
I giorni seguenti hanno visto il sopravvento delle recrudescenze sulle spinte diplomatiche, con esiti nefasti per gli Stati Uniti che, nell’attuale bilanciamento delle forze in campo, appaiono la parte più sempre debole e vulnerabile. Se l’approccio bellicista americano non fosse dettato anche dalla forte influenza dell’alleato israeliano, si potrebbe legittimamente pensare che gli Stati Uniti siano mossi da uno spirito suicida; tuttavia quello spirito suicida trova spiegazioni anche nella natura tossica del “sionismo cristiano” e di molti settori culturali, politici, economici, industriali e militari degli stessi Stati Uniti. Così, il protrarsi del conflitto espone sempre più l’innaturalità dell’humus su cui si fondano le relazioni speciali tra Stati Uniti ed Israele, e insieme a quell’innaturalità ne espone anche tutte le vieppiù insostenibili contraddizioni.
Dinanzi al rifiuto iraniano di riaprire alla navigazione le acque di Hormuz, gli Stati Uniti hanno mandato un ultimatum di 24 ore corrispondente ad una vera e propria richiesta di resa. Non trovandosi nelle condizioni di poter imporre le loro volontà, non avendo il controllo della situazione sul campo, gli Stati Uniti si sono visti unicamente rispondere con un attacco missilistico su una nave commerciale sotto loro scorta, con un reiterato annuncio dall’IRGC di chiusura dello Stretto fino a nuovi ordini. La nave, per garantirsi un più facile passaggio, aveva ignorato gli avvertimenti iraniani e disattivato i sistemi di tracciamento, ponendosi perciò in una condizione d’illegalità agli occhi di Teheran. Oltre a quell’annuncio, l’IRGC ha avvisato che eventuali rappresaglie americane ed israeliane avrebbero trovato risposta in rinnovati attacchi alle basi.
Con tutto ciò, la diplomazia omanita non ha smesso di operare, con tornate negoziali di ore ed ore tra il Ministro degli esteri omanita al-Busaidi e il suo omologo iraniano Aragchi; ma per quanto costruttive e promettenti siano state, a spiccare è stata soprattutto l’assenza di qualsivoglia rappresentante americano. In pratica quella che è la parte più debole nel conflitto, gli Stati Uniti, non accettando la sua debolezza e pretendendo di vestire i panni della forza, altro non fa che esporre sempre più quella sua stessa debolezza al mondo intero: il bellicismo ad oltranza non se lo può più permettere. Ma nel frattempo altra diplomazia franava, con l’inviato iraniano all’ONU, Iravani, che ha informato che Teheran non si sente più vincolata al rispetto dei termini del MoU stante le continue violazioni americane, come le riapplicate sanzioni, gli attacchi dei giorni prima e la cancellazione delle deroghe sul petrolio.
La succitata debolezza americana è esposta da vari esempi, come la difficoltà dei Patriot ad intercettare i missili balistici iraniani su Muwaffaq, con una flotta composta da decine di F-15, F-16 e F-35 scampata alla distruzione solo per pura casualità. I missili hanno infatti colpito dei depositi vicini, privando in ogni caso la base di essenziali ricambi e forniture. Tuttavia, non potendo controllare la spirale bellica, gli Stati Uniti, tramite un messaggio di Trump su Truth, hanno ribadito la loro volontà di posizionarsi come “Guardiani dello Stretto”, con libertà di navigazione per tutti ad eccezione dell’Iran verso cui sarebbe stato imposto un totale blocco navale. In cambio di quel loro compito di sorveglianza, gli Stati Uniti avrebbero tuttavia imposto una tariffa di transito pari al 20% del valore del carico di ogni nave, misura indubbiamente ben più onerosa di quella iraniana che si limita al solo 1%. Teheran ha espresso tutta la sua ostilità ricordando che ogni iniziativa inerente lo Stretto fuori dalla sua autorità sarebbe stata letta come dichiarazione di guerra.
L’uso americano di veicoli suicida USV e di missili terra-aria ATACMS dal suolo bahreinita contro i siti civili e militari iraniani di Bandar Abbas, Abadan e le isole di Minu, Qeshm, Kish, Konarak e Sirik ha evidenziato la renitenza di Washington a tenersi fuori dall’agone mediorientale, stante la preponderante influenza israeliana nelle sue scelte strategiche, ed indicato la poco fondata convinzione dei suoi vertici di rovesciare le sorti del conflitto tentando di colpire le infrastrutture di Teheran. Tra l’altro l’innalzamento del livello tecnico ed offensivo ha accelerato la spirale bellica, mettendo ancor più in luce la capacità iraniana d’imporsi sugli avversari mobilitando, insieme alle sue forze, anche quelle degli alleati dell’Asse della Resistenza.
Il tentativo americano di alleggerire il peso del conflitto pressando i partner nell’area, a cominciare dall’Arabia Saudita costretta ad intervenire contro gli sciiti yemeniti di Ansar Allah, si presenta poi come un ulteriore e gratuito aggravamento di un dossier regionale già di per sé fin troppo teso. Provocare la riapertura di un fronte saudita-yemenita per calmierare il peso del fronte marino irano-americano, infatti, porta Riyad sull’orlo di una nuova crisi con Sana’a con cui aveva individuato negli anni un modus vivendi basato su un accordo di reciproca non interferenza. La rottura del blocco aereo yemenita, eredità del passato conflitto tra Ansar Allah e l’allora coalizione saudita-emiratina, poteva perciò tranquillamente svolgersi per azione iraniana senza obbligatoriamente incontrare interferenze saudite provocate dall’azione di quinte colonne israelo-americane nel Regno.
Ad ogni modo, giunti a questo punto di una più vasta crisi che spazia dal Golfo Persico al Levante, appare tutto fuorché sorprendente che la scadenza degli ultimatum, le cinque ore di bombardamenti da parte del CENTCOM e l’avvicinarsi delle navi americane per attuare il blocco navale abbia incontrato da parte dell’IRGC l’attivazione del codice “Vendetta di Hussein” nel quadro dell’operazione Nasr 2, col lancio di droni e missili balistici sulle basi americane in Giordania e nel Golfo. Malgrado il forte rifiuto internazionale, Trump è parso determinato nel voler portare avanti il suo progetto di totale blocco navale all’Iran ed imposizione degli Stati Uniti come “Guardiani dello Stretto”, ma ciò s’è tradotto unicamente in una peggiorata chiusura dello Stretto stesso da parte iraniana, con due navi emiratine prese di mira dai missili crociera dell’IRGC nelle acque omanite. L’IRGC ha inoltre colpito la base navale di Juffar in Bahrain, sede della V Flotta, distruggendone caserme, depositi e serbatoi di carburante, e soprattutto i radar per i Patriot, il sistema d’allerta precoce C-RAM e il centro di controllo degli USV; mentre in Giordania ha nuovamente bersagliato Muwaffaq, da cui partono gli attacchi contro Teheran, ricordando ai giordani che le sue azioni sono rivolte unicamente agli obiettivi americani e non contro popoli fratelli.
Così è ancor più emersa l’incapacità americana di far valere un proprio ordine nella regione. Ma i problemi americani non si fermano qui: come espresso da varie figure, ad esempio il Sen. Murphy, gli Stati Uniti hanno scorte di munizioni ormai al lumicino e un andamento dei titoli del Tesoro ai limiti della bancarotta, rendendo “pura follia” le dichiarazioni di Trump, impegnato mediaticamente a parlare di risorse missilistiche iraniane eliminate al 98%. La situazione americana, nella sua gravità, trova comunque in Israele un paragone ancor peggiore, con l’ex premier Barak che accusa Netanyahu di voler puntare sulla guerra totale unicamente per saltare le future elezioni, bloccando la Knesset, mentre l’IDF in Libano versa in condizioni vieppiù critiche con reparti vuoti, mezzi e carri armati insufficienti, dato che la maggior parte è stata distrutta da Hezbollah, ed avamposti privi di sufficienti equipaggiamenti. Non a caso, l’IDF non riesce ad avanzare nel sud del Libano malgrado il vantaggio di poter godere di autorità locali, come quelle del Presidente Aoun e del premier Salam, a dir poco compiacenti.
Nel frattempo, il ritorno in Iran dei treni merci cinesi, tramite la Ferrovia delle Cinque Nazioni danneggiata dai bombardamenti americani nei giorni scorsi e già riparata dai tecnici dopo sole 24 ore, indica da parte di Pechino e della SCO un messaggio geopolitico impossibile da equivocare: né Pechino né gli altri alleati regionali euroasiatici di Teheran permetteranno che si attenti alla solidità dei loro legami con la Repubblica Islamica.
