contatti@lenuoveviedelmondo.com

Le Nuove Vie del Mondo


facebook

Le Nuove Vie del Mondo

Quaderno di approfondimento geopolitico.

.


facebook

 @ All Right Reserved 2020

 

​Cookie Policy | Privacy Policy

Negoziati, minacce, millanterie: Stati Uniti, Israele, Iran, Libano, tra guerra e pace

04-05-2026 15:00

Filippo Bovo

Negoziati, minacce, millanterie: Stati Uniti, Israele, Iran, Libano, tra guerra e pace

L'ultima bozza negoziale di Teheran, senza apparire così generosa verso gli Stati Uniti come inizialmente prospettato da Al Jazeera (del resto, mai da

pxb_10038606_3e68212d5576f966aa71f9565234a199.jpg

L'ultima bozza negoziale di Teheran, senza apparire così generosa verso gli Stati Uniti come inizialmente prospettato da Al Jazeera (del resto, mai dar troppo credito a chi parla di "fonti riservate", senza fornire dettagli più chiari circa la loro "tracciabilità": e non a caso la Fars, sbugiardandola, ha dichiarato che si rifaceva ad una vecchia proposta negoziale americana di circa 20 giorni prima), anche nella sua versione reale non appariva proprio inaccettabile.

 

Come riportato ieri da Tasnim, il portavoce del ministero iraniano Esmaeil Baghaei, la proposta iraniana in 14 punti verte soprattutto sul porre fine al conflitto, escludendo elementi come trattative per un congelamento dell'arricchimento del nucleare o l'eventualità di sminamenti congiunti dello Stretto di Hormuz tra le forze iraniane ed americane. Vengono così ribaditi punti che altre testate, poco vicine alla realtà sul campo, hanno minimizzato od escluso, come ad esempio il rifiuto di Teheran a svolgere negoziati sotto diktat, minacce ed ultimatum, e la necessità che un effettivo accordo di pace includa anche gli alleati delle due parti (Israele per gli Stati Uniti, i membri dell'Asse della Resistenza, Hezbollah per primo, per l'Iran).

Insomma, riappare con la stessa puntualità di sempre la frattura tra l'informazione inquinata da "wishful thinking" offerta al pubblico di casa nostra, e l'effettiva realtà sul campo che, come d'altronde già visto dal bilancio degli ormai oltre sessanta giorni di conflitto, non ha propriamente visto Israele e gli Stati Uniti uscirne nei modi più vittoriosi. Niente di cui sorprendersi, anche perché tale narrazione serve soprattutto a tranquillizzare i mercati, fortemente "stressati", e ad ammortizzare i contraccolpi in tutto il vasto quadro d'alleanze su cui si fonda quanto resta del vecchio ordine unipolare a guida americana. Sforzarsi di trasmettere a tutti i costi un'immagine di potenza e di supremazia nel conflitto, bellico e diplomatico, serve a coprire le brutture di un ordine politico e militare in realtà in pieno disfacimento.

 

Con Israele ormai sempre più in difficoltà nel portare avanti le sue operazioni in Libano (come provato dalle 115.600 tonnellate di materiali militari fornite con 403 voli dagli Stati Uniti, una faraonica fornitura che riflette una realtà sotterranea ben più drammatica e che tra Washington e Tel Aviv non si vuole e non si può confessare: Israele non è più in grado di difendersi da sola, e può sopravvivere solo come deposito di militare americano, già dimostratosi assai poco efficiente contro le dottrine di difesa decentrata di Hezbollah e di tutto l'Asse della Resistenza: ma ad altro non si può ricorrere, perché semplicemente non c'è), e con lo stesso dispositivo militare americano nel Golfo fortemente ridimensionato dall'andamento del conflitto (ormai la stampa americana non ha più problemi, dal NYT a CNN, fino a giornalisti indipendenti come Ana Kasparian, a dar notizia delle 16, se non 17, basi americane distrutte o danneggiate; tanto che il nuovo ordine del Pentagono di vietare la pubblicazione delle immagini satellitari a compagnie come Planet Labs, Vantor o BlackSky, equivale ormai ad un chiudere il recinto quando i buoi sono già scappati), appare davvero difficile pensare che la presa politica e militare degli Stati Uniti e del loro primo alleato regionale Israele sul Medio Oriente sia ancora forte e credibile come poteva ancora esser presentata un anno fa, o magari cinque o dieci anni fa. Il riflusso di quella grande supremazia si presenta ai nostri occhi come una marea in ritirata. Ne è prova anche l'atteggiamento degli altri alleati regionali, ed ex alleati, non solo nel Golfo: ciascuno per suo conto, sono in pochi ormai a guardare davvero a Washington con fiducia e rispetto (praticamente solo gli EAU e il Bahrain, col resto del Consiglio di Cooperazione del Golfo che s'avvia ad uno smembramento de facto, viste le posizioni di Arabia Saudita, Qatar ed Oman orientate verso tutt'altre direzioni; e che dire di Turchia, Egitto, o addirittura Pakistan, che tanti anni fa era proprio "tutt'altra cosa"?).

 

Israele esce da questo conflitto regionale indebolito e rinchiuso nei suoi capisaldi, costretto a dotarsi di zone di sicurezza per la propria sopravvivenza senza tuttavia avere la capacità d'assicurarsele (ne sono prova proprio i fatti dal fronte libanese), mentre gli Stati Uniti si vedono inchiodati ad un negoziato che ovviamente non possono accettare (l'umiliazione politica e militare che deriverebbe dalla sua accettazione equivarrebbe al suicidio del loro status di potenza), ma neppure rifiutare (la prospettiva di un ritorno alle armi, tutt'altro che improbabile, anzi, più che prospettabile, equivale infatti ad un suicidio ancor più su scala, ad una corsa verso il "colpo di grazia" a quella che un tempo effettivamente fu una superpotenza. Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano proposto, nella bozza negoziale precedente a quella iraniana, negoziati nell'arco di 60 giorni, e non di 30 come invece sostenuto da Teheran. Dopotutto in Iran sanno benissimo che ormai i famosi 60 giorni garantiti dalla War Power Resolution sono scaduti, e che ormai il Presidente Trump non può far altro che ricorrere a 30 giorni aggiuntivi per ritirarsi garantendo la sicurezza del personale americano nella regione. Ma al tempo stesso, neppure credono tanto alla volontà americana di negoziare, per il semplice motivo che gli Stati Uniti non possono permettersi (e neppure sono abituati a farlo) di negoziare in una condizione di debolezza, di sostanziali sconfitti: un ritorno alle ostilità è messo in preventivo, e l'odierna disponibilità di Teheran a trattare, avanzando bozze negoziali, serve a dimostrare alla comunità internazionale e agli alleati che la Repubblica Islamica, a differenza di Washington, non ha problemi a confrontarsi diplomaticamente (ipotesi che tra l'altro preferisce), e non preferisce certo l'uso delle armi al dialogo.

 

Di conseguenza, impossibilitati a sottostare ad accordi sfavorevoli, pressati dal clima politico ed economico interno, gli Stati Uniti non potranno che tentare, prima o poi, un nuovo rovesciamento del banco: approfittando, senz'altro, dei 30 giorni d'autonomia residua garantita dalla War Power Resolution. Le forzature costituzionali interne, con Trump ed Hegseth che hanno cercato di sostenere che i 60 giorni non siano scaduti data la tregua nel mentre proclamata, serviranno e in parte già servono a guadagnare ancor più tempo, imbottigliando il dibattito parlamentare. In Iran lo sanno.

 

Il Project Freedom, sotto quest'aspetto, potrebbe non essere solo un tentativo d'influenzare benignamente i mercati, e di riaffermare mediaticamente un'immagine di superpotenza e di vittoria militare e diplomatica, ma anche una disperata ricerca di un nuovo episodio a cui aggrapparsi per riavviare le ostilità. Premono i tanti interessi, e preme il miglior alleato che gli Stati Uniti abbiano nella regione, che non a caso già s'impegna in tal senso per conto suo, in Libano: il pantano, quando si trasforma in sabbie mobili, è l'anticamera del suicidio. In un senso o nell'altro.

image-868

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Rimani aggiornato su tutte le novità e gli ultimi articoli del Blog