
Varie navi hanno ormai attraversato lo Stretto di Hormuz, come quattro cinesi, o ancora iraniane, omanite, ecc, con bandiera propria o di altri paesi, come malawiane, ghaniane, panamensi, comoriane, ecc, spesso di “paradisi degli armatori” o utili per le “flotte ombra”. Passano tutte attraverso il vasto blocco navale americano che, per quanto importante, con 12 navi concentrate nel Golfo dell'Oman e soprattutto nel Mar Arabico, resta sostanzialmente inerte, senza un'immediata capacità di poter prendere l'iniziativa. Privo dunque della possibilità di poter passare all'operatività militare, gli unici danni che provoca sono a chi l'ha voluto, Washington, che sempre più patisce critiche, prese di distanza e defezioni dai suoi alleati.
Ora si capisce ancora meglio perché a Teheran, scherzosamente, durante il conflitto, dissero che non potevano aver migliore alleato di Trump: con la sua condotta suicida, sta infatti facendo più danni agli interessi di Washington di quanti mai gliene abbiano fatti, nel corso della storia, tutti i suoi nemici. E il bello è che nel frattempo Washington afferma, per mezzo del CENTCOM, che non vi è stata alcuna violazione al blocco navale, mentre i tracciati satellitari mostrano le navi che passano con la massima tranquillità. Praticamente un po' come quando cadeva il regime e alla televisione davano i balletti.
Nel frattempo, a scanso d'equivoci, l'Iran ha sfoderato, tra ieri ed oggi, due nuovi dispositivi d'arma, i missili cruise Raad-3 e Shahid Abu Mahdi, e schierato i sommergibili di classe media Gadir, la cui portata è tale da sconsigliare alla Marina USA di avvicinarsi troppo alle acque iraniane, pena un'ingloriosa fine che ricorderebbe tanto la famosa Operazione Fenkil del 1990 (di cui già ho più volte scritto in passato). Tra l'altro uno scenario simile, una nuova Fenkil, sarebbe proprio ciò che gli iraniani vorrebbero: gli Stati Uniti si sono infatti inseriti da soli in una "trappola perfetta", militare e politica. Insomma, gli americani fanno soprattutto "ammuina" (termine napoletano con cui si indica il far tanta finta confusione per simulare una grande attività, spesso per distrarre od impressionare), e al mondo la spacciano per onnipotenza: quando dalla propria si hanno media ben più che compiacenti, si capisce, lo si può anche fare.
Nel frattempo, il Pakistan schiera in Arabia 13mila dei suoi militari, con circa 17-18 dei suoi caccia tra JF-17 Block 3 e F-16, e due aerei da trasporto C-130 e da rifornimento Ilyushin Il-78. Il Patto di Mutua Difesa Strategica firmato nel settembre 2025 tra i due paesi entra quindi in funzione, ma non per contrastare una minaccia iraniana, come qualche analista ha inteso interpretarlo, quanto semmai per prevenire prima di tutto nuove false flag israelo-americane, che nei giorni scorsi, durante la tregua, erano risultate numerose in tutta la regione, riguardando anche obiettivi energetici sauditi.
Ben si capisce, allora, perché Washington si limiti a far solo "ammuina", e magari a sperar sotto sotto che Tel Aviv non si metta di nuovo di mezzo, facendole lo “sgambetto” e trasformando quella “ammuina” in qualcosa di ben più autodistruttivo e tragico… Una soluzione per evitare nuovi rischi ci sarebbe: mollare tutto ed andarsene via, ammettendo al mondo intero la propria sconfitta. Ma, dopo aver provocato così tanto "rumore", sarebbe un suicidio geopolitico che tra l'altro ricorderebbe quello del vecchio rivale sovietico. E come gestire, poi, le conseguenze, che senza dubbio sarebbero numerose, visto che si produrrebbe un effetto domino che riguarderebbe tutta l'influenza e l'egemonia americana nel mondo? Tanti storici alleati e satelliti di Washington sono già oggi inquieti e si guardano intorno, in cerca di "Piani B" che garantiscano loro una possibilità di convivere in pace coi loro vicini, dall'Asia al Medio Oriente, dall'Europa al Pacifico...
Il bello, però, è che per il suo ruolo di superpotenza globale anche questa "ammuina" resta pur sempre una forma di morte, seppur più lenta, un'agonia che fa pesare non soltanto a se stessa, ma anche al resto del pianeta. Un'agonia che il pianeta pagherebbe in ogni caso, anche se gli Stati Uniti scegliessero il ridimensionamento di propria sponte, quella fine fisiologica ed inevitabile che nella storia ha riguardato ogni altra grande potenza prima di loro, giacché per la storia non ci sono "eccezionalismi" che tengano; ma che in questo caso si trova a pagare molto di più.
La fine degli imperi è spesso così: un paradosso tra la tragedia e la farsa.
