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Il difficile rapporto tra Stati Uniti e Iran: negoziati, ma con un occhio alla guerra

25-05-2026 16:16

Filippo Bovo

Il difficile rapporto tra Stati Uniti e Iran: negoziati, ma con un occhio alla guerra

Come già scritto in precedenza, a bloccare un ciclo di nuovi attacchi americani all'Iran è la festività dell'Hajj, la più importante dell'Islam

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Come già scritto in precedenza, a bloccare un ciclo di nuovi attacchi americani all'Iran è stata la festività dell'Hajj, la più importante dell'Islam, dal 25 al 30 maggio, anno 1447 AH secondo il calendario islamico. In quei giorni i pellegrini musulmani da tutto il mondo, dal Marocco all'Indonesia, dall'Africa Subsahariana all'Occidente, si recano ai luoghi santi della Mecca; e un attacco americano inevitabilmente coinvolgerebbe anche i paesi del Golfo, a cominciare proprio dall'Arabia Saudita, custode di quei santuari. Non solo i paesi del Consiglio di Cooperazione Islamica (OIC) si ritroverebbero nuovamente in un pieno caos bellico e logistico, a prescindere dalle posizioni che sempre più li dividono tra di loro e così pure al loro interno; ma per di più subirebbero anche evidenti danni economici, dal momento che soltanto per quanto concerne i voli sono proprio le loro compagnie (Emirates, Qatari Airways, ecc, insieme ad altri vettori mediorientali non del Golfo, come ad esempio Turkish Airlines o EgyptAir) a trasportare avvalendosi dei loro hub molti dei pellegrini. Non parliamo poi degli ovvi danni reputazionali per gli Stati Uniti, che in tal modo davvero allargherebbero ancor più il solco che sempre più li separa col resto della comunità islamica mondiale: oltre ai paesi dell'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), quasi una sessantina, vi sarebbero tutte le comunità nei paesi a maggioranza non musulmana (Stati Uniti compresi, ad esempio). Possiamo facilmente immaginare i risvolti pratici di una simile profanazione, giacché tale sarebbe: qualora nuovi attacchi americani iniziassero adesso, magari proprio nei prossimi giorni ed entro il 30, decine di migliaia di pellegrini di ogni nazionalità potrebbero ritrovarsi o "chiusi dentro", in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo coinvolti loro malgrado nella ripresa delle ostilità, come dei veri e propri "scudi umani involontari"; o "chiusi fuori", impossibilitati a poter partecipare ad un pellegrinaggio che rappresenta uno dei cinque pilastri dell'Islam. Per non parlare dei danni anche ad altre infrastrutture regionali, dall'energia alle telecomunicazioni, tra i nuovi obiettivi ventilati dall'Iran nel caso di una ripresa del conflitto.*


Come sappiamo, nei giorni scorsi Donald Trump ha chiamato i leader della regione, paesi del Golfo per primi, nonché Turchia ed Egitto, evidentemente con l'intenzione di metterli davanti al fatto compiuto; come pure ha parlato con Netanyahu in separata sede. Ma è stato bloccato proprio da questo rituale, che evidentemente tutti gli "interpellati" gli hanno ricordato, pressandolo affinché non passasse all'azione. Per quanto sia rilevante che li abbia quantomeno interpellati prima di pensare ad un'azione, diversamente da come fece il 28 febbraio decidendo unicamente con Netanyahu e passando sopra le loro teste, altro elemento che dovrebbe dirla lunga sull'effettivo rispetto americano verso di loro, rimane comunque che gli Stati Uniti non siano in grado d'uscire dal loro impasse bellico senza una ripresa delle ostilità. I negoziati, che peraltro non vedono soddisfatte le loro esagerate esigenze, non hanno in realtà fatto alcun concreto progresso, di là dai proclami dei media che hanno evidentemente riposto eccessiva fiducia nel loro potere risolutivo; e del resto per gli Stati Uniti, come pure per l'Iran, rappresentano soltanto un modo per prender tempo in vista di un ritorno alle armi. Tra l'altro, parlando proprio di media, non dovrebbe passare inosservato il modo con cui proprio Trump ha sfruttato la comunicazione, al solo fine d'influenzare i mercati in modo da contenere entro il "livello di guarda" i tassi dei titoli del Tesoro USA o ancora i prezzi del greggio al barile. E, anche in merito alle notizie di questi ultimi due giorni, riguardo la possibilità che Stati Uniti e Iran firmino finalmente un MoU che apra ad una fase negoziale di 30 se non addirittura 60 giorni, in cui affrontare i nodi più grossi intanto accordandosi subito per tutto il resto, non s'è trattenuto dal fare un uso tutt'altro che costruttivo degli annunci ai social e ai media: quanto serve proprio per rovinare le eventuali intese, anziché favorirle, come già era stato in passato.


Ora, guarda caso, viene fuori che dopo una sua telefonata con Netanyahu, Trump non sarebbe più d'accordo sui punti della bozza negoziale tra Stati Uniti ed Iran di cui tanto si parla da due giorni a questa parte, e non è certo una sorpresa: era semmai inevitabile, poiché fa parte di tutto il "teatrino" a cui abbiamo assistito sin qui, dacché la tregua è stata proclamata, circa 45 giorni fa. Dunque, il clima negoziale è instabile, la tregua ancor di più, gli Stati Uniti non sono nelle condizioni di potersi svincolare da Israele nemmeno se in qualche mondo di fantasia lo volessero, e pure lo stesso Israele, come dimostrato non solo da questa guerra ma anche da quelle precedenti, ben prima della "Guerra dei 12 Giorni", non è affatto in grado di cavarsela da solo contro i propri avversari regionali senza il supporto militare, tecnologico, satellitare, economico, politico, degli Stati Uniti. Tutte cose che abbiamo sempre saputo, ma che con questo conflitto si sono ulteriormente aggravate: non a caso, proprio da questa crisi Israele esce nettamente ridimensionato ed indebolito nella cornice mediorientale, ridotto da grande potenza a fortezza sempre più divisa ed assediata; e non diversamente va, d'altronde, anche per gli Stati Uniti, il cui predominio nella regione risulta semplicemente archiviato, superato. Oltre al solo conflitto con l'Iran, dovremmo guardare anche a quello con Hezbollah in Libano, che si sta rivelando d'ora in ora un vorace tritacarne di militari e mezzi israeliani: dopotutto è proprio uno dei punti su cui Netanyahu ha richiamato Trump, ricordandogli quanto "impossibile" sia per gli Stati Uniti "defilarsi" da crisi ed obiettivi che, seppur a diverso titolo e con diverso grado d'impegno militare, li riguarda comunemente: in Medio Oriente Stati Uniti ed Israele non possono che essere un tutt'uno, devono essere un tutt'uno. Tertium non datur. 


Di conseguenza, le pretese negoziali americane non possono ridursi ad altro che ad un poco costruttivo artificio mediatico volto a nascondere quanto nel frattempo sia cambiata la realtà dal punto di visto politico, militare, strategico nella regione, onde influenzare mercati ed opinione pubblica in vista delle vicine elezioni di medio termine, trasmettendo un'illusoria idea che niente sia cambiato se non in meglio per il predominio americano ed israeliano in tutta la regione, ovvero un'idea di vittoria. Non riflettendo od accogliendo la mutata realtà sul campo, non risultano di conseguenza spendibili o credibili ai fini di un negoziato, tanto più considerando che in oltre 45 giorni non hanno conosciuto concreti o definitivi cambiamenti; e ciò ne sfata anche l'immagine di bozze volutamente irricevibili, e magari anche un po' provocatorie, con cui avviare i negoziati per poi, attraverso il dialogo con la controparte, progressivamente giungere ad un'intesa comune. L'unica soluzione, o condanna, per gli Stati Uniti e così pure per Israele è semplicemente quella di proseguire la guerra, a tempo debito riprendendola nella speranza di scongiurare o ritardare un epilogo che purtroppo per loro è già più che prevedibile: ancor più considerando che proprio a causa di questa postura bellicista quell'epilogo non può che aggravarsi e persino, paradossalmente, velocizzarsi anziché venir rimandato o scongiurato. L'unica modalità per evitarlo è d'assecondare i negoziati, per quanto ancora non si sa e comunque sempre nascondendosi sotto la consueta e poco costruttiva cappa mediatica, senza tuttavia abdicare alla riproposizione delle solite vecchie condizioni iniziali, irrealistiche rispetto al quadro sin qui emerso dal conflitto, fingendo momentanei avanzamenti per poi nuovamente arretrare. 


Oltre, ovviamente, a rilanciare continuamente la posta in gioco, come avvenuto proprio in queste ultime ore, con la nuova chiamata di Trump ai leader regionali di normalizzare i loro rapporti con Israele, firmando gli Accordi di Abramo, peraltro già morti e sepolti sin dal 2023, dopo la mediazione cinese che ha ricomposto la storica frattura tra sciiti e sunniti in precedenza provocata ed alimentata proprio da Stati Uniti ed Israele per meglio applicare il loro divide et impera in Medio Oriente. Con la sua chiamata ai governi di Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania, EAU e Bahrain (questi ultimi due, unici firmatari regionali nel 2020 degli Accordi, per il resto sottoscritti in seguito da Sudan, Marocco e Kazakistan, e coinvolti da Trump per assisterlo nella sua opera di "convincimento"), Trump ha presentato una richiesta che suona come un aut aut: o firmare gli Accordi di Abramo, riesumandoli, o rinunciare all'idea di un accordo tra Stati Uniti ed Iran, che invece guardano con favore. Se la richiesta venisse accettata, darebbe quantomeno un premio di consolazione, una piccola vittoria strategica, ad Israele, in cambio di un accordo di pace tra Stati Uniti ed Iran che in ogni caso, come già sappiamo, Israele mai e poi accetterebbe, prontamente facendo di nuovo saltare il banco. Ma nessuno dei paesi musulmani della regione è disposto ad accettare una simile controproposta, strategicamente svantaggiosa per loro alla luce dell'ordine politico emergente nella regione e per giunta del tutto fuori luogo rispetto agli obiettivi di un accordo tra Stati Uniti e Iran, su cui invece continuano a permanere le ambiguità. Mentre per Teheran un accordo con gli Stati Uniti che non contempli tutti i punti richiesti, a cominciare dal Libano fino a tutto il resto, è e rimarrebbe sempre irricevibile. Nessuno baratterebbe mai certezze con fantasie.

 

Le principali compagnie aeree nei voli per la Mecca nel periodo dell'Hajj sono innanzitutto quelle del Golfo e dei maggiori paesi musulmani al mondo, come la saudita Saudia coi vettori low cost come Flynas e Flyadeal; le emiratine Ethiad ed Emirates, col vettore low cost Flydubai; la qatarina Qatar Airways; e la omano-bahranita Gulf Air. Seguono poi l'egiziana Egypt Air; la turca Turkish Airlines; la Malaysia Airlines, con la controllata Amal, specializzata proprio nei voli di pellegrinaggio; le indonesiane Garuda e Lion Air; o ancora la bengalese Biman, l'indiana Air India e la pakistana Pakistan International Airlines (PIA). Non vanno infine dimenticate anche altre grandi compagnie extra-regionali come la nigeriana Air Peace, che trasporta molti pellegrini dall'Africa Subsahariana; o ancora l'ungherese Wizz Air, con la sua sussidiaria specializzata in tali voli, Wizz Air Abu Dhabi, realtà emergente e sempre più competitiva soprattutto verso compagnie come la Turkish e i vettori emiratini nel trasporto dei pellegrini dall'Europa. Lo preciso qui, per dare un'idea della complessità degli interessi, già solo logistici ed economici, coinvolti da un momento tanto importante come l'Hajj: che proprio oggi vede alla Mecca oltre 1,5 milioni di pellegrini, ben più del dato del 2025. Dopotutto, in momenti di crisi come questo, la preghiera è molto più sentita e partecipata: non è decisamente il momento migliore per farsi prendere da cattive idee, come ad esempio un'eventuale ripresa "a tradimento" delle ostilità. Poi ci sono anche tutti gli altri interessi, di natura infrastrutturale, come impianti energetici e delle telecomunicazioni, ugualmente a rischio e certo non meno importanti, soprattutto economicamente e strategicamente parlando.

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