
Lo scorso 7 agosto, il Palazzo di Al-Safa a La Mecca ha assistito ad un momento davvero significativo per gli equilibri del Medio Oriente di domani: qualcosa che, confermando dinamiche sin qui già viste ma forse non sufficientemente colte fuori dalla regione, non tarderà a darne un’ulteriore ed epocale sottolineatura. Il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il Primo Ministro pachistano Shehbaz Sharif hanno infatti sottoscritto la “Convenzione della Mecca per la Difesa Comune”, un accordo che per la prima volta introduce un meccanismo di mutua difesa collettiva tra le tre nazioni. Un’aggressione armata ad uno dei firmatari sarà giudicata alla stregua di un attacco rivolto a tutti. L’evento segna una profonda svolta nell’architettura di sicurezza del Grande Medio Oriente e dell’Asia Meridionale, all’indomani del conflitto scatenato da USA e Israele contro l’Iran e l’Asse della Resistenza, dagli esiti davvero poco lusinghieri per gli aggressori. Quel conflitto ha infatti evidenziato tutti i limiti della proiezione di potenza di Washington e la vulnerabilità delle sue vecchie garanzie strategiche, accelerando la ricerca da parte dei suoi storici partner regionali di un polo di deterrenza autonomo e multipolare.
Unitamente, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan possono formare una struttura di sicurezza altrimenti fuori della loro portata qualora fossero rimasti attori separati: il Patto della Mecca si presenta come una realtà geostrategica inedita, caratterizzata dalla perfetta complementarietà delle risorse dei suoi tre firmatari. L’Arabia Saudita apporta una grande forza finanziaria, un ruolo primario nei mercati energetici globali e una profonda legittimità simbolica all’interno del mondo musulmano. Necessitando di stabilità per portare avanti la transizione economica prevista dal piano strategico di trasformazione radicale noto come “Vision 2030”, il Regno acquisisce così forti garanzie sul piano della difesa senza dover cedere sovranità politica. La Turchia garantisce invece l’accesso ad un’industria della difesa oggi all’avanguardia, con droni, sistemi navali e di difesa aerea avanzata, insieme all’esperienza operativa delle sue Forze Armate, le seconde nella NATO. In tal modo consolida così il proprio ruolo di hub tecnologico e militare tra Europa, Medio Oriente e Asia, potendo contare su un ampliato retroterra di capitali, mercati ed economie di scala. Il Pakistan, unica potenza nucleare dichiarata nel mondo musulmano, offre infine una solida dottrina di deterrenza e una provata capacità di addestramento e dispiegamento delle forze aeree e di terra. I tre attori mediorientali, congiuntamente, possono così sviluppare delle rimarcabili sinergie, al meglio valorizzando le loro risorse a fronte di maggiori ritorni pratici e strategici.
Per decenni, la sicurezza dei paesi del Golfo si è basata sulla dottrina della protezione esterna garantita dagli USA. Tuttavia, l’esito delle recenti ostilità regionali ha dimostrato l’inadeguatezza di quelle vecchie garanzie bilaterali che addirittura, data l’incauta e disinvolta condotta bellica degli USA con Teheran, ha esposto anche a maggiori rischi le infrastrutture critiche del CCG e del resto della regione. L’emersione del Patto della Mecca testimonia quindi l’assunzione di maggiori e comuni responsabilità dei suoi firmatari nel garantire la sicurezza regionale, uscendo dall’antico ruolo di passivi spettatori delle dinamiche delle varie superpotenze extraregionali. Nasce così un centro di gravità autonomo ed autoctono, in grado di colmare i subentrati vuoti di potere, visibilmente destinati ad allargarsi, senza dover esclusivamente fare affidamento sulle basi e le decisioni politiche di oltreoceano. Riunisce infatti tre grandi paesi leader del mondo musulmano moderato, seppur da non intendersi più secondo le chiavi interpretative del passato: lo prova la loro storia recente, segnata da un costante inasprimento nei rapporti con Israele e così pure con gli USA.
Per rendersene conto, possono bastare i fatti degli ultimi giorni, con le minacce americane di attacchi su vasta scala ai siti idrici ed energetici iraniani e la risposta che prontamente hanno trovato nelle cancellerie di Riyad, Ankara ed Islamabad. Quei nuovi attacchi sono stati fermati, oltre che dal forte indebolimento americano nelle riserve strategiche petrolifere e negli arsenali militari, anche dalla risposta chiara e diplomatica di questi paesi: giacché attaccare i siti idrici ed energetici iraniani avrebbe giustificato da parte di Teheran una pari risposta contro le analoghe strutture di tutta la regione, con conseguenze catastrofiche non solo per il Medio Oriente, ma per il mondo intero. Come l'Iran avrebbe avuto le sue ragioni nel far ciò, anche i paesi del Golfo avrebbero avuto le loro, ad esempio, nel disinvestire i propri fondi dagli USA e dirottarli altrove, magari in Cina: giusto per fare un nome.
Contrariamente alle interpretazioni di alcuni osservatori geopolitici, siamo lontani da un patto difensivo volto a sostituire il diretto impegno politico e militare di Washington in Medio Oriente, ormai in via di declino, per farsene suo nuovo e funzionale gendarme locale. E’ comprensibile che una certa narrativa in auge in Occidente viri a tali interpretazioni, così da fornire un quadro rassicurante di sviluppi geopolitici regionali che nella guerra recente si sono dimostrati tutt’altro che benigni per il vecchio ordine politico e militare a guida americana preesistente. Infatti il nuovo patto difensivo, senza esprimere ostilità per alcuno, USA od Asse della Resistenza che siano, indica proprio la maggior responsabilizzazione ed assertività di potenze geopoliticamente sempre più emergenti ed affermate, in un quadro regionale nel frattempo caratterizzato dalla ben visibile vittoria dell'Iran e dell'Asse della Resistenza sull'asse israelo-americano. Proprio la vittoria dell'Iran e dell'Asse della Resistenza e la sempre più forte sovranità strategica di paesi come Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, e di altri futuri e potenziali candidati all'adesione del patto di mutua difesa come Egitto e Qatar, sono le due cause e prove dell'inevitabile ridimensionamento del ruolo americano e del crescente isolamento israeliano in tutta la regione.
Detto in parole semplici, tramonta quella che era stata definita come Pax Americana, o se preferiamo Pax Israelo-Americana; ed in suo luogo si vengono oggi a costruire nuove architetture di sicurezza regionali, a sancire un più sovrano e multipolare nuovo ordine politico mediorientale.
