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USA e Iran, la diplomazia è la continuazione della guerra con altri mezzi

22-06-2026 11:00

Filippo Bovo

USA e Iran, la diplomazia è la continuazione della guerra con altri mezzi

I termini dell'accordo preliminare, ormai pubblicato, non lasciano spazio a dubbi su come si sia svolto il conflitto e, soprattutto, su chi l'abbia vi

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Giunti ormai al MoU tra USA e Iran e ai suoi 14 punti oggi più che noti, dovremmo dirci che ben pochi siano i dubbi su come si sia svolto il conflitto ed ancor più su chi l'abbia vinto. Tant'è che il momento della firma da parte di Trump, a Versailles, dove si siglarono gli accordi di pace più impattanti del Novecento, pare lanciare molto più di una semplice allusione. Non diversamente avverrà in futuro a Ginevra, dove già le delegazioni americana ed iraniana e i mediatori si trovano a discutere: dopotutto anche là, nel 1947, com'era stato a Versailles nel 1919, si firmarono accordi di una certa "entità". Inutile dire che i richiami qui, simbolici e non solo storici, si sprechino.

 

Emergono qui, dopo esser giunte al loro punto di rottura, certe contraddizioni: ne avevamo più volte parlato in precedenza e non mancheremo di farlo anche più avanti. Nel momento in cui vediamo la pressione economica e militare costringere gli USA (con gli arsenali ai minimi, le infrastrutture nella regione e le portaerei, beni costosi e di grande prestigio, simbolo della superpotenza americana, che si scoprono vulnerabili a droni e missili dal ben più basso costo, magari pure potenzialmente affondabili “in mondovisione”) ad intraprendere, pur con copertura mediatica amica, un disimpegno dal conflitto, mentre Israele si trova costretta a continuare da sola, non avendo altra scelta: ebbene, quella è una contraddizione, che emerge ed esplode, creando qualcosa mai visto in passato. E non parliamo del resto, a partire dalle prime dichiarazioni rilasciate da Trump poco dopo l'accettazione del MoU, non certo prive di significato nell'odierno contesto: Hamas che "si sta comportando bene in questi giorni", l'Iran che “ha tutto il diritto di possedere i missili”, i fondi iraniani presto scongelati, la guerra che andava interrotta perché in caso contrario “in quattro settimane le riserve strategiche di petrolio americane si sarebbero esaurite", e una nuova immane “crisi finanziaria” si sarebbe affacciata a livello globale. 

 

Tutto giusto, e in parte ci siamo già dentro: la sconfitta è anche in queste parole, e a contenerla non bastano eventuali rettifiche sempre a mezzo social, magari con nuove invettive contro il nemico. Nemmeno certi riferimenti a Netanyahu, un "pazzo" che deve imparare ad essere più "responsabile" perché sta continuando ad "uccidere civili innocenti", dovrebbero passare tanto inosservati; giacché, come qui Trump “ammette” con un certo vanto, senza di lui e gli USA, Israele neanche più esisterebbe (altro fatto senz'altro noto, ma un conto è sentirlo dire da qualche analista, e un altro dall'inquilino della Casa Bianca). La sconfitta, si faccia caso, sta sempre nelle dichiarazioni che, per quanto le si vogliano condire di politichese, burocratichese, o linguaggio pubblicitario da piazzisti delle televendite, diventano loro malgrado un'ammissione. Per il resto, come già visto, ci sono i 14 punti del MoU, ormai reperibili pressoché ovunque.

 

Nel frattempo non mancano, ad Occidente, persone che neanche troppo sotterraneamente sperano in un collasso del MoU e dei negoziati. Si nascondono magari dietro un allarmato scetticismo da presentabili attivisti od analisti, smentendo con le loro posizioni l'ostilità che riservano alle politiche militari ed espansioniste di Israele. Tuttavia, la loro condotta porta paradossalmente a pensare il contrario, e che addirittura in modo indiretto le appoggino, mascherandosi dietro ad un pessimismo a tutti i costi; tanto magari da compiacersi interiormente allorché i bombardamenti israeliani sul Libano davvero si spingono sino alla possibilità di far naufragare la diplomazia. Vivaddio, invece, che il MoU tiene, e che le delegazioni americana ed iraniana, coadiuvate dai mediatori pakistani e qatarini, portino invece avanti il lungo lavoro negoziale. Chi, in Occidente, sogna ed auspica la guerra a tutti i costi, preferendola alla diplomazia, lo fa solo perché non la conosce e, pure a distanza, non è in grado di comprenderla, scambiandola magari per un film o un videogioco. A maggior ragione, poi, se quella guerra non è fatta rischiando la propria pelle, ma solo quella degli altri. La nostra civiltà dovrà un giorno riflettere di questi crescenti vuoti valoriali e di empatia, perché stanno contribuendo significativamente alla sua alienazione dal resto della comunità globale. Le guerre, compresa quella all'Iran, sono nate anche così.


Mai come in questi casi bisognerebbe non confondere i fatti del breve periodo con quelli del lungo periodo, gli esiti temporanei con quelli definitivi. Inutile dire che sia un consiglio assai impopolare. Usciamo, in Occidente, da decenni di subcultura politica che ha inibito lo spirito critico, enfatizzando la fame abulica di novità e visibilità di molte persone. I risultati, disastrosi, li abbiamo tutti sotto i nostri occhi. Un altro dei grandi mali dell'Occidente, oltre a quello poc'anzi indicato, risiede proprio nel non saper più ragionare in un'ottica di lungo periodo, perdendosi nell'eclatanza e nella suggestività del "tutto e subito". Ciò spiega pure l'atteggiamento di chi disprezza o sminuisce la diplomazia, preferendo altre vie (la guerra?), purché sempre e solo a spese altrui.

 

Ma intanto, al netto delle interferenze israeliane e degli ambienti filo-israeliani negli USA, che si fanno sentire nel modo in cui i negoziati vengono gestiti dai delegati americani e presentati dai relativi mass media, oltre alle dichiarazioni "da casa" dello stesso Trump, il lavoro della diplomazia è stato sin qui straordinario. Come già detto più volte in questi giorni, servirà tempo per giungere ad intese più concrete, e nel mentre non mancheranno attriti tra le due parti, USA ed Iran, tesi proprio a misurare sin dove l'una e l'altra possono spingersi; il nodo principale da risolvere, al momento solo in parte sanato, è infatti nel legame sin qui pressoché simbiotico tra USA ed Israele. 


Gli interessi dell'uno e dell'altro non hanno mai realmente del tutto coinciso, ma Israele ha sempre avuto un forte "potere di chiamata" all'interno degli USA, a livello politico, sociale, economico, e non solo. Quel grande ascendente, in certi casi un vero e proprio potere ricattatorio, ha permesso ad Israele di strumentalizzare a proprio vantaggio la dottrina strategica americana ben oltre il solo Medio Oriente: solo portando quelle contraddizioni all'esasperazione, fino al punto di rottura, sarà possibile costringere lentamente gli USA a politiche sempre meno nell'interesse di Israele e più dell'Iran e dei suoi alleati dell'Asse della Resistenza. Avevamo già accennato, alcuni paragrafi più sopra, proprio alle sempre più affioranti contraddizioni nel rapporto tra USA ed Israele.


Il conflitto consumatosi, in varie fasi, dal 28 febbraio in avanti, non è dunque concluso, e sarebbe davvero "approssimativo" pensare il contrario; vero, semmai, è che sia tuttora in atto, giacché quanto al momento vediamo coi negoziati, tra botta e risposta, offensive e ritirate strategiche in salsa diplomatica, ed ultimatum e richieste sempre di più alto grado da parte iraniana, ne rappresenta proprio la prosecuzione secondo il principio per cui "la diplomazia è la continuazione della guerra con altri mezzi". Aver costretto gli USA ad interrompere il conflitto guerreggiato portandoli a limiti non più sopportabili, ed esponendone la divergenza d'interessi rispetto ad Israele nell'intera regione e nei loro ambienti economici e militari, è stato un enorme successo; non a caso la tregua negoziale dell'8-10 aprile è stata salutata come un'importante vittoria strategica da Teheran e dal resto dell'Asse della Resistenza, e condannata come un primo tradimento americano da Israele, che ha in tutti i modi tentato di sabotarla con varie e ripetute "false flags". Nondimeno, ancor più grande successo, per l'Iran e l'Asse della Resistenza, è stato aver successivamente costretto gli USA ad accettare in tutta fretta l'attuale MoU, minacciandoli di una nuova spirale bellica sui loro siti militari ed economici rimanenti, e su Israele che in quelle ore puntava al bombardamento di Dahieh, sobborgo meridionale di Beirut. 


Aver scardinato sul campo di battaglia l'unità, oggettivamente non simbiotica già in precedenza, tra USA ed Israele, è stato insomma un immenso successo strategico e militare dell'Iran e dell'Asse della Resistenza, con effetti parimenti immensi nei rapporti con gli altri partner regionali. Scardinare quanto resta di quell'unità sul campo diplomatico, o quantomeno quanto interessa per giungere ad un risultato negoziale esaustivo, è ora il secondo obiettivo. Non ci dovremo pertanto sorprendere se i sessanta giorni dinanzi a noi saranno tutti come li abbiamo visti sin qui: con botta e risposta, offensive e ritirate strategiche-diplomatiche, ripiegamenti tattici-diplomatici, ed ultimatum e richieste sempre più alte da parte di Teheran. "La diplomazia è la continuazione della guerra con altri mezzi", e quand'è così è davvero la cosa migliore. 

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