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Ad Islamabad, Stati Uniti e Iran mai così lontani. Mentre la Cina...

12-05-2026 16:14

Filippo Bovo

Ad Islamabad, Stati Uniti e Iran mai così lontani. Mentre la Cina...

A più di un mese dalla proclamazione della tregua e dall'avvio dei primi negoziati, Stati Uniti e Iran continuano a restar ancora distanti. Anzi, a se

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A più di un mese dalla proclamazione della tregua e dall'avvio dei primi negoziati, Stati Uniti e Iran continuano a restare ancora distanti. Anzi, a sentir quanto viene detto, non mancherebbe molto prima che l'una e gli altri saltino di nuovo, con un brusco ma plausibile ritorno alle ostilità. Il primo cessate il fuoco, negoziato ad Islamabad con Pakistan, Cina, Turchia ed Egitto, avrebbe dovuto coprire non più di 14 giorni, poi estesi a 45. L'andamento delle trattative ha sempre visto Stati Uniti e Iran contrapporsi piani negoziali troppo distanti ed inconciliabili tra loro, tanto da suggerire una loro comune volontà, seppur legata ad interessi diversi, e non valorizzare e persino sabotare il processo diplomatico, così da giustificare un ritorno alle armi. Washington forza la mano mantenendo un massiccio dispiegamento militare ed intensificando le sanzioni, mentre Teheran ribadisce di non voler accettare accordi “temporanei e senza garanzie”. Tutto avviene sullo sfondo di un peggioramento nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina, sempre per questioni che il conflitto americano all'Iran ha sollevato, come i forti legami logistici ed energetici tra Pechino e Teheran; ma, per ironia della sorte, sempre a breve il Presidente americano Donald Trump dovrà incontrarsi a Pechino col suo omologo cinese Xi Jinping, per un viaggio già rimandato ed ormai assolutamente irrinunciabile. 

 

Negli ultimi giorni, il ruolo della Cina si è fatto sempre più centrale, tanto che ormai fonti iraniane, americane e cinesi si trovano a concordare sull'importanza rivestita da Pechino nel sostegno alla tregua per lo Stretto di Hormuz e al prolungamento dei negoziati. Con Stati Uniti e Iran, Pechino al contempo media in forma indiretta ai negoziati di Islamabad, in ciò favorita dai suoi profondi contatti con Pakistan, Turchia ed Egitto, ma anche in forma diretta, grazie ai forti canali che ha anche con entrambe. Il piano di pace in quattro punti lanciato da Xi Jinping, con un focus soprattutto su dialogo sul nucleare, percorribilità dello Stretto di Hormuz e sicurezza della regione, sarà per Trump un'occasione da non rifiutare o a cui non apporre un immediato rifiuto, avendo già rifiutato ogni altro compromesso sin qui circolato ad Islamabad. Men che meno potrà, il Presidente americano, rifiutare una proposta che, pur addolcendo le richieste iraniane, nemmeno le va a cancellare del tutto ed ancor meno a sostituire con le sue. Il paradosso di Trump è quello di un Presidente che, partito con una violenta retorica anticinese, dopo aver mosso infruttuosamente guerra all'Iran riportandone danni epocali, si trova ora per ironia a dipendere per la sua salvezza, o quantomeno per un'uscita dal conflitto, proprio dalla mano tesagli da Pechino. La storia ha sempre una morale molto beffarda.

 

Così Pechino si ritrova consolidata nel suo ruolo di mediatore a livello globale, di grande potenza capace di ricostruire ciò che altri hanno distrutto, sempre trovando una soluzione adatta a tutte le parti. Il piano cinese parla di cessazione immediata delle ostilità e di rispetto della tregua già in vigore, di riapertura totale e monitorata dello Stretto di Hormuz sotto garanzie internazionali, di congelamento temporaneo delle sanzioni americane e delle controsanzioni cinesi, per favorire il clima negoziale, e di lancio di un processo di dialogo sul nucleare ispirato ad un nuovo JCPOA, seppur con un più ampio focus sulla sicurezza regionale e le rotte marittime. In contemporanea, però, la Cina ha lanciato anche un piano di pace in cinque punti, che ribadisce la chiusura alle iniziative ONU fondate sull'uso della forza nello Stretto di Hormuz per la promozione invece di un approccio prettamente diplomatico e commerciale. 

 

L'architettura dei processi negoziali che vediamo emergere si fa così sempre più ricca ed articolata: oltre ad Islamabad, che comunque resta almeno formalmente la sede diplomatica principale, vediamo inspessirsi anche altri corridoi di dialogo tra Pechino e Teheran e tra Pechino e Washington. Altri, forse meno visibili ma non privi di rilievo, coinvolgono altri attori ancora, come Turchia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Oman, tutti con un ruolo già sin qui visto e senz'altro destinato a tempo debito a riaffiorare, anche perché questa cooperazione in termini negoziali, per sostituire il blocco militare americano con un sistema di sorveglianza internazionale più flessibile e meno invasivo, passa proprio attraverso un rafforzamento della loro fiducia per Pechino. Tant'è che proprio il rafforzamento di questi partner sarà un importante elemento di garanzia alla prevenzione di nuove azioni aggressive da parte di Washington e dei suoi oggi sempre più ridotti ed isolati alleati locali, peraltro in parte destinati a slittare in futuro al di fuori di quell'ormai residuale quadro di alleanze.

 

Quel che vediamo, in definitiva, è l'emergere di un nuovo ordine in Medio Oriente, certamente guardato con minor favore da chi ha più da perdervi, vedendo eclissarsi quello precedente, grazie al quale aveva potuto sin qui esercitare una leva diretta sugli affari regionali. Quando Trump rifiuta ogni proposta da Teheran sa benissimo ciò che fa, proprio perché in tal modo intende difendere quella vecchia e già declinante architettura geopolitica a cui il conflitto del 28 febbraio ha dato il colpo di grazia. Ma, come già dicevamo, così resta pure impantanato in una palude senza vie di uscita, e l'unica soluzione per uscirne a quel punto può davvero risiedere in una fune lanciata paradossalmente proprio da Pechino. Ciò avviene, va da sé, non perché a Pechino abbiano particolarmente a cuore le sorti di Trump, quanto semmai quelle del Medio Oriente e dei loro sempre maggiori partner regionali, e con loro della sicurezza delle rotte logistiche, marittime ed energetiche: così la Cina riesce ad utilizzare una crisi e un blocco che avrebbe dovuto danneggiarla a vantaggio di Washington in un'opportunità che invece la rende un attore indispensabile agli Stati Uniti per prevenire una loro ben più grave crisi, vincolata ad un impasse strategico virtualmente permanente.

 

L'incontro tra Presidente americano e cinese a Pechino permetterà di raggiungere un clima più disteso e collaborativo tra le due parti, dopo giorni in cui le tensioni non erano mancate. La Cina, giustamente ritenendosi estranea alle ragioni che inducono gli Stati Uniti e i loro alleati ad applicare sanzioni all'Iran, ha sempre acquistato da Teheran grandi quantitativi di petrolio, pagandolo in yuan e lavorandolo in sue raffinerie gestite da società indipendenti. Di recente, il Ministero del Commercio cinese ha poi ordinato a cinque raffinerie attive nella lavorazione del greggio iraniano di non rispettare le sanzioni americane, attivando così per la prima volta la cosiddetta “blocking rule” del 2021, che obbliga le imprese in Cina ad ignorare le misure extraterritoriali di Washington. Alle accuse americane ad aziende come il gruppo Hengli e alle pressioni sul sistema finanziario globale, Pechino ha replicato con avvisi di controsanzioni e con un'accelerazione dei circuiti in yuan per il commercio di risorse energetiche. La visita di Stato di Trump a Pechino fornirà l'occasione anche per stemperare la tensione su questo dossier, che non a caso va ad intrecciarsi più che fittamente con quello della guerra all'Iran. Ciò che emergerà da quell'incontro sarà decisivo per la natura futura dell'attuale “armistizio tecnico” tra Stati Uniti e Iran, e per i frutti che successivamente potrà generare. 

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