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L'ultima decade dal Levante al Golfo Persico: il crollo (14-18 luglio)

19-07-2026 11:00

Filippo Bovo

L'ultima decade dal Levante al Golfo Persico: il crollo (14-18 luglio)

Gli ultimi giorni hanno indicato in maniera ancor più decisa come il conflitto tra Stati Uniti ed Iran, non limitandosi più alla sola conta dei danni

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Gli ultimi giorni hanno indicato in maniera ancor più decisa come il conflitto tra Stati Uniti ed Iran, non limitandosi più alla sola conta dei danni reciprocamente inferti, trovi la sua prima e vera ragion d’essere nella capacità d’imporre la propria concezione di un ordine politico regionale. Il possesso dell’iniziativa e del vantaggio nella guerra, e la vittoria in essa, determinano il controllo di Hormuz e delle sue rotte. Per gli Stati Uniti è in gioco il loro status di superpotenza imperiale, capace di controllare rotte e passaggi chiave nel mondo, per l’Iran la definitiva consacrazione a nuova superpotenza, ben più che regionale. Prima sarà riconosciuto il traguardo segnato da Teheran nell’imporsi nuovamente nella storia al rango di superpotenza contemporanea, prima questo conflitto potrà terminare consentendo all’Occidente, e a quanti dal suo proseguimento hanno maggiormente da perdere, di mantenere qualche residua posizione. I più avveduti, come l’ex funzionario dell’Amministrazione Trump, Joe Kent, dimessosi al principio del conflitto, l’hanno già espresso a chiare lettere nelle loro dichiarazioni: protraendo il conflitto, gli Stati Uniti accentuano solo la loro debolezza, laddove riconoscendo la maturata potenza iraniana ed andandosene potrebbero invece riguadagnare forza.

 

Ma non sono interessanti soltanto le dichiarazioni di Joe Kent, apparse su X, ma anche quelle del ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi, esponente di un paese amico di Washington e dell’Occidente, che per anni ha profuso grandi sforzi per sviluppare buone relazioni tra Stati Uniti e Iran. In un articolo pubblicato in questi giorni su Le Monde, il ministro ha denunciato l’architettura di sicurezza venduta dal 1979 dagli Stati Uniti ai paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo), tradottasi unicamente in miliardi di dollari sborsati dalle monarchie arabe in cambio di una protezione rivelatasi del tutto illusoria. Non solo quel sistema di sicurezza, composto da basi militari ed accordi da centinaia di miliardi in armamenti, non ha garantito la sicurezza delle nazioni del CCG, ma addirittura ha incrementato rischi ed instabilità. Non l’Iran, con cui i paesi del Golfo devono trovare un accordo, ma altri costituiscono una minaccia per tutta la regione, continua il ministro: i pericoli per la regione non nascono al suo interno, dall’Iran, ma dall’esterno, ovvero da Israele e da chi lo protegge, gli Stati Uniti. L’equazione del ministro omanita rovescia del tutto la formula per anni elaborata ed imposta dagli Stati Uniti per legittimare l’operato di Israele, e propone una nuova architettura di sicurezza regionale, che unisca i paesi del CCG all’Iraq e all’Iran.

 

Sta avvenendo, neanche troppo lentamente, quanto diciamo da mesi: il vecchio ordine politico regionale viene meno, mentre è in fieri un altro in buona parte ancora da costruire ma già ben delineabile per forma e sostanza. Gli Stati Uniti cercano di puntellare il loro vecchio ordine, ad esempio con corridoi alternativi al controllo iraniano ed omanita nello Stretto di Hormuz, con blocchi ed intercettazioni navali ed incursioni contro le infrastrutture militari marine di Teheran; ma sono tutti palliativi meno che effimeri, come provato dalla reazione iraniana che, chiudendo lo Stretto, vincolando le rotte navali nelle sue acque e prendendo di mira navi e paesi che ancora considerano Washington la prima potenza nell’area, continua a demolire proprio quanto resta di quel vecchio ordine. Il CENTCOM continua a colpire le coste e le isole iraniane, nel tentativo d’indebolire le capacità di Teheran di controllare la navigazione nello Stretto, ad esempio con attacchi ad Ahvaz, Bandar Abbas, Chabahar, Konarak e via dicendo; ma ciò si traduce in buone ragioni per Teheran per scatenare rappresaglie ancor più violente sulle basi e i siti strategici che Washington ha nella regione, anche perché gli attacchi americani, rivolgendosi spesso ad obiettivi civili anziché militari, assurgono a quel punto al rango di crimini di guerra.

 

Come non è mancata in passato, così non manca oggi la “pirateria di Stato” nel modo americano di fare la guerra. Il caso della petroliera Belma, colpita dal CENTCOM con missili Hellfire dopo aver ignorato gli avvisi americani mentre si stava dirigendo verso l’isola iraniana di Kharg, potrebbe esserne una prova. Con tali azioni Washington cerca di rivolgere messaggi a tutti gli armatori con navi nell’area, dissuadendoli dal seguire le direttive dell’IRGC; ma pretendere di regolare il mercato a propria immagine e somiglianza, nel momento in cui la guerra dimostra che non si è i veri vincitori, finisce per divenire soltanto una pericolosa forma d’avanspettacolo. Colpire navi civili implica grosse problematiche per le compagnie di navigazione e di assicurazione: obbedire agli ordini del CENTCOM significa poter essere colpiti dall’IRGC e viceversa, un doppio rischio. Così, come riportato da Reuters, gli armatori hanno finito con l’evitare le rotte imposte dal CENTCOM, denotando il crollo della fiducia dei mercati nei confronti di Washington. Proprio come Washington non è un fattore di sicurezza per i paesi del Golfo, come denunciato da al-Busaidi, così non lo è più nemmeno per il mercato: cambiano i tempi, tramontano gli imperi.

 

Si può allora ben capire perché, mentre tutto frani, in Israele e in Occidente si cerchi, proprio come sin qui avvenuto, d’influenzare le dinamiche del conflitto in modo da invertirne le sorti. Il caso di giornali come Israel Hayom, che parla di un possibile coinvolgimento dei paesi del CCG contro l’Iran, risponde proprio a tale obiettivo, e chi ha buona memoria ricorderà come siffatte bufale non appaiano certo per la prima volta. Del resto, una simile prospettiva sarebbe oggi tanto irrealistica quanto fuoritempo: gli Stati Uniti stanno infatti progressivamente abbandonando il Golfo, scacciati dall’incapacità di difendere a sufficienza le basi in loco, in quella che si configura come una non confessata ma visibile ritirata strategica. Lo spostamento di aerei dal Golfo ad Israele, a cominciare da caccia e mezzi cisterna, indica un graduale ritiro americano dai paesi del Golfo, lasciati sempre più da soli, per concentrarsi nel “fortino” israeliano, e con ciò dare ad Israele superiori margini di sicurezza e “tranquillità”. 

 

L'obiettivo americano, oggi più che mai, più di quanto mai sia stato, è di difendere Israele con uno schermo protettivo a danno dei paesi arabi, usandoli per colpire l'Iran così da ridurne quante più risorse militari possibile prima di non aver più le capacità per continuare il conflitto. In tal modo Washington pensa di rassicurare Israele e limare l'Iran, riducendo le pretese di entrambi nei suoi confronti: dell'alleato come del nemico. E in una tale congiuntura geopolitica i paesi del Golfo dovrebbero suicidarsi contro il loro interesse? Ma quel fattore riguarda anche l’Iraq, dove non a caso l’Iran ha ripetutamente colpito le basi americane, da Baghdad al Kurdistan, ed in particolare ad Erbil, tanto che ad un certo punto s’è parlato di vittime americane. La notizia è stata poi smentita, ma non lo stesso si può dire per quelle viste invece in Giordania, due morti e un disperso, con un bilancio totale di vittime americane dall’inizio del conflitto pari a 16 unità. Conoscendo la ritrosia del Pentagono nel fornire dati chiari, si può legittimamente pensare anche a numeri maggiori e condizioni dei feriti ben più gravi del riportato.

 

Dunque, pur con governi diversi, né le monarchie del Golfo né l’Iraq intendono scendere in guerra a favore di Washington e Tel Aviv; ma, senz’altro sorprendendo molti che si sarebbero potuti aspettare il contrario, neppure intende farlo la Siria, in questo caso contro Hezbollah in Libano. Un intervento siriano in Libano contro Hezbollah favorirebbe Israele e gli Stati Uniti, oltre al governo libanese che da essi dipende, dando in caso di successo terreno fertile per l’Accordo Quadro. Ma tra il 2024 e il 2025 Israele ha gratuitamente bombardato basi e risorse del già malridotto esercito siriano, ed inglobato porzioni sempre più ingenti del Golan: indebolita ed impegnata in un difficile percorso per recuperare stabilità e coesione interna, la Siria di oggi non ha alcun interesse a compiere mosse suicide. L’Iraq ha avvisato Damasco che ad ogni passo siriano verso il Libano sarebbe corrisposto un passo iracheno verso la Siria; il Presidente al-Sharaa ha rassicurato i vicini iracheni informandoli che Washington l’aveva pregato in tal senso, incontrando soltanto il suo rifiuto. 

 

Una guerra settaria tra sciiti e sunniti sarebbe unicamente a beneficio di Israele e degli Stati Uniti, permettendo loro di riprendere fiato e tornare ad applicare l’antico divide et impera: vale per la Siria, che franerebbe sotto le sue differenze confessionali, come per il Libano o l’Iraq, e così pure per i paesi del Golfo nei confronti dell’Iran. Non è un caso che il CENTCOM usi quanto resti delle basi in Giordania, Kuwait, Bahrain, Qatar ed Arabia Saudita proprio affinché, scambiando le rappresaglie iraniane sui siti americani per attacchi nei loro confronti, entrino in guerra contro Teheran. Ma nessuno cade nella trappola israeliana ed americana delle divisioni, tutti ormai la conoscono.
 

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