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Hormuz e Bab el-Mandeb: una settimana che ha ribadito rapporti di forza e valore della diplomazia

05-08-2026 15:00

Filippo Bovo

Hormuz e Bab el-Mandeb: una settimana che ha ribadito rapporti di forza e valore della diplomazia

La settimana dal 27 luglio al 3 agosto ha visto significativi sviluppi nel conflitto tra USA e Iran, ben di là da una semplice sequela di attacchi e c

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La settimana dal 27 luglio al 3 agosto ha visto significativi sviluppi nel conflitto tra USA e Iran, ben di là da una semplice sequela di attacchi e contrattacchi: i due principali “colli di bottiglia” regionali, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, si sono trovati simultaneamente chiusi, mentre le monarchie del Golfo hanno assunto un ruolo vieppiù assertivo nei confronti di Washington e delle sue minacce di far strame dei siti idrici ed energetici iraniani. Il tutto, mentre Teheran ha guadagnato una leva strategica sempre più forte, che sarà fatta valere coi partner regionali, con gli USA e, non ultimo, nei prossimi ed inevitabili negoziati. 


Lo Stretto di Hormuz è rimasto sotto controllo esclusivo iraniano, e i tentativi di disturbare quel controllo, non riuscendo a farvi breccia, l’hanno ulteriormente confermato. L’IRGC ha continuato a far rispettare la sola rotta settentrionale, intercettando o dirottando le navi che tentavano un passaggio alternativo nella rotta meridionale, lungo le coste omanite. Il traffico navale s’è così drasticamente ridotto, riportando lo Stretto al suo già conosciuto ruolo di strumento di pressione economica globale nelle mani di Teheran. Ciò ha in ogni caso favorito il già ottimo lavoro diplomatico tra Iran e Oman, volto a definire un comune meccanismo di gestione dello Stretto, ed iniziato ancora mesi fa. La convergenza diplomatica ed operativa irano-omanita ha, in tal senso, conosciuto una significativa accelerazione, ad indicare la crescente fiducia reciproca tra i due paesi. E’ stato infine elaborato un sistema di controllo pieno della corsia in entrata da parte iraniana, e parziale per quella in uscita, con Iran e Oman che congiuntamente assumeranno le responsabilità e gli oneri di una tale gestione.


Parallelamente, gli Ansar Allah (Houthi) hanno attivato e mantenuto un blocco a navi e porti legati all’Arabia Saudita, agendo in primo luogo sullo Stretto di Bab el-Mandeb. Si tratta, anche in questo caso, di un blocco selettivo, che ha comunque fortemente ridimensionato il traffico navale locale all’indomani delle rinnovate ostilità tra Riyad e Sana’a e del crescente attrito di quest’ultima col governo yemenita di Aden, l’unico internazionalmente riconosciuto. Insieme a quegli attacchi, diretti soprattutto a navi saudite, altri ancora hanno riguardato impianti petroliferi del Regno come a Jizan, Yanbu ed Abqaib. La coalizione saudita ha risposto con attacchi su Hodeidah, Kamaran, Marib e al-Jawf, colpendo anche le locali strutture per le telecomunicazioni. Così, per la prima volta i due principali snodi logistici ed energetici regionali si sono ritrovati sotto un intenso e rinnovato stress bellico, che ha messo ancor più in luce le tante fragilità dei vari paesi della Penisola Arabica, stretta proprio in mezzo a quel doppio blocco. Un motivo in più, come indicato da molte fonti, perché si ricerchino nuovi e più solidi accordi che sanino le fratture tra Ansar Allah e Riyad, e restituiscano sicurezza e stabilità tanto ai paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione di Golfo) quanto allo Yemen tuttora diviso come minimo tra due autorità parallele, Ansar Allah a nord e Consiglio Presidenziale di Guida a sud. Numerose fonti locali provano che vi si sta già lavorando.


Intorno al 28-29 luglio l’IRGC ha rivendicato lanci di missili e droni sulle basi USA in Giordania, a partire da Muwaffaq Salti, a cui il CENTCOM ha risposto con massicci attacchi su decine di siti militari iraniani, come centri di comando, lanciatori, punti di sorveglianza costiera e capacità marittime, a Qeshm, Bushehr, Sirik, Ahvaz ed Abadan. In molti casi, tuttavia, i siti colpiti non sono risultati propriamente militari, come a Qeshm, dove a perdere la vita sono stati dei comuni cittadini con le loro famiglie. Del resto, sin dall’inizio del conflitto, nei suoi bollettini il CENTCOM ha descritto come militari quelli che in realtà erano siti civili, onde occultare la responsabilità in crimini di guerra che altrimenti, date le prospettive all’orizzonte, potrebbero vederne un indomani i responsabili chiamati a risponderne. La risposta iraniana agli attacchi è stata immediata, coinvolgendo le basi USA in Giordania e Kuwait, come ad Ali Al Salem, ed abbattendo altri droni americani, ad esempio un costoso MQ-9 Reaper sullo Stretto di Hormuz all’inizio di agosto. 


Tali azioni non sono comunque avvenute nel vuoto: le monarchie del Golfo, soprattutto Arabia Saudita e Qatar, col sostegno di Turchia e Pakistan, hanno esercitato forti pressioni su Washington affinché non colpisse le infrastrutture idriche ed energetiche iraniane, come invece Trump aveva pubblicamente dichiarato. Teheran ha diramato una notifica dei siti idrici ed energetici in tutta la regione del Golfo che sarebbero stati colpiti per rappresaglia, precipitando i paesi del CCG, nonché l’Iraq, la Giordania ed Israele, in immediate condizioni di invivibilità. Riyad, del pari, ha espressamente ammonito Washington che compiendo un attacco di quel tipo avrebbe portato al subitaneo crollo delle condizioni umane in Medio Oriente e del mercato energetico globale, obbligando i paesi del CCG a rivedere automaticamente ogni loro rapporto con gli USA, a cominciare dai legami economici e finanziari. Queste pressioni hanno nuovamente contribuito a fermare Washington che, oltretutto, come evidenziato da testate come NBC, New York Times e Financial Times, sono ormai giunti con riserve strategiche di petrolio e disponibilità di munizionamento ed armamento ai minimi storici proprio a causa del prolungato stato di guerra.


Altre testate, come quelle panarabe, evidenziano invece le spaccature nel CCG: mentre Arabia Saudita e Qatar spingono per la de-escalation e il ritorno della diplomazia per Hormuz, ambienti emiratini hanno invece guardato con favore ad azioni militari più decise, condividendo il punto di vista americano secondo cui solo una rinnovata escalation avrebbe potuto condurre Teheran a fare concessioni. Questa divergenza riflette interessi e legami strategici diversi, che si pongono nel solco dell’ormai ben nota rivalità tra Riyad ed Abu Dhabi. Nel frattempo, Ansar Allah ha dimostrato autonomia operativa: lungi dall’essere il “partner minore” che unicamente esegue gli ordini dell’alleato maggiore iraniano, ha per proprio conto fatto del blocco sanzionatorio a cui era stato sottoposto dal CCG, dopo la fine del conflitto con Arabia Saudita ed EAU nel 2023, l’arma con cui rovesciare i rapporti di forza nella Penisola. Bloccando Bab el-Mandeb, ha posto le condizioni perché Riyad torni a spingere per un accordo che, riportando stabilità nell’area, porti pure alla fine delle ultime sanzioni a cui Sana’a è stata sottoposta, ad esempio l’embargo aereo. Dopotutto, il rinnovato conflitto di Ansar Allah con Riyad e il Consiglio Presidenziale di Guida è partito proprio dalla necessità di Ansar Allah di aggirarlo, arrivando al rapido scontro con le forze saudite.


I tempi per un rinnovata fiducia nella diplomazia, così da sanare la catena di conflitti che oggi dilania il Medio Oriente, appaiono dunque maturi. Il loro schiudersi, vicino o meno che sia, è senz’altro ad oggi ritenuto sempre più auspicabile.
 

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