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Dal Chiang Kai-shek dell'Incidente di Xi'an del 1936 alla crisi di Suez del 1956: il Medio Oriente di oggi

07-06-2026 20:00

Filippo Bovo

Dal Chiang Kai-shek dell'Incidente di Xi'an del 1936 alla crisi di Suez del 1956: il Medio Oriente di oggi

1. L’analogia con Chiang Kai-shek e la crisi libanese: un presidente che non riconosce il vero nemico In piena Guerra Civile, con l'invasione giappone

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1. L’analogia con Chiang Kai-shek e la crisi libanese: un presidente che non riconosce il vero nemico

 

In piena Guerra Civile, con l'invasione giapponese della Manciuria, l'allora presidente cinese Chiang Kai-shek preferiva concentrare le forze del KMT (Kuomintang) contro i comunisti, che giudicava una “malattia del corpo”, a suo dire ben più grave dell'occupazione straniera, che invece derubricava a più secondaria “malattia della pelle”. Fu necessario l’incidente di Xi’an del dicembre 1936, con il sequestro del Generalissimo da parte dei suoi stessi generali Zhang Xueliang e Yang Hucheng, favorevoli ad un'alleanza tattica coi comunisti che già combattevano i giapponesi con crescente successo, per costringerlo ad un fronte unito anti-giapponese del KMT col PCC di Mao Zedong. 

 

Una dinamica simile sembra ripetersi oggi in Libano col presidente Joseph Aoun. Tratta Hezbollah come la minaccia principale, una “malattia del corpo”, mentre minimizza l’occupazione israeliana di vaste aree del territorio nazionale, i bombardamenti quotidiani e lo sfollamento di oltre un milione di libanesi, alla stregua di una “malattia della pelle”. Hezbollah, invece, continua a svolgere quel ruolo che l’esercito libanese ufficiale, per quanto fortemente patriottico, non può e per via dell'ostruzionismo governativo neppure è autorizzato ad assumersi: resistere all’occupante israeliano sul campo, difendendo il Libano e il suo popolo. Nelle sue recenti dichiarazioni, inclusa un’intervista ai media occidentali, Aoun ha accusato l’Iran di usare il Libano come “pedina di scambio” nei negoziati con gli Stati Uniti, criticando sia Teheran che Hezbollah, e sostenendo che persino una distruzione totale del paese da parte di Israele non le permetterebbe di raggiungere tutti i suoi obiettivi. Posizioni che riecheggiano pericolosamente quelle di Chiang prima di Xi’an. 

 

La risposta iraniana è stata ferma e diretta. Il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha invitato Aoun a “salvare il Libano dal suo vero nemico”, sottolineando: “Sulla base dei commenti del Signor Aoun, si potrebbe pensare che sia l’Iran ad occupare 1/5 del Libano, a sfollare 1/4 dei libanesi e a bombardare il paese quotidianamente”. Per poi concludere: “Se il Libano fosse una pedina di scambio per l’Iran, avremmo raggiunto un accordo da tempo". Un portavoce iraniano ha rincarato la dose, accusando Aoun di “vendere chi gli sta accanto e comprare chi gli sta contro”. In effetti, fino ad oggi, sono stati Teheran e Hezbollah a difendere concretamente la sovranità libanese, mentre i vertici di Beirut continuano ad apparire assoggettati alle influenze esterne, e di Stati Uniti, Israele e Francia per primi. 

 

Purtroppo, senza un impegno reale del governo e dell’esercito libanese contro l’occupazione israeliana, molti problemi strutturali del Libano, dalla liberazione nazionale ad una più definitiva messa in sicurezza della sua sovranità, oltre alla sicurezza interna e alla ricostruzione, resteranno irrisolti. L’analogia storica con le istruttive vicende della Guerra Civile cinese suggerisce che solo con un “cambio di priorità” si potrebbe invertire la traiettoria, ma la sovranità limitata di Beirut rende tuttora altamente improbabile uno scenario dagli esiti paragonabili all'Incidente di Xi’an. 

 

2. La nuova fase del conflitto di Stati Uniti ed Israele contro Iran e Asse della Resistenza

 

Il confronto di Stati Uniti ed Israele con Iran ed Asse della Resistenza è sfociato di nuovo nella guerra aperta, dopo una fase di piene ostilità dal 28 febbraio febbraio all'8 aprile, e una di relativa tregua negoziale dal 10 aprile a non molte ore fa. Per entrambe le parti la tregua negoziale è tuttavia servita soprattutto a riarmarsi e ricostruire i danni in precedenza riportati: soprattutto nel caso iraniano, la resilienza infrastrutturale e le capacità di recupero sono parse davvero notevoli, frustrando le aspettative israelo-americane di un rapido “shock and awe”. 
 

Gli obiettivi delle due parti non potrebbero divergere più radicalmente. Per Teheran e l’Asse della Resistenza si tratta di completare il processo di espulsione della residuale presenza militare americana dalla regione; costruire una nuova architettura di sicurezza collettiva con le altre nazioni del Golfo e una gestione condivisa dello Stretto di Hormuz con l'Oman; oltre a sostenere Hezbollah per una tutela più duratura del Libano meridionale, con una pressione costante su Israele fino ad una sua più completa sconfitta strategica. Non appaiono qui per nulla casuali le parole del Comandante della Forza Quds del CGRI (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, o Pasdaran come più comunemente noti al nostro pubblico), Esmail Qaani, che ha parlato esplicitamente della formazione di una nuova “cintura di sicurezza della Resistenza” dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb e dal Golfo Persico al Mar Rosso. 
 

Per Washington e Tel Aviv, invece, l’obiettivo resta quello di debellare ed inertizzare l'Iran per decapitare ed indebolire l’intero Asse della Resistenza, consolidare e securizzare il controllo israeliano in Libano, ed impedire l’emergere di un nuovo ordine regionale sovrano nel Golfo. Ciò implicherebbe di fatto il ritorno al vecchio status quo, di fatto esistito sino al 28 febbraio scorso, prima che proprio Stati Uniti ed Israele con la loro azione non correttamente calcolata ne causassero la crisi; e per farlo, gli Stati Uniti dovrebbero annientare un attore, l'Iran, che di quello status quo era comunque parte, marginalizzato per quanto in costante ascesa. Un compito titanico che, se coronato, imporrebbe anche ad Arabia Saudita, Qatar, Oman e ad altri attori regionali al di fuori del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) una più ferrea e ribadita pax israelo-americana, con senz'altro non i soli Accordi di Abramo come condizione non negoziabile; e ridurrebbe ulteriormente l’influenza di attori come il Pakistan e la Turchia, la cui posizione nella regione nel conflitto è parsa sempre più consolidarsi. 

 

Tuttavia, la prima fase del conflitto, durata ben oltre le iniziali aspettative israelo-americane, senza mai ottenere una superiorità aerea sull'Iran e per giunta con enormi danni alle proprie strutture, denunciati anche dalla stessa stampa israeliana ed americana, dimostra i limiti di questa ambizione. Stati Uniti ed Israele hanno scatenato una guerra sottovalutando gli avversari, seguendo presunzioni ideologiche e rifiutando il confronto con la realtà. L’Asse della Resistenza, invece, ha dimostrato pragmatismo e coordinamento: Hezbollah si è difesa dall'offensiva israeliana efficacemente, ha risposto agli attacchi israelo-americani all'Iran lanciando missili e droni sul settentrione israeliano ed aperto un fronte libanese che ha costretto Israele a dividere le sue risorse; gli Houthi e altri membri dell'Asse hanno nel frattempo minacciato gli avversari ed attivato linee di pressione marittime, per scendere ora attivamente in campo. 

 

Giunti a questo punto, vien da pensare a quanto avesse ragione il buon Giambattista Vico nel parlare di “corsi e ricorsi storici”. Quanto oggi in att ci porta infatti alla memoria, dopo il paragone con l'Incidente di Xi'an, un altro episodio del passato, la crisi di Suez del 1956; ma il parallelismo, per quanto calzante, non risulta ancora insufficiente. Allora la débâcle anglo-francese segnò il tramonto delle vecchie potenze coloniali, Londra e Parigi, sia nel controllo del Canale, tornato all'Egitto, che della regione, con l'incedere del duopolio USA-URSS. Oggi, invece, un fallimento israelo-americano avrebbe conseguenze persino più profonde e grottesche, con la netta emersione a livello regionale proprio di quell'ordine multipolare che invece, con la loro azione, tutto avevano fatto per impedire. 

 

Oltre ai forti costi economici, già in buona parte ricaduti su scala globale, con le interruzioni dei transiti da e per Hormuz e l'impatto sul commercio globale, anche il loro progetto egemonico ne esce condannato. L’incapacità di piegare l’Iran e l'Asse della Resistenza evidenzia come il fattore ideologico prevalga su una realistica valutazione da parte di Stati Uniti ed Israele delle capacità avversarie, dalla resilienza iraniana alla coesione dell’Asse: Hezbollah incluso, che nonostante i colpi ha conservato tutte le sue capacità operative, peraltro con uno snervante effetto psicologico proprio sulle aspettative dei vertici politici e militari israeliani.
 

In conclusione, in Libano, finché il presidente Aoun e i vertici di Beirut non sposteranno l'attenzione sul “vero nemico”, ossia l’occupazione e i bombardamenti israeliani, il paese resterà diviso e vulnerabile. Hezbollah continua a resistere laddove lo Stato ufficiale è frenato, confermando il suo ruolo di avanguardia dell’Asse, forte di una popolarità e legittimazione che si rendono comprensibili dinanzi all'inerzia delle istituzioni nazionali. Nel mentre, la Repubblica Islamica, sostenendo una visione di sicurezza regionale condivisa e sovranità, propone un’alternativa all’ordine poltico e militare imposto, nella forma di una nuova architettura che veda la responsabilizzazione degli altri attori regionali. 

 

I prossimi mesi ci diranno se l’Asse della Resistenza sarà riuscito a convertire la sua resilienza militare in avanzamenti politici estesi e duraturi, o se l'azione israelo-americana soprattutto su divisioni regionali ed interne, come nel caso libanese o ancora tra gli attori del CCG, avrà almeno parzialmente invertito la tendenza. Per il momento, i fatti sul campo, tra difesa attiva, ricostruzione rapida ed efficace e coordinamento tra i fronti, indicano che il progetto di rimozione della minaccia americana e di marginalizzazione politico militare israeliana nella regione procede, nonostante i costi elevati. La storia, come ricordato dal caso cinese, con l'Incidente di Xi'an, premia sempre chi identifica correttamente il nemico principale, intraprendendo una lotta determinata ed incrollabilmente diretta all'obiettivo finale.

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