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Il sorpasso cinese nel campo dell'AI, e non solo: gli USA tentati dalle ritorsioni, ma...

22-07-2026 10:00

Filippo Bovo

Il sorpasso cinese nel campo dell'AI, e non solo: gli USA tentati dalle ritorsioni, ma...

Proprio ieri, un articolo apparso sul cinese The Global Times ha valutato la spinta politica che sta portando gli USA a vietare i modelli di AI svilup

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Proprio ieri, un articolo apparso sul cinese The Global Times ha valutato la spinta politica che sta portando gli USA a vietare i modelli di AI sviluppati all’ombra della Grande Muraglia. Come correttamente indicato da Global Times, questo approccio indica l’inquietudine degli ambienti politici, economici e tecnologici USA dinanzi alla progressiva erosione della loro egemonia nel campo dell’AI.

 

L’analisi si riferisce proprio al recente articolo di Axios dello scorso 17 luglio, con l’Amministrazione Trump che starebbe ormai valutando possibili divieti dei modelli di linguaggio cinesi all’avanguardia, soprattutto dopo la brillante affermazione di Kimi K3, basato su codici open-source. Già in precedenza, coi significativi sviluppi conosciuti da altri modelli cinesi come Qwen e DeepSeek, a Washington e nella Silicon Valley non erano mancate le inquietudini; ma ora la sensazione che il vecchio monopolio tecnologico USA sia giunto al tramonto, e come tale da difendere nel modo più strenuo possibile, pare essersi tramutata in certezza. Va da sé che l’adozione di misure restrittive verso i modelli di AI concorrenti, lungi davvero dal frenarne la corsa prestazionale, finisca soprattutto per tradursi in un’implicita ammissione della propria vulnerabilità. Già in passato, infatti, settori dell’Amministrazione USA hanno tentato d’imporre varie limitazioni ai modelli AI ed open-source esteri. Con la recente affermazione di Kimi tutte queste inquietudini si sono risvegliate, e a tal proposito Axios cita fonti ben informate. I sostenitori della libera concorrenza temono ovviamente implicazioni, anche perché pure le aziende americane a loro volta usano sempre di più i modelli cinesi per il loro lavoro, traendone senz’altro dei vantaggi. Dopotutto rispetto ai concorrenti USA sono più economici e, in virtù del forte contributo da parte dell’open-source, sicuri e con ampie possibilità di configurazione ad hoc.

 

Per gli USA l’AI è un teatro imprescindibile nella corsa tecnologica con la Cina, un po’ come la robotica, lo spazio, le telecomunicazioni o il settore militare, che per giunta proprio dall’AI ricevono un importante travaso. Ciò vuol dire che, se l’AI cinese ha colmato il gap che la separava da quella USA o l’ha addirittura superato, allora anche in quei settori il predominio americano è ormai soltanto un ricordo. In effetti le testimonianze che provano tali sorpassi non mancano. Per molto tempo gli USA hanno cercato di limitare i progressi di Pechino nei chip per computer e nei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), ha affermato al Global Times Ma Jinhua, analista tecnologico dall’ormai lunga carriera professionale; per poi aggiungere che tali approcci testimoniano pure le crescenti preoccupazioni americane per l’affievolirsi del vecchio monopolio e di un predominio tecnologico globale sino a non molto tempo fa giudicato inattaccabile e consolidato. La perdita di quel predominio implica anche quella di poter stabilire le regole in campo tecnologico in maniera accentratrice, come sin qui avvenuto.

 

Secondo un altro ricercatore interpellato dal Global Times, Zhou Mi, attivo presso l’Accademia cinese per il commercio internazionale e la cooperazione economica, gli USA tentano con ansia di frenare i progressi cinesi nell’AI dopo la recente affermazione di Kimi, scontrandosi però con la difficoltà di far rispettare tali provvedimenti. Lo sviluppo dell’AI in Cina non dipende infatti per intero dalle risorse di calcolo americane, e per giunta come già precedentemente detto numerose aziende USA sempre più s’avvalgono dei modelli cinesi per il loro lavoro. Nel frattempo, ha continuato, la Conferenza mondiale sull’AI appena terminata a Shanghai ha riflettuto crescenti domande per una maggiore cooperazione internazionale nella gestione e nella definizione delle regole in materia di AI: dinanzi alla sempre più difficile capacità di preservare un monopolio tecnologico, le unilaterali misure contenitive USA avranno severe difficoltà a tradursi in duraturi successi.

 

Già la scorsa estate il Dipartimento del Commercio USA ha diramato all’Amministrazione una bozza di regolamento tesa a proteggere le catene di approvigionamento nazionali così da colpire i modelli di AI cinesi; ma i funzionari americani, ipotizzando che tale provvedimento potesse danneggiare l’innovazione, hanno preferito porre il loro veto. Da quel momento, figure chiave come l’ex consigliere della Casa Bianca Sriram Krishnan hanno iniziato ad abbandonare l’Amministrazione, mentre i falchi della sicurezza USA si sono fatti sempre più insistenti. L’approccio ora perseguito negli USA è diverso e più subdolo, mirando a colpire le aziende americane che usino modelli cinesi con vari strumenti persuasivi, come ad esempio le minacce d’inserirle nella Entity List o le campagne di pressione pubblica. Nel dibattito interno venutosi a creare, non mancano però anche voci che invitano alla moderazione, come l’inventore Bill Gurley, fautore dell’ascesa dei modelli aperti. In un editoriale sul Washington Post, Gurley ha descritto l’ondata di modelli aperti come una positiva reazione del mercato, e non un attacco alle aziende USA di AI. A suo giudizio, se il governo americano limiterà i modelli open-source, aziende come OpenAI ed Anthropic si ritroverebbero a gestire dei monopoli di fatto, paradossalmente a danno anche di altri nomi USA.


Nelle dichiarazioni rese al Global Times, Zhou ha ricordato che le restrizioni USA non sono riuscite a fermare l’emersione di vari modelli cinesi e la loro competitività, e le misure protezionistiche avranno come unico effetto di distorcere il mercato americano ostacolando il progresso tecnologico interno; mentre la Cina continuerà indisturbata a guidare l’innovazione e a supportare le applicazioni globali di AI. Di fatto, in questo modo gli USA danneggerebbero se stessi, regalando un ulteriore vantaggio alla concorrenza cinese. Mentre Ma ha chiosato sottolineando che i modelli e le applicazioni di AI cinesi stanno andando a gonfie vele grazie allo sviluppo basato sull’open-soure, con continue riduzioni nei costi d’implementazione. Se sempre più aziende USA usano modelli open-source cinesi è dunque per inevitabile effetto del libero mercato e della concorrenza, e non certo per un tradimento verso la patria.

 

Libera concorrenza ed ampia cooperazione, per concludere, sono indubbiamente l’approccio più saggio, anche nel campo dell’AI. In fondo l’AI è un bene comune dell’umanità, e come tale dev’essere gestita: una maggior responsabilizzazione collettiva ed internazionalizzata non può che sortire effetti benefici all'intera comunità globale. Per questo motivo l’uso dell’open-source per rendere l’AI più accessibile è una scelta senz’altro lodevole, affinché possa crearsi, come di recente auspicato dal portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian, “un ambiente aperto, inclusivo e reciprocamente vantaggioso” per il suo sviluppo, fino a renderla un bene pubblico internazionale finalmente a reale beneficio di tutti.
 

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