
Riassumere quanto avvenuto nell'ultima decade non è affatto facile, ma doveroso vista la forte rilevanza dei tanti fatti che l'hanno vista come testimone. Proprio dieci giorni fa, infatti, abbiamo visto collassare il MoU siglato tra Iran e Stati Uniti, con l'avvio di una nuova spirale di crisi che ha riportato il Golfo Persico alla condizione d'arena bellica. Beninteso, in questo resoconto di dieci giorni, che pubblicheremo in tre puntate, non è nostro interesse inventariare ogni fatto d'arma, se non quando si rivela necessario ad indicare una certa evoluzione negli equilibri geopolitici regionali: viceversa, nella vasta contabilità che ne verrebbe, perderemmo di vista proprio quelle dinamiche che non devono invece assolutamente sfuggire ai nostri occhi.
Alle prime incursioni del CENTCOM su 80 siti costieri ed insulari iraniani, l'IRGC ha reagito colpendone 85 di americani, in Bahrain e Kuwait. Significativo pure l'abbattimento di un ennesimo drone MQ-9 nella provincia di Busher, mentre da Israele al Golfo dell'Oman 28 velivoli cisterna americani alimentavano un intenso traffico aereo, ad indicare la pianificazione di una prolungata attività militare. Non colpisce che in tale frangente a deperire sia stato il traffico navale, con 4 navi gasiere e petroliere che hanno abbandonato la rotta per Hormuz dopo che una gasiera qatarina e una petroliera saudita erano state lievemente colpite. Per ritorsione il Dipartimento di Stato americano ha cancellato la sospensione temporanea delle sanzioni petrolifere all'Iran, che ha risposto accusando gli Stati Uniti d'aver svuotato di significato il MoU con le loro continue provocazioni. Tutto ciò è avvenuto mentre erano ancora in corso le esequie della Guida Suprema Ali Khamenei: come già anticipato nell'articolo precedente, una volta conclusa la sepoltura a Mashhad, l'Iran e l'Asse della Resistenza non avrebbero più avuto vincoli ad intraprendere ampliate rappresaglie contro gli Stati Uniti e i loro obiettivi.
Infatti il giorno dopo l'IRGC ha colpito quanto ancora in funzione dei sistemi radar americani nella regione, a partire dallo SBIRS alla base di Al-Udeid in Qatar: dopo gli attacchi iraniani di febbraio, che avevano causato la distruzione del radar primario, risultava ormai operativo al 40%. E' andato così in fumo un apparato dal valore di un miliardo di dollari, uno tra i cinque principali americani nel mondo per il tracciamento in tempo reale dei missili balistici. Anche i radar per i sistemi Patriot in Kuwait, aggiornati alla versione 8.1, non sono stati risparmiati, con sciami di droni e missili sulla base di Ali Al Salem e Camp Arifjan. Ma le ore tra l'8 e il 9 luglio hanno visto l'azione difensiva di Teheran estendersi anche ben oltre i perimetri del Golfo Persico, con 10 missili che hanno centrato la base di Muwaffaq, in Giordania, a danno soprattutto del Centro di Comando e Controllo dell'US West Asia, nonché le basi di Tawhid a Bahdad e Harir ad Erbil, in Iraq.
Nel mentre, lo stato della navigazione ha continuato a precipitare, fino ad interrompersi quasi del tutto. Il Qatar è stato costretto a sospendere il piano per una rapida ripresa nella produzione di GNL, con l'Iran che ha ribadito di non voler né revocare la chiusura dello Stretto né cedere alle pressioni americane. Le alternative contemplate da Teheran, come dichiarato dai suoi vertici, non escludono l'uscita dal TNP o una pesante revisione della dottrina militare iraniana, che a quel punto potrebbe prevedere anche attacchi extraregionali o di maggior portata. Washington, percependo in uno Stretto sgomberato dalle petroliere un'area maggiormente sfruttabile per più ampie offensive militari, ha ampliato i suoi bersagli a 90 contro gli 80 del giorno prima, mentre Israele, dopo aver rafforzato lo stato d'allerta dell'IDF, ha rinnovato le pressioni sull'alleato americano per nuove azioni in territorio iraniano, tese a prelevare l'uranio.
Tuttavia negli Stati Uniti la corsa alla spiralizzazione, alimentata dall'alleato israeliano, trova anche un parziale freno nella tentazione di ridar fiato alla diplomazia, a causa delle montanti problematiche interne. Evitare un nuovo conflitto d'attrito, che l'Iran impone e può permettersi, per Washington è un interesse esistenziale. Per tale ragione il 10 luglio abbiamo visto una temporanea sospensione tattica dell'offensiva da parte americana, onde prevenire recrudescenze autolesionistiche; e sempre per sua causa Israele, al contrario, ha intensificato le pressioni su Washington con improbabili resoconti d'intelligence, relativi ad un piano iraniano per assassinare il Presidente Trump. Come già più volte denotato, Israele non può e non vuole restar isolata nell'agone mediorientale: perdere la copertura militare americana significherebbe ritrovarsi a combattere in condizioni ancora più impari contro avversari di giorno in giorno sempre più forti. Il suo stesso piano d'espansione in Libano, che ha nell'Accordo Quadro firmato con la mediazione dell'alleato Rubio, risorsa di spicco per la lobby israeliana nell'Amministrazione, il massimo capolavoro, è frutto proprio della sua capacità di travolgere nei suoi interessi in Medio Oriente l'alleato americano troppe volte recalcitrante.
Se in quelle ore la diplomazia ha avuto nuove possibilità, lo dobbiamo a paesi come Pakistan, Qatar ed Oman, essenziali anche nel sostenere il MoU. Proprio il MoU ed in particolare il suo Art. 5, sulla gestione dello Stretto, ha rappresentato il principale pomo della discordia: per Washington è una giustificazione all'immediata riapertura di Hormuz, per Teheran il riconoscimento della sua esclusiva autorità nel gestirlo, anche tramite ulteriori accordi. In ogni caso, approfittando di questa rinnovata distensione, gli Stati Uniti hanno alleggerito la loro flotta aerea nella regione spostando 12 caccia F-22A da Israele all'Inghilterra, a suggerire un progressivo spostamento da piani per un conflitto regionale ad ampia scala in favore di altri incentrati soprattutto su azioni mirate e più contenute. Andando ciò in contraddizione con la linea israeliana, Netanyahu ha intensificato le sue pressioni su Washington, in primo luogo col già menzionato avvertimento su un piano iraniano per assassinare Trump, respinto dai funzionari americani, e in secondo luogo incrementando in patria il suo verbalismo politico ed orientandosi soprattutto sul Libano.
Proprio in quei giorni, infatti, fervevano i preparativi per la visita di Netanyahu negli Stati Uniti del 20 luglio, annullato solo poche ore fa; inoltre, anche in Israele a mesi vi saranno le elezioni. La nuova corsa in avanti del premier israeliano, di conseguenza, s'è qualificata nel battere sul ferro di una rinnovata guerra ad ampia scala insieme agli Stati Uniti, e nel rilancio della carta libanese, con l'annuncio di non voler compiere alcun ritiro dal sud del Libano finché Hezbollah non sarà stata disarmata e di voler costruire una cintura di sicurezza in difesa del nord di Israele. Sullo sfondo, il Libano si presenta sempre più diviso, tra il Presidente Aoun che difende la linea americana ribadendo la sua intenzione di partecipare alla sesta tornata negoziale del 15 luglio a Roma e il presidente del parlamento Berri che invece propugna il ritorno a quanto prospettato, per Beirut, dal MoU tra Iran e Stati Uniti.
La necessità di salvaguardare le rispettive carriere, tanto per l'amministrazione americana quanto per il governo israeliano, sta così esponendo ad un punto prossimo al parossismo le contraddizioni nelle relazioni strategiche tra Stati Uniti ed Israele. Ma è un problema anche per il governo libanese, che a sua volta si trova costretto a confidare, per la propria sopravvivenza politica, in quel rapporto di sudditanza da Stati Uniti ed Israele che al tempo stesso espone tutta la sua lontananza dalla realtà interna. Stati Uniti, Israele e Libano, in sostanza, si trovano a dipendere da una prospettiva irrealistica di poter vincere sul campo contro avversari, come Iran ed Hezbollah, che sempre più hanno in mano il controllo della guerra e, paradossalmente, delle loro stesse sorti.
