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Tra e dentro Israele e gli Stati Uniti, le contraddizioni del conflitto in Medio Oriente presto al punto di ro

13-06-2026 11:00

Filippo Bovo

Tra e dentro Israele e gli Stati Uniti, le contraddizioni del conflitto in Medio Oriente presto al punto di rottura

Le contraddizioni in seno al conflitto in Medio Oriente, ed in primo luogo tra e dentro gli aggressori, Israele e Stati Uniti, devono ancora raggiunge

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Le contraddizioni in seno al conflitto in Medio Oriente, ed in primo luogo tra e dentro gli aggressori, Israele e Stati Uniti, devono ancora raggiungere il loro massimo di punto di rottura; sono però già oggi in buona parte visibili, e soprattutto destinate a rendersi man mano più manifeste. Volendo fare un paragone, si potrebbe parlare di una bolla che, gonfiandosi oltremodo, giunge infine all'esplosione. S'è detto, in più occasioni, che gli interessi di Israele e Stati Uniti sono almeno in parte non del tutto allineati e sovrapponibili. E' una frattura che va crescendo in rapida progressione, benché entrambi siano al tempo stesso strettamente legati tra loro da reti d'interessi ed allacci a più livelli, ad esempio politici ed istituzionali, economici e finanziari, tecnologici e militari, sociali ed associativi, e così via. 


Ad esempio, c'è chi nota che, alle elezioni americane di mid term a novembre, l'AIPAC, a fronte di un impegno milionario record di circa 95-95 milioni in dollari liquidi, potrebbe ritrovarsi con esiti alquanto "incongrui". La contestazione verso i candidati sostenuti dall'AIPAC, con mobilitazioni in senso opposto, potrebbe non giovare alle loro fortune elettorali; altrettanto si può dire per le primarie dei partiti, in particolare col partito democratico. Si vedrà, a novembre, quanto queste "voci" avranno avuto fondamento, ma i precedenti, nel New Jersey a febbraio e nell'Illinois a marzo, dagli esiti che usando un eufemismo si potrebbero definire "misti", forniscono già una prima indicazione. 


Un altro aspetto ancora è il legame a livello militare: ha destato una certa attenzione, recentemente, la mozione del Congresso per non rinnovare l'accordo finanziario che garantisce ad Israele 3,8 miliardi annui in aiuti militari. In base a tale accordo, firmato nel 2016 sotto l'amministrazione Obama, Israele investe quei fondi nell'acquisto di armamento americano, ma proprio qui sorge il problema: ad oggi, le guerre in Ucraina e all'Iran hanno condotto gli arsenali americani a pericolosi livello di carenza, ed esposto l'incapacità del sistema produttivo americano a produrre armamento in quantitativi tali da compensarne l'impiego, e lo spreco. Da ciò la scelta d'interrompere quell'accordo, sempre più insostenibile, per sostituirlo con altro, di ben più gradito anche dallo stesso Israele, che nel frattempo punta pure ad una maggiore autosufficienza produttiva, in primo luogo con un piano straordinario di 110 miliardi di dollari che, oltretutto, vedrà sorgere nuove e più potenti joint-ventures tra le industrie della difesa americana ed israeliana. Così, pur puntando al medio periodo, si verrà a creare un ambiente economico ed industriale ben più redditizio per entrambi, e per giunta al riparo dalle attuali polemiche legate, negli Stati Uniti, proprio al precedente impegno finanziario a sostegno di Israele. 


L'alleanza militare tra Stati Uniti ed Israele cerca quindi di mettersi al riparo dalla politica americana, ma al tempo stesso deve fare i conti con l'impopolarità dei legami che a livello lobbistico cercano nell'immediato di salvaguardarli nel loro intero. Sia ben chiaro che questi sono soltanto alcuni dei tanti esempi che si potrebbero fare, ad indicare la crescente difficoltà a portare avanti un rapporto non del tutto sinergico e sovrapponibile nei suoi interessi strategici. 


Per il resto, a livello esterno, guardando proprio a quegli interessi in ambito mediorientale, le fratture emergenti si notano ormai sempre più, e conducono a direzioni inaudite e non del tutto irrevocabili: ad esempio, che gli Stati Uniti possano ritirarsi dal conflitto, pur con tutte le trionfali dichiarazioni necessarie a coprirne la dolorosa sconfitta, lasciando Israele a cavarsela da solo contro l'Iran e l'Asse della Resistenza, prima di tutto in Libano, oltre che nello Yemen e in Iraq. Non mancherà, naturalmente, anche in questo caso un aiuto esterno degli Stati Uniti al loro alleato, seppur con più discrezione, mantenendosi un passo indietro, in modo da contenere la loro esposizione a livello regionale ed internazionale, e così pure agli occhi dei loro stessi cittadini. In generale, sarà un supporto che andrà facendosi progressivamente più residuale, o marginale, sulla falsariga di quanto vissuto dai paesi europei, ed in particolare dalla Francia e dall'Inghilterra, dopo la crisi di Suez del 1956: non più un ruolo di presenza egemonica nel Medio Oriente, ma di sostegno esterno e/o limitato in favore dei propri alleati di riferimento. 


Nella crisi di Suez l'egemonia franco-britannica venne abbattuta dall'Egitto e dalle nuove superpotenze del Dopoguerra, Stati Uniti ed Unione Sovietica; stavolta, ad abbattere l'egemonia americana, con un nuovo ridimensionamento del ruolo israeliano, è stato l'Iran con le nuove superpotenze del secolo odierno, in primo luogo la Cina oltre che la Russia, nonché importanti attori emergenti, e non solo in termini di prestigio regionale ed internazionale, come il Pakistan. I termini del memorandum d'intesa che stanno iniziando a circolare ci danno già un'indicazione del genere, e anche il fatto che siano gli Stati Uniti, soprattutto, a premere per una loro firma, pur al solito con tutte le speculazioni mediatiche, politiche e finanziarie proprie soprattutto della loro attuale amministrazione, ce ne danno un'idea: non è Teheran ad avere fretta, dacché il tempo gioca in suo favore. 


Proprio a tal merito, è naturalmente lapalissiano ricordare quanto sia del tutto inutile perder tempo dietro alla tanta prograpanda del mondo dell'informazione occidentale, e alle dichiarazioni del presidente Trump in particolare: più di 100 giorni di conflitto dovrebbero aver insegnato a molti di noi quanto del tutto inattendibili e dispersive siano le sue parole, tese unicamente ad influenzare i mercati e a trasmettere, nell'elettorato americano, l'impressione che la Casa Bianca mantenga l'iniziativa in una guerra che ha invece perso in maniera fragorosa. Le fonti iraniane e dell'Asse della Resistenza, invece, si sono sempre dimostrate in tutto questo periodo ben più attendibili e dettagliate delle fumose concorrenti occidentali, americane od europee che siano, ed israeliane, impregnate sin nel midollo di propaganda. Il consiglio, pertanto, è di leggersele, dacché spesso contengono in modo assai più preciso i termini dell'accordo, ormai plausibilmente prossimo, e soprattutto la loro reale portata.

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