivo, finirono per osservare fino a poche settimane fa. Grazie a quella tregua, la guerra iniziata nel 2015 venne meno, con gli EAU che a loro volta, trovandosi soli, si videro costretti a far dietrofront; e in quel contesto informale di "né guerra né pace" (espressione usata anche per la situazione creatasi anni prima tra Etiopia ed Eritrea, dal 2000 al 2018, dopo la firma degli Accordi di Algeri: l'Etiopia, pur avendoli firmati, non li aveva applicati, evitando di riconoscere il verdetto sui confini elaborato dalla commissione ONU UNMEE fino al 2018, allorché tra i due paesi poté stabilirsi una "pace piena" oggi nuovamente messa in difficoltà da altre e nuove ambizioni etiopiche) vi poterono essere parziali deroghe ai blocchi portuali ed aeroportuali comunque in vigore (ad esempio, la riapertura del porto di Hodeidah per navi mercantili e cisterna così da alleviare la grave crisi umanitaria ed energetica del nord del paese, e così pure dell'aeroporto di Sana'a per voli commerciali ed internazionali verso destinazioni terze previamente concordate come Amman e Il Cairo, utili a consentire ai civili di poter fruire di cure mediche o riparare all'estero), e negoziati per la circolazione viaria interna (ad esempio, la riapertura dei valichi e delle principali strade per Taiz, città fino ad allora sotto assedio da parte di Ansar Allah, così da facilitarvi il passaggio di merci e persone). 


Quell'accordo, condotto dall'ONU ma fortemente spinto dalla Cina, fu talmente fruttuoso da favorire quello tra Iran ed Arabia Saudita dell'anno successivo, mediato da Pechino molto più in segretezza, tanto che quando venne annunciato per molti fu un vero e proprio "fulmine a ciel sereno". Chiudendo con le decennali rivalità (sino ad allora esternamente alimentate da chi nel Medio Oriente non vive ma ambisce a preservarne il controllo, ovvero gli USA con Israele), i due principali esponenti dell'Islam sciita e sunnita intrapresero un costruttivo percorso di dialogo e cooperazione che comportava di fatto la fine degli Accordi di Abramo, non per nulla mai firmati da Riyad (ad oggi, infatti, gli unici loro firmatari nella regione sono gli EAU e il Bahrain, mentre altrove troviamo unicamente il Marocco, il Sudan - con una firma avvenuta durante il breve governo dei civili, presto abbattuto dai militari - e il Kazakistan). 


Tornando al contesto yemenita odierno, il 3 luglio un aereo della compagnia iraniana Mahan Air è atterrato all'aeroporto di Sana'a per prelevare dei rappresentati di Ansar Allah, diretti alle esequie della Guida Suprema Ali Khamenei. Naturalmente, viste le sanzioni internazionali a cui Mahan Air è soggetta, quel volo non era stato concordato (né mai avrebbe potuto esserlo) dal governo di Aden, l'unico governo yemenita ad oggi internazionalmente riconosciuto, come noto fortemente alleato-dipendente di Riyad. Ciò ha portato alla reazione del 13 luglio, con le forze di Aden e Riyad che hanno condotto incursioni aeree contro le piste dell'aeroporto di Sana'a per impedire proprio l'atterraggio di quell'aereo, nel frattempo di ritorno. L'aereo ha poi potuto ripiegare sull'aeroporto di Hodeidah grazie alla tempestiva mediazione dell'Oman. A quel punto Ansar Allah, tramite il portavoce Yahya Saree, ha dichiarato ufficialmente concluso il periodo di tregua e de-escalation con Riyad, e che i voli diretti tra Teheran e Sana'a continueranno comunque anche senza il previo riconoscimento del governo yemenita di Aden. Sono stati subito lanciati droni e missili contro l'aeroporto internazionale di Abha e le raffinerie saudite, e contemporaneamente proclamato il blocco navale unilaterale alle navi saudite nel Mar Rosso. 

 

Data la caduta della tregua, nel frattempo sono tornati d'attualità pure gli scontri tra i combattenti di Ansar Allah e del governo di Aden, con un conflitto che vede pertanto gli sciiti yemeniti combattere su un fronte doppio: esterno, oltreconfine, e interno, nello stesso Yemen. Il governo di Aden, malgrado possa contare anche su forti milizie, appare storicamente poco coeso e contrastato al suo interno da tendenze e rivalità dettate più dalle circostante o dalle convenienze che da una comune matrice politica o ideologica; ciò è un ulteriore elemento della sua debolezza e può spiegare perché, pur avendo dalla sua parte moderni ed abbondanti armamenti e l'assistenza saudita, riporti comunque sempre il maggior numero di perdite, umane e materiali. Non a caso, scontri di soli due giorni fa hanno visto la morte di 30 soldati governativi, e la confisca da parte di Ansar Allah di un considerevole bottino di guerra. Il Consiglio Presidenziale di Guida, com'è ufficialmente chiamato il governo di Aden, guidato da Rashad al-Alimi, è infatti dipendente da quattro diverse formazioni militari (l'Esercito Nazionale Yemenita, la Brigata dei Giganti - al-Amaliqah, le Forze di Resistenza Nazionale guidate dal nipote del vecchio Presidente Abdallah Saleh, Tareq, e dal Consiglio Transitorio del Sud, che ha raccolto gran parte dei combattenti del vecchio Movimento del Sud, al-Hiraq al-Janubi, in passato legati al vecchio Partito Socialista Yemenita della fu Repubblica Popolare Democratica riunitasi con lo Yemen settentrionale nel 1990; per molto tempo il Consiglio Transitorio del Sud fu influenzato dagli EAU, tramite la figura di Aidarus al-Zubaidi, e lottò contro il resto del governo del sud, causando molte delle ragioni delle odierne incomprensioni tra Riyad e Abu Dhabi). 

 

A fine luglio, è stata comunque annunciata da Riyad la formazione di una coalizione navale per la tutela delle sue rotte marittime nel Mar Rosso, con la partecipazione di Pakistan e Turchia (con cui contemporaneamente ha dato vita al Patto di mutua difesa della Mecca) e altri 14 paesi (Bahrain, Bangladesh, Comore, Egitto, Giordania, Gibuti, Kuwait, Nigeria, Qatar, Somalia e Sudan, oltre naturalmente allo stesso governo di Aden). Nel frattempo, l'Oman continua a portare avanti i suoi sforzi diplomatici, con incontri d'emergenza a Mascate a cui partecipano il capo negoziatore di Ansar Allah, Mohammed Abdul-Salam, funzionari sauditi e l'inviato speciale dell'ONU Hans Grundberg. In effetti, proprio oggi 11 agosto il rappresentante di Ansar Allah ha dichiarato che Sana'a “non ha chiuso la porta al dialogo” con Riyad, purché siano accolte tutte le sue condizioni per la fine delle ostilità, come la piena cessazione del blocco aereo ed economico e il pagamento dei salari di tutti i dipendenti pubblici nei territori sotto il suo controllo. Se la mediazione omanita dovesse fallire, naturalmente s'andrebbe ad un'escalation totale, con Riyad e la coalizione navale multinazionale che avvierebbe una massiccia offensiva di terra e di mare per strappare ad Ansar Allah il controllo delle coste settentrionali, a cominciare dal porto di Hodeidah; ciò ovviamente aggraverebbe la crisi umanitaria dello Yemen ma, visti i precedenti del 2015-2023, potrebbe anche risolversi in un sanguinoso buco nell'acqua. Nel caso, invece, di un successo della diplomazia, si andrebbe verso una de-escalation con l'approdo ad un nuovo accordo transitorio: l'Oman caldeggia un percorso rapido, ovvero congelare le operazioni militari in cambio di parziali concessioni economiche saudite a Sana'a per un periodo di tre mesi, con l'apertura a successivi e più esaustivi negoziati.

 

Unendo questi negoziati a quelli con l'Iran per la gestione dello Stretto di Hormuz, e a quelli per un rilancio del MoU di Islamabad tra USA e Iran, l'Oman conferma dunque il suo storico e centrale ruolo di mediatore regionale oltre all'altrettanto storica e forte amicizia con lo Yemen. Perché lo Yemen possa presto approdare una stabile e piena pace, infatti, è essenziale un accordo che porti alla distensione in tutta la regione, con la fine delle contrapposizioni alimentate dall'aggressione americana all'Iran e delle loro ricadute sugli altri conflitti “laterali”. Il governo di Aden, assistito dall'Arabia Saudita e dalla comunità internazionale di cui è pur sempre formalmente parte, dovrà trovare una piena tregua con Ansar Allah, gruppo comunque formato da suoi cittadini in territori ufficialmente soggetti alla sua sovranità. Soltanto con un costruttivo percorso di riconciliazione e ricomposizione nazionale, sarà allora possibile tornare ad uno Yemen nuovamente unito e soprattutto finalmente in pace; ma a ciò si potrà giungere unicamente con credibili negoziati collegati a quelli per la chiusura delle ostilità tra USA e Iran, dove non a caso il MoU già oggi ufficialmente comprende anche il Libano. Infatti, proprio con un rispetto ed un'applicazione pieni del MoU da parte degli USA ed una sua estensione anche ad altri conflitti "laterali" come quelli in Iraq e Yemen (dati gli sviluppi dei giorni scorsi, con la fine infruttuosa dell'escalation americana contro l'Iran, un ritorno ai negoziati di Islamabad vedrà Teheran godere di un'ancor più rafforzata leva negoziale con Washington, con la probabile formulazione anche di tali richieste), anche il povero e fiero Yemen potrà intraprendere un complesso ma necessario percorso di pace, unità e sovranità. 

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