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Non solo Ginevra, ma anche altri negoziati. Il parallelo dossier libanese

25-06-2026 20:00

Filippo Bovo

Non solo Ginevra, ma anche altri negoziati. Il parallelo dossier libanese

Ad affrontare il nodo libanese, non sono solo i negoziati a Ginevra tra USA ed Iran, col MoU ad imporlo sin dal primo punto ("Gli Stati Uniti d'Americ

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Ad affrontare il nodo libanese, non sono solo i negoziati a Ginevra tra USA ed Iran, col MoU ad imporlo sin dal primo punto ("Gli Stati Uniti d'America, la Repubblica Islamica dell'Iran e i loro rispettivi alleati nell'attuale conflitto firmano il presente Memorandum d'Intesa per dichiarare la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e per impegnarsi, d'ora in avanti, a non intraprendere alcuna guerra o operazione militare l'uno contro l'altro, ad astenersi dalla minaccia o dall'uso della forza reciproci e a garantire l'integrità territoriale e la sovranità del Libano. L'accordo definitivo confermerà la cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, nonché le altre disposizioni del presente paragrafo"), ma anche quelli mediati ed ospitati da Washington tra Libano ed Israele, con risultati al momento piuttosto ambigui. Gli sforzi sin qui profusi non sono infatti andati oltre a tregue presto violate e piani di ritiro israeliani graduali e parziali, frutti meno che sufficienti: i punti più ambiziosi, come un accordo definitivo di pace o di disarmo, restano ben lontani dall'essere ottenuti. E pensare che è almeno da aprile che questi colloqui procedono, di fatto dimostrando soprattutto la loro inutilità: ricalcando per certi aspetti quelli che hanno portato alla tregua e al Board of Peace a Gaza (promuovere un dialogo tra governo libanese ed israeliano, escludendo Hezbollah, il “convitato di pietra” a cui si dava per certo di poter dettare le proprie condizioni), inevitabilmente finiscono per ricalcarne anche i fallimenti, fino alla paralisi finale. Infatti, non a sorpresa, Hezbollah subito accolse quei negoziati sopra la sua testa avvertendo che non ne avrebbe mai riconosciuto i risultati.

 

Ciò non toglie che nel tempo, sotto la regia americana, il non facile dialogo tra Israele e Beirut sia migliorato, con l'approvazione a Washington di alcune prime zone pilota controllate dall'esercito libanese e di una tregua legata alla fine delle ostilità da parte di Hezbollah e al ritiro dei suoi uomini a sud del Litani. Il quarto incontro, dunque, pare ostentare dei significativi guadagni in termini politici e di sicurezza, eppure sul campo la situazione resta sostanzialmente inalterata. Israele chiede il totale disarmo di Hezbollah, mentre il Libano insiste sul ritiro completo delle forze israeliane e il ripristino e rispetto della sua integrità territoriale. In definitiva, Israele intende permanere sul territorio libanese pretendendo dal governo di Beirut un'assoluta collaborazione nel disarmo dei resistenti libanesi; questi ultimi, invece, mantenendo ed accentuando la resistenza, continuano a colpire violentemente le forze occupanti israeliane, esponendone le crescenti difficoltà operative ed incidendo persino sulla linea politica degli stessi vertici libanesi. Nel frattempo, Washington promuove gli esiti del quarto incontro negoziale, sia per incrementare il proprio prestigio, sia per spianare la strada ad un suo disimpegno dalla copertura indiretta sin qui assicurata ad Israele nell'occupazione del Libano. 

 

I piani concordati dagli USA tra Libano ed Israele restano così per ora solo teorici. Il trasferimento dalle forze israeliane a quelle libanese di aree pilota, nell'auspicio di un ripristino totale del controllo di Beirut dei propri territori, è ad esempio ancora in discussione, con Israele che intende comunque preservare proprie zone cuscinetto più a sud. Le dichiarazioni emesse dal Dipartimento di Stato, per bocca di Marco Rubio, indicano a loro volta più il desiderio di demandare quanto prima le questioni interne libanesi a Beirut, affinché poi se la veda con Tel Aviv, e quest'ultima con Hezbollah e Teheran, che altro. A ciò mira, in essenza, l'idea qui utopica di un disarmo di Hezbollah. Quest'ultima, però, comprensibilmente rifiuta, non solo per le scarsamente credibili garanzie in cambio, ma anche perché nella guerra di resistenza all'occupazione israeliana gode di un crescente vantaggio. Secondo Hezbollah, i negoziati a Washington puntano a scindere il dossier libanese dal più ampio dossier mediorientale, e non diverso è il parere di Teheran e di tutto l'Asse della Resistenza: un punto di vista senz'altro comprensibile e condivisibile. Sempre per questa ragione, continuando a giudicarli con ostilità, vi rifiuta una sua eventuale partecipazione, anche indiretta, già solo per il fatto che altrimenti ne fornirebbe un parziale riconoscimento del ruolo; e sempre per questo principio, rifiuta eventuali trattative, anche indirette, con Israele. Gli USA parlano di tregue, aree pilota e graduali ritiri e riassetti della sicurezza locale; mentre Hezbollah, il principale attore, si trova formalmente fuori dal tavolo e, rifiutando accordi sostitutivi al MoU che Washington pure ha sottoscritto con Teheran, conferma l'approccio di quest'ultima al dossier libanese. Non a caso queste posizioni sono state ribadite anche nelle ultime ore, mentre dal canto suo Israele ha affermato di voler preservare una propria presenza nel territorio libanese, pur ammettendo una parziale riduzione degli effettivi impiegati.

 

Stretti tra l'insincerità degli USA, che vorrebbero cucirsi in Libano un piccolo trionfo su misura, capace di mettere in parte in ombra gli esiti non ancora gratificanti dei negoziati di Ginevra; tra l'insincerità di Israele, decisa a sfruttare i negoziati di Washington (e di Ginevra) per proseguire unilateralmente le sue operazioni militari nel meridione libanese, ritardando un ritiro altrimenti vissuto come un fallimento strategico e così riparandosi dalle conseguenze che produrrebbe sul fronte politico interno; e tra la determinazione di Hezbollah, che con la sua resistenza si dimostra sempre più in grado di tracciare i margini politici del governo libanese e la fattibilità di qualsiasi intesa su ritiri, sicurezza e confini; i negoziati di Washington appaiono né più e né meno nelle sabbie mobili quanto lo è stato il conflitto israelo-americano all'Iran. Non sorprende che a trarne un crescente guadagno, per influenza e prestigio, siano qui proprio Hezbollah e l'Iran, garante esterno non più solo della sigla sciita libanese, ma della sovranità libanese nel suo complesso e dei nuovi, emergenti equilibri regionali. Se Washington e Tel Aviv puntavano, come sin qui era stato per vie militari, a depotenziare e scollegare Hezbollah dall'Iran, il risultato ottenuto, proprio come nel loro conflitto a Teheran, è stato invece l'esatto contrario. Anche il Libano quindi, coerentemente agli altri dossier regionali, ci conferma il quadro di un Medio Oriente in rapida ed accelerata trasformazione, proiettato verso un nuovo ordine politico ben diverso dal precedente a guida israelo-americana, già prima del conflitto in visibile declino.

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