
Lo scorso 18 aprile le autorità somale hanno annunciato il blocco di Bab el-Mandab al transito di navi israeliane, come ritorsione alla decisione di Israele di portare avanti l'iter per ii riconoscimento del Somaliland. Com'è noto, il 26 dicembre Israele aveva annunciato il riconoscimento del Somaliland, proclamatosi indipendente dalla Somalia nel 1991 e da allora mai internazionalmente riconosciuto, pur avendo sin qui intrattenuto rapporti informali con varie nazioni, Tel Aviv per prima. Pochi giorni fa, infine, i governi di Tel Aviv ed Hargeisa avevano avviato le procedure per il reciproco scambi di ambasciatori.
A diffondere la notizia, già il 18 aprile, sono state alcune agenzie panafricane come APA News, riprese tra ieri ed oggi da altre, come le agenzie di Stato iraniana IRNA e yemenita YPA. Altrove, almeno per ora, non pare invece aver destato grande enfasi. Da una parte perché non ne è stata colta la rilevanza, politica ancor prima che operativa, dall'altra perché la notizia è pur sempre parte di un più nutrito filone che, a guardar bene, si dipana da molto prima dello scorso 26 dicembre.
Ci sono però alcune considerazioni, non certo prive d'importanza, da fare. Innanzitutto, Bab el-Mandab non è sotto sovranità somala, dal momento che è suddiviso soprattutto tra Yemen, che controlla anche la centrale e strategica Isola di Perim, Gibuti ed Eritrea. Ciò a cui la Somalia fa riferimento con "blocco del transito delle navi israeliane per Bab el-Mandab", dunque, si riferisce al contesto del più meridionale Golfo di Aden, di cui effettivamente condivide la sovranità insieme allo Yemen.
E' una sovranità in entrambi i casi frammentata: sul lato somalo, il controllo è suddiviso tra le sue repubbliche del Somaliland e del Puntland, mentre su quello yemenita la situazione appare ancora più fluida, tra Ansar Alluh al nord, Consiglio Presidenziale al sud e gruppi islamofondamentalisti che causano una certa mobilità dei fronti interni. Nel caso somalo, questo provvedimento si qualifica quindi in un netto rifiuto delle ingerenze israeliane nei suoi affari interni, e in un'occasione per un rinnovato regolamento di conti coi separatisti filo-israeliani di Hargeisa, già indeboliti dalle defezioni interne di qabile che in segno di protesta contro il riconoscimento israeliano hanno proclamato secessioni a loro volta per riunirsi a Mogadiscio, e con gruppi islamofondamentalisti locali come al-Shabaab e IS-Somalia, i cui agganci con Israele ed EAU sono ben noti. Va da sé che per la relativa debolezza della sua marina ed aviazione, Mogadiscio farebbe conto soprattutto sui propri alleati, vale a dire in primo luogo Turchia ed Egitto, presenti in loco anche con loro effettivi e mezzi militari, nonché Arabia Saudita ed Eritrea.
Secondo alcuni osservatori, la mossa somala potrebbe tradursi in un suo maggior avvicinamento a Sana'a, retta da Ansar Allah, ma è anche vero che ciò non dovrebbe apparire come una verità troppo confessata, proprio per via delle salde alleanze che la legano ad Ankara, Il Cairo, Riyad ed Asmara. Si sa però che in silenzio, senza disturbarsi a vicenda, Somalia, Turchia, Egitto, Arabia Saudita ed Eritrea da una parte, ed Ansar Allah ed Iran dall'altra, hanno sin qui convissuto nell'area, secondo il principio per cui la regione tra Mar Rosso, Bab el-Mandab e Golfo di Aden è questione dei popoli e dei governi che vi abitano, e a nessun altro. Di conseguenza, in base a tale filosofia, sono benvenuti amici ed alleati con intenzioni costruttive, ma non certo coloro che nutrono tutt'altre ambizioni. Israele, nell'area, è percepita perciò come una presenza estranea, proprio per i suoi intenti tutt'altro che "costruttivi".
Di conseguenza, un tacito convivere tra le due parti, Somalia con relativi alleati da una parte ed Ansar Allah coi suoi dall'altra, seppur non confessato ci sarà. Dopotutto è quanto già vediamo proprio in Yemen dove, tramite il Consiglio Presidenziale che sostiene, Riyad ha stabilito una tacita convivenza con Ansar Allah, mentre EAU ed Israele continuano a scontrarvisi oltre ad aver sostenuto, contro Sana'a e il Consiglio Presidenziale, i separatisti meridionali del Consiglio di Transizione Meridionale. Non appare pertanto così azzardato pensare che quel tacito convivere tra parte somala e yemenita, coi relativi alleati che entrambe le parti recano con sé, applicandosi all'intera regione del Golfo di Aden, possa produrre risultati poco amichevoli per Israele.
Non andrebbero inoltre dimenticati altri attori presenti nell'area, come il Sudan, anch'esso saldamente legato alla stessa rete di alleanze che connota la Somalia, e Gibuti, che pur col suo noto multivettorialismo a quella rete non guarda certo con sfavore. In tutta l'area, bene o male, le simpatie per Israele non sono proprio delle più elevate: basterebbe ad esempio guardare alle continue manifestazioni a Mogadiscio, con bandiere israeliane bruciate e calpestate, per farsene un'idea, e anche a Gibuti l'aria che tira è più o meno la stessa. Tant'è che né Somalia né Gibuti hanno mai riconosciuto Israele.
Il Sudan, in tutto questo contesto, è un altro attore che, oltre ai suoi saldi legami con Turchia, Egitto, Arabia Saudita ed Eritrea, e la vicinanza con la Somalia, ne intrattiene di analoghi anche con l'Iran, che al governo di Khartum ha fornito un aiuto prezioso in termini di dispositivi militari per sostenere lo scontro coi ribelli delle Forze di Supporto Rapido. Quei ribelli, sostenuti proprio da Israele e dagli EAU, stanno oggi perdendo e subendo continue defezioni, proprio come ulteriore aiuto indiretto che deriva dalla guerra tra Iran e coalizione israelo-americana.
Il caso vuole che un'altra recente notizia, che ugualmente non ha destato grande enfasi, ci parli d'incontri tra governo sudanese ed emissari iraniani per rinverdire la prospettiva di una base iraniana sulle coste sudanesi. Dopotutto, amici ed alleati, come già detto, sono sempre benvenuti.
