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Crollo del MoU? Cronaca degli ultimi giorni

08-07-2026 18:00

Filippo Bovo

Crollo del MoU? Cronaca degli ultimi giorni

Nell'arco di soli tre giorni, lo scenario geopolitico mediorientale ha conosciuto deterioramenti che denunciano la sempre più grave crisi strutturale

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Nell'arco di soli tre giorni, lo scenario geopolitico mediorientale ha conosciuto deterioramenti che denunciano la sempre più grave crisi strutturale dei calcoli strategici di Washington e Tel Aviv. Sino a poche ore fa, il MoU siglato tra Washington e Teheran era sopravvissuto grazie soprattutto all'inopportunità, per USA ed Israele, di nuovi attacchi proprio nel momento che l'Iran e l'intera comunità sciita mediorientale, insieme a molta parte della comunità sunnita, celebravano le esequie e il lungo lutto per il martirizzato Ali Khamenei. Proprio il suo assassinio è stato il punto di partenza della grave crisi strutturale dei calcoli strategici americani ed israeliani: entrambi gli aggressori avevano confidato in un immediato collasso interno della Repubblica Islamica, immaginando che con la scomparsa della sua Guida Suprema si sarebbe innescata una rivolta popolare tale da disintegrare il sistema di potere di Teheran. Ma la realtà ha bruscamente smentito queste stime, e i funerali di massa di Khamenei a Teheran, e i successivi passaggi nelle città sacre irachene di Najaf e Karbala, si sono trasformati in un impressionante plebiscito a favore dell'intero Asse della Resistenza. Le folle oceaniche coi vessilli rossi della vendetta hanno ribadito la popolarità e la legittimità politica della Repubblica Islamica, e compattato il fronte interno nel sostegno alla nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, e alla “linea dura” portata avanti dai vertici politici, come il rifiuto aprioristico ad ogni concessione diplomatica a Washington. La settimana di pausa forzata, spacciata con poca credibilità da Donald Trump come un favore ad un'implorante Teheran, è andata così ad arricchire l'arco temporale precedente, da calcolarsi ben oltre i soli venti giorni circa del MoU, utile a riorganizzare le catene di comando, ripristinare le infrastrutture militari non ancora ultimate e ricaricare gli arsenali.

 

Tuttavia, proprio in questi giorni, nel pieno delle cerimonie funebri, lo Stretto di Hormuz ha visto ribadita e rilanciata la sua centralità: dapprima il confronto è stato in termini soprattutto economici e legali, con l'asse tra Teheran e Muscat che ha messo in discussione il monopolio anglo-americano dei consorzi assicurativi marittimi e proposto una joint venture irano-omanita per la gestione e il soccorso navale nello Stretto. La mossa è stata validata da giuristi internazionali e blindata dal sostegno geopolitico di Russia e Cina, con quest'ultima beneficiata da tariffe preferenziali per il transito del greggio. Per reazione, gli USA sono tornati a presentarsi come garanti della libertà di navigazione commerciale, con l'invio della nave cargo greca Minoan Sky sotto la protezione di un massiccio dispositivo aereo tra velivoli AWACS e cisterna, senza tuttavia fermare il boicottaggio delle compagnie marittime che per motivi di sicurezza hanno preferito cambiare rotta a nord, verso le acque iraniane. Bloomberg, per esempio, ha parlato di ben 8 navi. La giornata di oggi ha così visto il passaggio della conflittualità da una bassa ad un'alta intensità, col CENTCOM che ha lanciato un importante attacco con munizioni di precisione su oltre 80 siti strategici e radar nel sud dell'Iran, come ad Hormozgna, Bandar Abbas e Qeshm, trovando immediata risposta dall'IRGC in un cospicuo lancio di missili balistici e droni contro 85 installazioni militari americane in Bahrein, sulla base aerea di Isa e il Quartier Generale della V Flotta a Mina Salman, e in Kuwait, sulla base aerea di Ali Al Salem. L'abbattimento di un drone MQ-9 Reaper a Busher e il blocco delle petroliere saudite e qatarine hanno così riaffermato la logica di un solo corridoio marittimo, sotto il controllo di Teheran. Il rifiuto di questa logica comporterebbe il pronto blocco da parte di Teheran del transito energetico globale e le immediate conseguenze nei mercati già visti sin qui, da non limitarsi ai soli prezzi dell'energia. 

 

Sempre in queste ore di scontro aperto, Trump tenta d'internazionalizzare il conflitto cavalcando il summit NATO di Ankara, con un mossa tesa a scaricare sugli alleati i costi politici ed economici di un conflitto energetico globale che da soli gli USA sanno di non poter reggere, con l'aiuto di una figura obbligatoriamente supina come il Segretario Generale, Mark Rutte. Ma anche la scelta di Ankara come sede del vertice risponde a chiare finalità, a partire da quella di porre la Turchia e il Presidente Recep Tayyip Erdogan dinanzi ad un imbarazzante ricatto diplomatico volto a riallinearla pienamente ai dettami NATO. Un pieno riallineamento, da leggersi anche nella condivisione delle volontà americane ed israeliane nella crisi in Medio Oriente, garantirebbe alla Turchia la revoca delle sanzioni e il reintegro nel programma dei caccia di quinta generazione F-35, come in altre ghiotte partnership per l'industria militare. Al contrario, scegliere di preservare la linea attuale, coi delicati equilibri di vicinato con Teheran, le posizioni su Libano e Siria, o le cooperazioni con Arabia Saudita, Egitto e Pakistan nel quadro della nascente STEP, continuando così ad entrare sempre più in rotta con Tel Aviv, aprirebbe la porta ad un ciclo di crescenti pressioni non più soltanto israeliane ma anche americane. Tuttavia, difficilmente Ankara tornerà mai indietro: rinunciando alla sua sovranità, faticosamente ricostruita in tutti questi anni, compirebbe sì una scelta destinata ad incidere sugli equilibri mediorientali per i prossimi decenni, ma ritornerebbe pure al ruolo d'asservita comprimaria dell'ordine israelo-americano nell'intera regione. Inoltre, è pure ben coscia che anche un pieno riallineamento a USA ed Israele non la risparmierebbe dalla loro mannaia, che s'abbatterebbe a tempo debito: il fallito golpe del 2016, partito dalla base NATO di Incirlik, fu un pericoloso campanello d'allarme che portò le autorità turche ad un progressivo slittamento dall'orbita occidentale.

 

La disperazione strategica di USA ed Israele, che cercano di trascinare nel conflitto partner ed alleati nel tentativo d'orientarne a proprio favore le sorti, si nota in modo ancor più lampante sul fronte libanese. Malgrado i tentativi di Tel Aviv di vantarvi una vittoria assoluta, è il suo stesso intelligence a smentirla, con ammissioni come quelle recentemente rese da Canale 12 che certificano un totale fallimento della bonifica della famigerata Linea Gialla. Le unità di Hezbollah, infatti, vi mantengono ancora una palese presenza, controllando punti strategici come Bint Jbeil, Deir Siriane e Majdal Zoun. Dinanzi all'incapacità ad effettuare una rapida bonifica militare, le forze israeliane hanno così ripiegato sulla tattica della terra bruciata e delle demolizioni sistemiche, come ad Aitaroun, Houla, Kfar Tebnit, al fine d'impedire un dispiegamento da parte dei reparti dell'esercito libanese. Ciò non appare tanto inaudito, considerando i precedenti in Libano come a Gaza, dove la volontà israeliana di dar luogo agli accordi non ha mai trovato conferma nella sua condotta politica e militare; e infatti anche il famoso Accordo Quadro mediato da Rubio tra Israele e Libano s'è presto rivelato per quel che era, un bluff senza solidità ed attinenza con la situazione sul campo. Le dichiarazioni ad Al Jazeera dell'ex Premier libanese Fouad Siniora sul mancato ritiro israeliano e la netta presa di posizione del Presidente del Parlamento Nabih Berri, che ha parlato di un accordo “inesistente”, hanno smascherato la già poco credibile mediazione americana spogliandola d'ogni ipotetica efficacia. Il tentativo di USA ed Israele di portare avanti un sesto round negoziale a Roma, con colloqui bilaterali tra gli ambasciatori il 15 e il 16 luglio, sotto l'egida italiana, ha già trovato un rigetto da Beirut nel consiglio dello storico diplomatico Simon Karam, a cui non è sfuggito che Tel Aviv abbia già ritrattato gli impegni presi sulla riconsegna delle aree pilota a nord del fiume Litani. Il tutto, mentre la stessa Israele sconta una drammatica crisi interna, con l'estensione dell'emergenza della leva obbligatoria che drena risorse ed allarga il solco della frattura sociale, come denunciato anche dai dati dell'Istituto per le Politiche del Popolo Ebraico (JPPI), secondo cui il 60% dei cittadini teme che Tel Aviv sprofondi in una guerra civile. 

 

In conclusione, il contenimento e la de-escalation diplomatica sono argomenti al momento accantonati. Il MoU tra Washington e Teheran si ritrova in serio pericolo di sopravvivenza, se non di fatto già annullato dai bombardamenti americani sui centri di comando dell'Iran meridionale e da quelli iraniani sulle basi nel Golfo. E' una fase di grande fluidità e transizione, da seguire con particolare cura: domani, terminato il lutto con la sepoltura delle spoglie della Guida Suprema nel santuario dell'Imam Ali a Mashhad, l'Asse della Resistenza non avrà più vincoli ed assumerà le scelte che riterrà più opportune. L'azione simmetrica iraniana sulle basi americane in Bahrain e Kuwait ha dimostrato che gli USA non hanno più, oltre alla già perduta ovvero mai ottenuta superiorità strategica nel conflitto, neppure l'immunità logistica nella regione, mentre Israele si trova privo di una copertura strategica totale da parte dell'amministrazione americana in ogni caso costretta a difendere la sua posizione sui mercati e le sue installazioni. Un eventuale ritorno ad una logorante fase bellica, in cui i nuovi rapporti di forza sono determinati dalla capacità di tenuta militare sul terreno e dal controllo dei flussi energetici globali, riporta di fatto gli USA e i loro alleati alle medesime e non rosee prospettive che hanno preceduto la tregua negoziale dello scorso 8 aprile. Anche questa volta, la massima di Giambattista Vico sui “corsi e ricorsi storici” si ripropone così in tutta la sua saggia attualità.

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