
Il botta e risposta nelle bozze negoziali tra Washington e Teheran, volutamente inconciliabili su punti chiave come il nucleare, le sanzioni, il controllo dello Stretto di Hormuz e le riparazioni, non desta sorprese. Entrambe le parti guardano ai negoziati soprattutto come un'occasione per guadagnare tempo in vista di una possibile ripresa delle ostilità: per Washington si tratta di gestire un impasse strategico profondo, mentre Teheran rafforza la sua postura difensiva, regionale ed asimmetrica. Non a caso, proprio riguardo quest'ultima, sono ormai innumerevoli i resoconti giornalistici che ricordano la rapidità e l'efficacia con cui ha ripristinato il suo dispositivo bellico, dai bunker sotterranei alla produzione di missili e droni.
Le proposte USA si concentrano su richieste davvero massimaliste, proprie più di un paese uscito dal conflitto con l'aura del vincitore che dello sconfitto, come una moratoria di 12-20 anni sull’arricchimento dell’uranio, la consegna all’estero dello stock di circa 400-440 kg di uranio arricchito al 60% (vicino al livello militare), lo smantellamento o la forte limitazione degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow, oltre a garanzie sul non sviluppo di nuove armi nucleari. In cambio, Washington offrirebbe una riduzione graduale delle sanzioni, la riconsegna dei fondi congelati (circa 100 miliardi di dollari, oltre ad altre 500 in criptovalute recentemente congelati a loro volta) e la rimozione del blocco navale ai porti iraniani, con la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni. Teheran ha prontamente definito queste richieste “unilaterali”, “irragionevoli” ed “inaccettabili”, rifiutando di smantellare il suo programma nucleare o di cedere materiale fissile. Anche l'ipotesi di trasferirlo all'estero, magari in Russia (ipotesi caldeggiata da alcuni, come compromesso per un'immediata chiusura a nuove ostilità), è stato più volte smentito trovando infine una fatwa da parte della Guida Suprema, Ayatollah Mojtaba Khamenei.
La contro-proposta iraniana, revisione del piano in 14 punti trasmessa tramite la mediazione pakistana, ribatte con la fine permanente delle ostilità su tutti i fronti, Libano e Iraq inclusi, il ritiro delle forze USA dalle aree circostanti, la revoca completa delle sanzioni, lo sblocco immediato dei fondi congelati, nonché riparazioni di guerra, garanzie di sicurezza contro futuri attacchi e il riconoscimento di un nuovo meccanismo per la gestione dello Stretto di Hormuz a riconoscimento della sovranità iraniana. Il nucleare, infine, resta esplicitamente escluso dalle concessioni, trattato solo con vaghe assicurazioni di non perseguire armi atomiche, ma senza il trasferimento del materiale o la rinuncia al diritto a perseguirne l’arricchimento. Tramite le sue agenzie, Teheran ha peraltro definito più volte le sue proposte come “generose” e “ragionevoli”, ribadendo di non redigere i suoi testi per “accontentare” Trump.
I progressi talvolta avvertiti nel botta e risposta tra proposte e contro-proposte sono stati presto revocati quando dalle smentite di Teheran, quando dalle reazioni di Washington, con Trump che ha definito alcune risposte iraniane “spazzatura, totalmente inaccettabile” e sospeso i nuovi attacchi solo su pressione di Arabia Saudita, Qatar ed EAU. Una delle ragioni che pesano su questa interruzione nella prevista ripresa delle ostilità, secondo un'esclusiva di Middle East Eye, la coincidenza temporale col periodo dell'Haiji, il pellegrinaggio dei musulmani di tutto il mondo ai luoghi santi della Mecca. Non solo in caso di ostilità centinaia di migliaia di pellegrini da tutto il mondo si sarebbero ritrovati in pieno caos logistico, con Arabia Saudita, Qatar ed EAU impossibilitate nel garantire i voli e il funzionamento dei loro hub logistici, ma anche Washington avrebbe riportato enormi contraccolpi politici e reputazionali, ben oltre il solo mondo musulmano. Quest'anno, corrispondente per l'Islam al 1447 AH, l'Haji durerà dal 25 al 30 maggio: giorni decisamente sconsigliabili, quindi, per un'azione militare americana.
Teheran, nel frattempo, esamina le contro-proposte USA tramite il Pakistan, come notato con le consultazioni col capo dell’esercito Asim Munir e il ministro Mohsin Naqvi. Ad ogni modo, di là dai botta e risposta, appare chiara la volontà di Washington di neutralizzare la capacità nucleare e il deterrente regionale di Teheran, per quanto si possa lecitamente dubitare delle sue effettive capacità di potervi riuscire: dopotutto, tale obiettivo non è stato centrato in circa due mesi di conflitto dove mai, né gli USA né Israele, hanno guadagnato una reale superiorità aerea sui cieli iraniani. Teheran, consapevole del suo vantaggio strategico (a cui si associa anche quello dei suoi alleati, in primo luogo le Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq ed Hezbollah in Libano, sempre più temibili per le forze israeliane), punta quindi ad uscire dal conflitto con una sovranità intatta, un'economia alleggerita dalle sanzioni e una deterrenza rafforzata.
I momentanei dietrofront americani e il prender tempo nei negoziati vanno letti come diversivi tattici, con credibilità limitata (funzionali soprattutto a controllare l'andamento dei mercati, contenendo il costo del greggio al barile e il rendimento dei titoli decennali del Tesoro USA: in sostanza a garantire la difesa della stabilità economica di Washington). Continuare la pressione o la guerra resta in ogni caso l’opzione più concreta per Washington, vincolata da un alleato (Israele) che, pur minore in termini demografici e territoriali, esercita un ascendente notevole sulla politica interna degli USA e sui loro interessi regionali. Israele non può e non vuole restare solo: l’idea che Washington lo abbandoni appare utopica. Malgrado annunci di futura autonomia, Tel Aviv dipende ancora fortemente dal supporto americano, mentre Iran, Hezbollah, Egitto e Turchia si rafforzano e le forze israeliane mostrano logoramento.
Netanyahu vede nella continuazione della guerra la miglior garanzia alla sopravvivenza del suo governo, e nel coronarne gli obiettivi debellando militarmente e strategicamente Teheran, abbattendone la Repubblica Islamica e decapitandone la rete di alleanze (l'Asse della Resistenza) il viatico alla sua riabilitazione giudiziaria e politica. Mentre Israele in generale, e a prescindere da Netanyahu, vi vede la conditio sine qua non alla preservazione del suo ruolo di superpotenza regionale, con ambizioni di superpotenza globale, e il completamento di tutti i suoi obiettivi strategici in Medio Oriente (confutazione di ogni possibile e futura minaccia avversaria, anche da altri paesi della regione, ad esempio).
Per quanto Washington e Teheran ricevano pressioni da alleati e mediatori per prorogare la tregua, il protrarsi dei negoziati senza progressi sostanziali conferma che per entrambi il ritorno alle armi potrebbe apparire come l'unica via per risolvere la contrapposizione. Washington punta alla requisizione dell’uranio e al ridimensionamento della capacità iraniana; Teheran vede nella prosecuzione delle ostilità il modo per allontanare definitivamente la minaccia militare USA residua nella regione, colpendo duramente innanzitutto Israele e i paesi del Golfo non ancora distanziatisi adeguatamente da Washington (in sostanza, EAU e Bahrain, giacché come ormai noto gli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, come Arabia Saudita, Qatar ed Oman, vi si sono invece a varia misura allontanati, intavolando con la Repubblica Islamica colloqui per definire una nuova architettura di sicurezza regionale, indipendente dai vincoli con gli USA, e coinvolgendo anche altri loro partner come Pakistan, Egitto e Turchia).
A tal proposito, un nuovo elemento strategico emergente è la leva sulle infrastrutture digitali. Teheran può esercitare pressione o persino rappresaglia sui grandi data center di Abu Dhabi e del Golfo, essenziali per l’AI della Silicon Valley e collegati a doppio filo con USA e Israele, e sui cavi sottomarini che attraversano lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso e trasportano gran parte del traffico dati globale tra Europa, Medio Oriente, Asia e Africa. Fonti vicine all’IRGC come Tasnim e Fars hanno mappato esplicitamente questi cavi, sia nei loro tracciati sottomarini che nei loro approdi costieri (Cable Landing Station, CLS), suggerendo la possibilità di imporre tasse di licenza alle Big Tech (Google, Meta, Amazon, Microsoft), richiedere operazioni sotto legge iraniana, monopolizzare le riparazioni e la manutenzione, o ancora, in caso di escalation, causare danni diretti o indiretti tramite mine, droni subacquei, sottomarini o alleati (come ad esempio gli Houthi nel Mar Rosso).
Un attacco o anche solo una minaccia credibile ai data center del Golfo (già di recente colpiti dai droni iraniani) o ai cavi manderebbe in tilt flussi di dati sensibili, comunicazioni militari, transazioni finanziarie e l’ecosistema AI americano, con ricadute immediate sulle capacità operative israeliano-statunitensi (satelliti, telecomunicazioni, intelligence) e sull’economia digitale globale. Anche la già preoccupante bolla americana sull'AI, plausibilmente, non trarrebbe grande giovamento dal verificarsi di simili scenari. Teheran ha già dimostrato di saper colpire questi interessi e potrebbe usare la minaccia come potente leva negoziale, per “tenere buoni” gli avversari senza necessariamente distruggere tutto, o per imporre costi altissimi in caso di ripresa delle ostilità. Il Mar Rosso con gli Houthi e Hormuz con l'IRGC formerebbero un “doppio collo di bottiglia” digitale, amplificando l’effetto dissuasivo.
Nell'odierno stallo armato tra Washington e Teheran, la tregua continua fragilmente a sopravvivere, pressata dalle posizioni contrapposte delle due parti e da Israele che preme per rompere i già instabili equilibri. Il tutto mentre Teheran, determinata a non cedere su sovranità, arricchimento e deterrenza regionale, individua ogni giorno nuove leve asimmetriche, digitali, che si vanno ad assommare alle tradizionali, energetiche, così bilanciando lo svantaggio convenzionale. Saranno i prossimi giorni, coi loro sviluppi, a dirci quanto Washington sia riuscita a resistere all'ascendente israeliano, e Teheran ad usare le sue nuove e vecchie carte per imporre una pace nei suoi termini.
