
E' doveroso riepilogare quanto visto in questi due giorni per capire perché oggi si sia giunti ad una seppur parziale e controllata riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran: non il risultato di un semplice braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran nel Golfo Persico, ma di una più ampia partita che ha visto la Repubblica Islamica premere affinché il Libano non restasse una questione separata in quella, più ampia, di una pace previa colloqui diplomatici in tutto il Medio Oriente.
16 aprile - Nel vasto contesto bellico mediorientale, il Libano non andrebbe mai dimenticato. In questi giorni, poi, è proprio una delle chiavi a cui guardare affinché conflitto, tregua e futuri negoziati, giungano ad avere un senso politico davvero compiuto. Lunedì scorso, col suo discorso, il quarto leader di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, ha scompaginato molte carte che sul fronte interno si credevano già date per acquisite. Il governo libanese, influenzato da Israele e Stati Uniti, s'è visto investito di una missione sporca: sconfiggere Hezbollah sul tavolo degli accordi diplomatici, dal momento che i suoi sponsor non sono riusciti a farlo sul campo di battaglia. Proprio a questo obiettivo mirava infatti l'accordo tra Stati Uniti, Israele e Libano (inteso naturalmente come governo libanese, e non Hezbollah: precisazione che può apparire pedante, ma che a molto pubblico italiano risulta necessaria).
Col suo discorso, Qassem ha dimostrato che coloro che propongono i negoziati non sono nelle condizioni di poterlo fare, vista la loro incapacità nell'opporsi alle vittorie sul campo di Hezbollah. Israele punta ad estendere il suo controllo al fiume Litani ed oltre, cingendo d'assedio Bent Jbeil ed imponendosi sul governo libanese, che non ha tuttavia credibilità e rappresentanza sufficienti per poter agire da "incaricato d'affari" per conto dei suoi controllori israelo-americani. In pratica Hezbollah ha tagliato la strada, previamente, ad ogni possibilità di negoziato separato, come sarebbe stato quello di Washington: scindere il Libano dal resto del contesto bellico mediorientale, ed Hezbollah dal resto dell'Asse della Resistenza, non può che trovare un fermo rifiuto e una rilanciata spirale di conflitto. Così infatti è stato, e del tutto analogo è stato pure il messaggio lanciato da Teheran e dalle altre sigle della Resistenza.
Dunque, nessuna pace in Libano senza che vi sia anche in tutti gli altri teatri del conflitto attuale, da Hormuz ad Israele, ed oltre. Così Stati Uniti e Israele hanno dovuto cedere, abbandonando i propositi di una pace separata che divida il Libano dal resto della regione. Il Libano è stato incluso nella tregua regionale, mentre il governo di Beirut, maschera degli interessi israelo-americani, smascherato, e le ambizioni territoriali israeliane accantonate. Ciò potrà favorire un rientro degli sfollati, dal momento che nei piani di Tel Aviv una loro permanente evacuazione dalle aree meridionali era giudicata come prima condizione per l'offensiva e per stabilizzarvi il proprio controllo.
Una tregua di una settimana, che vada a coincidere con la fine della tregua irano-americana, resta comunque una prospettiva fragile e poco credibile agli occhi di Hezbollah quanto di Teheran; in questa fase le pressioni su Israele e Stati Uniti, e sui paesi terzi che svolgono un ruolo d'intermediari ed interlocutori, vale a dire Pakistan, Oman ed Arabia Saudita, conoscono un'intensificazione. Ma, nel quadro odierno, si qualifica come una significativa vittoria: espone le complicità tra il governo libanese ed Israele e Stati Uniti, e dimostra l'incapacità di quest'ultimi di far valere la loro egemonia sul terreno, tanto da cercare con le vie negoziali tutti quei risultati che, militarmente, non si sono rivelati alla loro portata. Tra qualche giorno, mentre continuerà il lavoro di tutta la Resistenza, si potranno certamente vedere interessanti novità.
17 aprile - La tregua in Libano è stata infine proclamata. Senza la fermezza di Hezbollah e dei suoi alleati, Teheran per prima, non vi sarebbe mai stata: come sappiamo, l'obiettivo era semmai tutt'altro, di puntare ad un negoziato separato che avrebbe consentito ad Israele e Stati Uniti, con la complicità del locale governo libanese di sconfiggere con la normalizzazione politica una Resistenza risultata invincibile sul campo di battaglia. Il Presidente Aoun e il premier Salam, nella loro veste di partner deboli dell'asse israelo-americano, sarebbero stati partner perfetti per un'operazione del genere. Tuttavia, proporre la stessa strada già tentata, in modo peraltro fallimentare, per Gaza, ovvero promettere una normalizzazione politica in cambio di una previa cessione delle armi da parte di Hezbollah, non avrebbe mai convinto nessuno: proprio come a Gaza, dove infatti il disarmo ad oggi appare una prospettiva molto lontana ed irrealistica.
Infatti, come vediamo, ormai la tregua in Libano, scattata ieri sera, è allineata a quella in vigore con l'Iran: la loro scadenza avverrà in concomitanza, e dovrà approdare a negoziati omnicomprensivi, in cui nulla sarà trattato separatamente giacché conflitto israeliano con Hezbollah ed israelo-americano con l'Iran sono visti come un tutt'uno. Tale è il giudizio non soltanto di Teheran e di Hezbollah, ma anche del Pakistan che ospiterà i futuri colloqui, che ad ogni modo, a prescindere dalle dichiarazioni date dalla Casa Bianca in questi ultimi giorni, ancora non hanno una data ufficiale. Soltanto la data in cui scadrà la tregua, il 22 aprile, per ora è ufficiale: vale a dire che in questi giorni andrà stabilità anche quella per i negoziati, come fatto capire anche da Tahir Andrabi, ministro degli esteri di Islamabad. Che ha aggiunto: "Non c'è stato né un passo avanti né un fallimento", con ciò riferendosi anche al primo giro di colloqui dello scorso sabato, terminati sì senza risultati concreti, ma pure senza impedire che possano avere un seguito. Insieme al nucleare, il Libano rappresenta dunque un altro dei punti fermi di Teheran, su cui anche il Pakistan è del tutto allineato, come dichiarato proprio da Andrabi: "La pace in Libano è essenziale per i colloqui di pace tra Stati Uniti ed Iran".
Nel mentre, quella che va davvero avanti è la diplomazia militare. Lo vediamo dall'intransigenza con cui tanto l'Iran quanto Hezbollah hanno sin qui imposto in qualità di parti vincenti le loro condizioni a Stati Uniti ed Israele che invece pensavano, tentando il trucco di separare i conflitti regionali e blandire gli avversari con negoziati ingannevoli, di guadagnarsi una rivincita sul tavolo. La diplomazia dei tavoli separati è stata, insomma, sbugiardata ed invalidata. E che proprio la diplomazia militare sia quella che ha ormai preso il sopravvento lo vediamo anche dall'operato di Asim Munir, Capo di Stato Maggiore pakistano, che ieri è giunto a Teheran incontrando il presidente del parlamento Mohammed Ghalibaf, già mediatore nel primo giro di colloqui dello scorso sabato. Mentre il premier pakistano Shehbaz Sharif conduce una serie di visite che nel giro di quattro giorni lo vedrà confrontarsi con gli alleati e partner di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Sullo sfondo, il Patto di Mutua Difesa tra Pakistan ed Arabia Saudita, attorno cui gravitano partner come Qatar, Turchia ed Egitto, è alla sua prima prova nella regione, con aerei e militari pakistani in Arabia Saudita, mentre la Turchia è al lavoro per consolidare un forum di sicurezza regionale con tutti gli attori locali per garantire stabilità a lungo termine.
Non sarà una passeggiata, quella che vedremo in questi giorni di tregua, scattata alla mezzanotte di ieri in Libano: più volte Iran ed Hezbollah sono stati pronti a riprendere le armi e soprattutto nel caso dei secondi ciò è pure avvenuto. Ma in ogni caso ciò dovrà condurre a negoziati più fruttuosi di quelli visti lo scorso sabato; giacché soltanto la consapevolezza che in caso contrario Iran ed Hezbollah non hanno alcun problema a riprendere le ostilità ha indotto sin qui Israele e Stati Uniti ad accettare una tregua che finalmente porti ad Islamabad ad un secondo giro di colloqui davvero omnicomprensivi.
