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L’Operazione Militare Speciale russa in Ucraina: un bilancio strategico a lungo termine

09-06-2026 16:05

Filippo Bovo

L’Operazione Militare Speciale russa in Ucraina: un bilancio strategico a lungo termine

La cosiddetta SVO, l'Operazione Militare Speciale (come la Russia definisce il suo intervento in Ucraina, iniziato il 24 febbraio 2022), al netto di t

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La cosiddetta SVO (l'Operazione Militare Speciale, come la Russia definisce il suo intervento in Ucraina, iniziato il 24 febbraio 2022, al netto di tante sue farraginosità e contraddizioni risulta comunque un sostanziale successo strategico a lungo termine. Durante questi quattro anni non sono mancati i problemi, a cui Mosca ha sempre risposto con la sua consueta "lentezza",  per quanto di tale definizione si possa dubitare assai: più opportuno, semmai, è parlare di "flemma", o "ponderazione", a riflettere un diverso metro valoriale tra scuole militari occidentali e russa. Se le prime si focalizzano soprattutto su azioni rapide ed incisive, la seconda invece punta più estesamente ad approcci progressivi e massicci, per giunta anche più difficili da arrestare una volta avviati: giudicare un metodo in base alle filosofie ed aspettative che caratterizzano l'altro rischia, pertanto, di condurre un osservatore a giudizi fuorvianti. 

 

Tale conflittualità tra diverse dottrine militari, e relative mentalità politiche e strategiche, spiega probabilmente l'incapacità di molti ambienti occidentali nel comprendere appieno la portata delle operazioni russe e, prima ancora, il significato del concetto di “guerra d'attrito”. Se è vero, ad esempio, che sono serviti oltre quattro anni a Mosca per occupare più di 2400 kmq di territorio ucraino (col completo controllo della Repubblica Popolare di Lugansk, di più dell'80-85% della Repubblica Popolare di Donetsk, di quote significative di Zaporizhzhia ed altri aree), è al tempo stesso vero che proprio in quel modo le FFAA russe hanno potuto logorare gran parte delle risorse militari di Kiev e della NATO, rendendo all'una come all'altra sempre più gravoso il sostegno al conflitto, e utopica la possibilità di sovvertirne gli inevitabili esiti. 

 

Tant'è che le risposte asimmetriche ucraine (che non potrebbero avvenire senza un supporto informativo e satellitare degli alleati europei e NATO), come gli attacchi con droni a raffinerie, impianti energetici e regioni di confine russe, come a Kursk, a Belgorod o San Pietroburgo durante lo SPIEF, si spiegano proprio col tentativo disperato di Kiev di portare Mosca ad abbandonare la sua strategia di “guerra d'attrito” per portarla, coltivando una reazione psicologica nell'opinione pubblica russa, ad abbracciare quella della “guerra totale”, ovvero dello scontro frontale con la NATO. Non diversamente si potrebbe dire per altre recenti iniziative, tese a precludere ogni possibilità di negoziati nel breve e medio periodo, come ad esempio la lettera aperta di Zelensky a Putin dello scorso 4 giugno, dai contenuti fortemente offensivi e provocatori; o ancora la dichiarazione congiunta di Starmer, Macron e Merz dello scorso 7 giugno, che al pari dell'altro documento dietro l'apparente intento di rilanciare il dialogo mira invece a scongiurarlo e ad indurre Mosca a più accese reazioni. Il mantenimento dell'autocontrollo da parte della leadership russa, oltre a vanificare le provocazioni ucraine e NATO, contribuisce ad aggravarne il morale, aumentando l'impopolarità verso la linea bellicista dei propri governi nella popolazione ucraina, inglese e dei paesi UE.

 

Sin qui l'UE e i suoi Stati membri hanno erogato decine di miliardi di euro in assistenza militare, finanziaria ed umanitaria. Solo nel programma Ukraine Facility, lanciato nel 2024, sono stati previsti 50 miliardi di euro, con pagamenti recenti come i 2,8 miliardi del corrente mese. In totale, dal 2022, i miliardi spesi dai paesi europei per sostenere la guerra all'interno del quadro UE sono stati più di 100, a cui però devono assommarsi anche quelli distribuiti tramite la NATO, di cui ugualmente sono parte. In questo, i vari paesi NATO hanno fornito aiuti cumulativi sopra i 300-400 miliardi di dollari, coi paesi europei che hanno surrogato in misura crescente al graduale disimpegno americano soprattutto dal 2025 e nel 2026. Questi fondi, pur enormi, non sono riusciti ad impedire la progressiva avanzata russa, né tantomeno hanno risolto i problemi strutturali ucraini, dalle perdite umane alla corruzione in ascesa, al contrario persino accentuando e cronicizzando la dipendenza di Kiev da Bruxelles. 

 

Inoltre, tale continuata e reiterata politica elargitrice ha impattato in misura crescente sui bilanci dei cittadini europei, tra inflazione e tensioni sociali, mentre la Russia ha saputo sfruttare l'occasione derivante dai sanzionamenti occidentali ed europei in particolare adattando e persino modernizzando la propria economia. In pratica, non solo le FFAA, ma anche il sistema economico russo ha tratto dalla SVO l'opportunità per affrontare certi suoi storici tarli (come la diversificazione produttiva o lo sfruttamento di determinate risorse interne, giudicati in precedenza migliorabili), al contempo centrando l'obiettivo di una riuscita conversione alla produzione bellica e potenziando la sua integrazione con nuovi partner economici al di fuori dell'area atlantica, come quelli dell'area BRICS, SCO e ASEAN.


Un altro elemento interessante della SVO è d'aver permesso a Mosca d'individuare, man mano che le ostilità procedevano, i vari punti deboli su cui intervenire, non soltanto al fronte, ma ancor più nella struttura ed organizzazione delle sue FAAA. Il 2022, con tutto ciò che ne è seguito, ha quindi fornito a Mosca un'occasione unica per modernizzare e collaudare una macchina da guerra che già prima dello scoppio delle ostilità aveva vissuto trasformazioni epocali. Non è un caso che oggi si parli di quello in Ucraina come del primo vero conflitto della storia moderna, contemporanea, dal momento che vede un'inedita e crescente interazione tra uomo e dispositivi d'arma mai giunti prima a tali livelli d'integrazione, ad esempio i droni. Nell'immaginario collettivo, ma anche in molti conflitti precedenti, il loro utilizzo era stato sino in genere mirato e limitato, con dispositivi come i costosi Predator e Reaper americani, visti ad esempio in Afghanistan ed Iraq, e paragonabili a veri e propri piccoli aerei teleguidati. Oggi, al contrario, vediamo molti droni, spesso e volentieri del tipo FPV, con guida tramite cavo in fibra ottica, piccoli, economici e maneggiabili in un breve e medio raggio. 


Il conflitto ucraino presenta l'unicità, oggi in verità contesa anche da altri conflitti ancora (Libano meridionale, Mali settentrionale e Sahel, Sudan, ecc), d'integrare contesti bellici molto assortiti tra loro: trincee ma anche linee mobili, per non dire mobilissime; lo spargimento di uomini e mezzi su spazi aperti, ma anche una loro più relativa concentrazione nelle città e nei centri abitati; oltre, infine, allo scontro dal cielo e non solo su terra. Le forze attive in questo conflitto (ma non diversamente possiamo dire pure per gli altri conflitti succitati) possono pertanto sviluppare un'esperienza nelle moderne tecniche di combattimento che rappresenterà un indubbio vantaggio sulle altre FFAA, soprattutto se ne usciranno vittoriose. 

 

Le debilitate FFAA ucraine, almeno a livello di forze speciali e volontarie, oltre ai non pochi consiglieri militari NATO, anche a conflitto finito avranno senz'altro un brillante futuro negli organici dell'intelligence militare di molti paesi occidentali, come in effetti già possiamo vedere dai recenti fatti dal Sahel (dove, ad esempio, le prove dell'azione ucraina, in coordinamento col DSGE francese, sono ripetute ed evidenti). Ma è per le FFAA russe che il vantaggio strategico si presenterà in termini ancor più massicci, tanto più considerando che andrà ad assommarsi a quelli che a tempo debito deriveranno dalla fine del conflitto, con tutti i suoi ovvi ed intuibili esiti politici.

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