
La delegazione statunitense è arrivata solo sabato, col vicepresidente JD Vance, uomo dei Thiel, Musk, Palantir e di tutta la cosiddetta Paypalmafia, a far da copertura di Jared Kushner e Steve Witkoff, gli unici e veri negoziatori USA, suoi compagni d'affari nel giro di cui sopra e, soprattutto, più che sospetti rappresentanti oltre che di Washington anche di Israele. Di fatto, è stato come se quei 44 giorni non avessero insegnato nulla e fatto capire a Washington che "quei due", con una reputazione ormai a dir poco impresentabile, fossero semmai da accantonare e non riproporre mai più. Ma in realtà questo era soltanto uno dei tanti tasselli di una più ampia condotta provocatoria e coercitiva, che ha visto gli uomini di Washington (e di Tel Aviv) ribadire, soprattutto in sede negoziale, le stesse identiche condizioni già avanzate prima della guerra d'aggressione del 28 febbraio, e riciclate pure nelle ore che hanno accompagnato la tregua, sullo stop ad ogni aggressione israeliana in Libano, il diritto iraniano all'arricchimento dell'uranio, la sovranità di Teheran sullo Stretto di Hormuz, e via dicendo.
La delegazione è infatti giunta dopo le altre, per ultima, con Vance che s'è preso quattro ore per poter riposare e riprendersi dal fuso orario, mentre iraniani e pakistani attendevano senza neppur aver ricevuto una previa conferma della sua agenda. Quando è giunto il momento di negoziare, i delegati americani hanno cominciato ad improvvisare, presentando pochi fogli con condizioni retoriche e generiche che contrastavano largamente con la documentazione fornita dagli iraniani, a dir poco vasta (120 pagine soltanto quelle sul nucleari, piene di elementi tecnici e giuridici). Nelle 21 ore di negoziati, Vance è stato visto chiamare Trump almeno 12 volte e Netanyahu una volta, dando ai presenti un chiaro segno di poca autorevolezza ed autonomia.
In sostanza, e ciò era pure largamente prevedibile, quest'occasione dei negoziati è servita a Teheran (e senz'altro anche ai suoi alleati e partner, a cominciare dai patrocinatori dell'incontro, Pechino per prima, ma non solo) per "bruciare" la carta di Vance parsa fin qui ancora spendibile a molta comunità internazionale (partendo dai vari attori regionali per giungere anche a quelli asiatici ed europei), per dimostrare in sede internazionale la malafede e la dipendenza da Israele degli Stati Uniti nelle questioni politiche mediorientali, e per portare ad un ancor più forte punto di rottura le contraddizioni interne allo schieramento del sempre più zoppicante "Washington consensus" (che, infatti, ogni giorno vede attualmente una robusta fronda di paesi ed ex alleati prendere le distanze dalla Casa Bianca per trattare separatamente con Teheran, ma anche con i suoi più importanti partner globali, Pechino e Mosca per prime).
Così anche stavolta, con le minacce americane di blocco dello Stretto di Hormuz ci troviamo dinanzi al problema di un grave attrito tra proclami e realtà. Il blocco americano dello Stretto appare proprio un curioso paradosso, dacché sino a pochi giorni fa il Presidente Trump invocava e soprattutto minacciava il contrario, chiedendo che gli iraniani lo riaprissero (quantunque in realtà fosse aperto, ma non agli Stati Uniti e ai loro alleati, a meno che quest'ultimi non avessero dimostrato maggior autonomia accordandosi con l'Iran per proprio conto e preso le distanze dall'aggressione che Washington e Tel Aviv le avevano scatenato).
Se per colpire gli obiettivi sul suolo iraniano gli Stati Uniti avevano prima di tutto bisogno di quella capacità di proiezione che invece, come sappiamo, hanno perduto (non c'è più, se mai c'era stata, la superiorità aerea, mentre anche la presenza navale, ed ancor più logistica ed infrastrutturale, a partire dalle basi, è ormai andata a farsi benedire), non diversamente tale problema si ripresenta per poter procedere con un credibile blocco dall'esterno dello Stretto di Hormuz. In sostanza, il proclama di poter ripetete, in tutt'altre condizioni geografiche e geopolitiche, lo stesso copione già visto in Venezuela o a Cuba (peraltro attuato, malgrado la forte fanfara mediatica, solo con un parziale successo), rimane appunto poco più di un proclama, buono giusto per galvanizzare quella residuale quota di elettorato MAGA ancora aggrappata al suo Presidente (oltre che per speculare in borsa col meccanismo delle vendite allo scoperto, che garantisce a Trump e a pochi altri "privilegiati", non soltanto della sua cerchia, forti guadagni alla faccia della collettività). Non va dunque a tradursi in una concreta realtà.
Quella collocazione geografica, oltretutto, non garantirebbe alle navi americane sicurezza dai lanci iraniani, e nemmeno da parte dei loro alleati, in primo luogo Ansar Allah, che infatti sono già pronti a bloccare per ritorsione lo Stretto di Bab al-Mandeb. Così, gli Stati Uniti cadrebbero in una trappola autodistruttiva perfetta, perché si renderebbero diretti responsabili agli occhi dell'intera comunità globale, più di quanto sia già avvenuto, del blocco di due preziose catene logistiche come Hormuz e Bab el-Mandeb, con un diretto danno per i loro stessi alleati, non solo asiatici ed europei, ma ancor più del Golfo, dei paesi del CCG. Non sarebbero stavolta gli iraniani o gli yemeniti di Ansar Allah i responsabili, la cui azione costituirebbe semmai un ovvio ed elementare diritto all'autodifesa; ma gli Stati Uniti, peraltro già apparsi dinanzi all'intera comunità mondiale come i sabotatori di negoziati a cui tutti tenevano per una rapida uscita dal conflitto (e conseguentemente per un rapido ritorno alla normalità, per quanto sempre di mesi si tratterebbe, in termini di ripresa della produzione e fornitura dell'energia, della riattivazione delle catene logistiche, ecc), e prima ancora come aggressori in un conflitto che ugualmente nessuno desiderava.
Per quanto la credibilità internazionale degli Stati Uniti appaia già oggi oltremodo compromessa, questo ulteriore colpo causerebbe certamente nuove e gravi ricadute sullo stato delle loro relazioni non soltanto con grandi potenze come Cina, Russia, India, Brasile, Pakistan, Turchia, Egitto, ecc, ma anche coi loro sin qui principali e più affidabili alleati, tra paesi europei ed asiatici (il disallineamento della Corea del Sud è, ad esempio, solo l'ultima novità) e, ancor più, del Golfo e del Medio Oriente. Fornirebbe soprattutto a tanti paesi e governi già oggi piuttosto spazientiti ma tutto sommato ancora vicini a Washington l'occasione giusta, come si suol dire l'ennesima scusa, per stabilire un maggior distacco.
