
Dinanzi alla visita di Donald Trump a Pechino, appare più che opportuno soggiungere qualche altro nuovo elemento. La storia, come già abbiamo detto, è sempre molto beffarda nell'impartirci la sua morale. Per anni abbiamo visto certi ambienti e personalità dell'Occidente descrivere la Cina come una sorta di nuovo "impero del male", da contenere in tutti i modi e da cui esercitare al più presto un "decoupling". Parlavano di "minaccia", di "aggressività", ma anche d'imminente "crollo", e così via con tante altre vere e proprie sciocchezze. Ora li vediamo tutti lì, metaforicamente parlando col cappello in mano, a sperar di ricevere un po' di ossigeno perché sono loro, semmai, di fronte al rischio di un imminente crollo. Ricordano un po' quei vecchi nobili decaduti, indebitati fino al collo, che da una parte disprezzavano i nuovi ricchi, borghesi dediti all'industria e al commercio, e dall'altra vi andavano sempre a farsi imprestare nuovi denari per mettere insieme il pranzo con la cena. Trump per primo, che fa tanto il fanfarone, che narra di successi immaginari, a cominciare magari da quelli in Iran: li abbiamo visti tutti, questi "grandi successi", insieme al suo delirio tra il reale e il ben recitato (c'è sempre un'istrionica lucidità in ogni forma di follia: guai a dimenticarselo).
Sedici CEO e magnati vari hanno accompagnato Trump nella sua visita di Stato in Cina o, forse, date le tante sproporzioni in essere, lui ha accompagnato loro, per dare ad un viaggio dalle ragioni non soltanto affaristiche una veste più politica ed istituzionale. Vien davvero da chiedersi, maliziosamente, se sia più una cosa o l'altra, se un viaggio comunque non soltanto d'affari travestito da visita di Stato o viceversa. Il responso di questa visita ce lo dirà, con dati senz'altro più concreti; ma quanto già ora si può vedere non è di certo poca cosa. Dopotutto, a dispetto di quanto interessatamente descritto dai vari mass media occidentali, il rapporto tra Stati Uniti e Cina non appare oggi tanto paritario, men che meno con sproporzioni a favore dei primi e a danno della seconda. Qui, ci sono già dei dati che, nella loro aritmetica precisione, parlano in modo impietoso: basti pensare, ad esempio, al deficit commerciale e finanziario dei primi e al surplus della seconda, che va a riflettersi in sempre più settori logistici, economici e produttivi. Nell'interdipendenza tra i due attori, i primi risultano sempre più dipendenti dalla seconda che, invece, può sempre più fare a meno di loro. Se in un arco di circa cinque anni la Cina potrà completamente fare a meno d'ogni produzione americana, energetica, agricola, industriale o finanziaria che sia, gli Stati Uniti al contrario non potranno mai fare a meno degli acquisti da parte della Cina, oltre che dei suoi beni e servizi, non ultimo delle sue materie prime e delle filiere logistiche che controlla a livelli sempre più maggioritari.
S'è molto parlato del controllo che la Cina esercita sulle catene logistiche, ancor più quelle relative alla produzione, raffinazione e creazione del prodotto finito nei minerali critici. Decisamente, tra i due attori, non ci sono dubbi su quali maggiormente soffrirebbero l'impatto di un "decoupling". I sedici magnati che hanno guidato il presidente Trump a Pechino, ancor più di lui, sono giunti a ribadire la loro dipendenza da Pechino. Senza la gigafactory di Shanghai, per esempio, Tesla non può reggersi, ancor meno senza il mercato e le forniture di minerali rari e componentistica cinese. Sempre in Cina, Apple produce gran parte dei suoi prodotti, come l'iPhone, e la dipendenza in termini di mercato, componenti e minerali rare è analoga. Nvidia, invece, vuole vendere i suoi chip in Cina, creandosi una presenza commerciale prima che quest'ultima colmi il divario nei semiconduttori a design avanzato, obiettivo ormai stimato nel breve periodo. Boeing punta a piazzare nuovi aerei, dato che un ordine oltretutto era stato pure bloccato. Cargill a strappare vantaggiosi contratti di vendita per i prodotti agricoli, e magari anche qualche rassicurazione per i fertilizzanti, recentemente bloccati dalla Cina a Washington proprio come già s'era visto coi minerali critici. E poi Citigroup, Visa, Mastercard, General Electric Aerospace, Micron, Qualcomm, Meta, Coherent, Illumina, Goldman Sachs, ecc, tutti con le medesime “preoccupazioni”.
Una delle cose più ironiche è che senza i minerali critici controllati da Pechino, non si possono produrre radar, missili Patriot o caccia F-35: non è un problema soltanto di produzione civile, dove in ogni caso la dipendenza spicca in maniera altrettanto inesorabile. Per esempio, c'è ancora un vantaggio temporaneo degli Stati Uniti nei chip a design avanzato, ma per produrli servono elementi che solo Pechino oggi ha in gran parte nelle sue mani: sostituirla, men che meno in tempi brevi, è ipotizzabile, ancor più tenendo conto delle tendenze di crescita del gigante asiatico a cui fa fronte il declino graduale della vecchia superpotenza americana. L'estrazione è al 60% nelle mani di Pechino, la raffinazione al 90%, il prodotto finito al 93%, mentre nei minerali critici pesanti come terbio o disprosio il monopolio è pressoché assoluto. Magneti permanenti per radar, sonar, missili e caccia, motori elettrici per auto elettriche, batterie, hard-disk, turbine eoliche, smartphone, chip, catalizzatori, ottica, robotica, aerospaziale, dispositivi elettromedicali, ecc, di tutto e di più passa per Pechino, e non esistono alternative praticabili, che si chiamino India o Vietnam.
Per anni gli Stati Uniti, coi loro satelliti europei, hanno parlato di "decoupling" e "derisking", di un disaccoppiamento da Pechino e dalla globalizzazione presentato come strategicamente prudente e futuribile, senz'altro alla portata ed auspicabile; mentre a Pechino vi s'è lavorato davvero, preparandosi alla prospettiva dii dipendere sempre meno dalle economie dell'Occidente, e dagli Stati Uniti per primi. Oggi che si giunge al dunque, al momento in cui dopo le parole cominciano soprattutto a parlare i fatti, gli Stati Uniti, dinanzi al mondo intero, ammettono di non essere pronti a quest'eventualità, di non potersi permettere un'indipendenza produttiva ed economica da Pechino, ancor meno a renderla dipendente da loro. Di fronte ad un rapporto che si fa sempre più sproporzionato e a vantaggio di Pechino, gli Stati Uniti giungono così a dimostrare la loro dipendenza, senza tuttavia trovare una porta chiusa, perché si vedono offrire un ruolo di partner, quello che poi sempre gli era stato offerto e richiesto. Quel ruolo, oggi, si connota in una mano tesa che rappresenta la loro salvezza; esattamente come su altre questioni, dall'Ucraina all'Iran al Pacifico, dove ugualmente la prospettiva è che gli Stati Uniti non ostacolino l'inevitabile affiorare di nuove architetture politiche già in essere, ormai sempre più emergenti.
Ad un'estromissione dalle dinamiche globali, e ad un pieno “decoupling”, gli Stati Uniti reagirebbero con la Cina cadendo proprio nella famosa “Trappola di Tucidide”. Così, cooperare in modo rispettoso e costruttivo, da partner, è l'offerta che Pechino rivolge agli Stati Uniti, proprio perché si salvino, e con loro si salvi l'intera comunità globale, dai controproducenti rischi di un distruttivo ed autodistruttivo scontro tra titani.
