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Dopo Isfahan: tra diplomazia ed ultimatum

08-04-2026 21:40

Filippo Bovo

Dopo Isfahan: tra diplomazia ed ultimatum

7 aprile - Dopo l'intervento americano ad Isfahan, controverso per ragioni e finalità, le novità non hanno continuato a mancare. Ieri, Washington s'è

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7 aprile - Dopo l'intervento americano ad Isfahan, controverso per ragioni e finalità, le novità non hanno continuato a mancare. Ieri, Washington s'è trovata dinanzi ad un momento assai imbarazzante nei rapporti non solo con Teheran, ma pure con molti paesi terzi, considerando le sue forti pressioni per riscuotere quell'accordo diplomatico già più volte implorato e respinto. Non dev'essere facile per una superpotenza, come gli Stati Uniti si considerano, abbassarsi ad invocare certe elemosine: non a caso, ogni volta che lo fanno, è sempre nascondendosi "dietro le tende", mentre a livello pubblico proclamano il contrario, che sia la controparte a farlo con loro. L'imbarazzo, andando avanti così, non potrà che continuare a crescere: anche perché, più si svilupperà il conflitto, più saranno difficili da nascondere certi "problemi". Washington ha in pratica implorato maggiori pressioni sull'Iran da parte del Pakistan, affinché accetti la sua mediazione garantendo così una “off-ramp” alla Casa Bianca. 

 

Il piano americano in 15 punti, passato a Teheran col tramite di Islamabad, è stato tuttavia giudicato inaccettabile, in tal modo smentendo le dichiarazioni delle varie agenzie stampa ed "insider", da Reuters ad Axios, che ne ventilavano invece una pronta accoglienza. "Siamo noi a stabilire le richieste e siamo noi a tracciare le linee rosse", è stata infatti la risposta iraniana, peraltro già sentita in più occasioni, da quando l'aggressione israelo-americana ha avuto il suo inizio. Altri negoziati, però, nel frattempo sono stati confermati dall'Iran, cominciando da quelli con l'Oman, con cui condivide la sovranità dello Stretto di Hormuz, per un nuovo protocollo nei transiti navali regionali che, di fatto, rimuoverà quanto ancora resta del vecchio ruolo americano di “controllo” in loco. S'avvicina, per gli angloamericani storici garanti del tramontante ordine politico regionale locale, di stampo neocoloniale, l'ora di fare i bagagli. 


Per quanto gli Stati Uniti vogliano uscire dall'impasse di una guerra iniziata senza fare i giusti calcoli e sacrificando i loro interessi per quelli israeliani (fatto in sé non certo nuovo, ma avvenuto stavolta in una modalità e in proporzioni mai viste nella storia americana), la soluzione non risiede né nello strappare un accordo diplomatico "a buon mercato", né tantomeno nel conseguire una piccola vittoria tattica, per quanto molto scenica, come poteva ad esempio essere la sfortunata operazione di Isfahan. I fatti sin qui avvenuti provano quanto entrambe le ipotesi siano semplicemente utopiche: non ci sono le condizioni minime per l'una come per l'altra ipotesi. 

 

Quel che è peggio, è che da Teheran non hanno certo avuto remore nel fornire la loro versione di quell'operazione americana, quali ne fossero gli intenti e quali ne siano stati gli esiti, infrangendo così le trionfalistiche ricostruzioni di Washington: non un'operazione in grande stile per salvare un militare disperso, sproporzionata per un simile obiettivo, ma una di più modesta entità per trafugare i 450 kg di uranio arricchito situati ad Isfahan, e per la quale senz'altro le forze americane mobilitate non sarebbero mai state sufficienti. In pratica, una mossa suicida, che non a caso a Washington più di un generale aveva definito sconsiderata, ottenendo come unico ringraziamento l'immediato siluramento da parte di Pete Hegseth. Nel frattempo, però, sui nostri schermi vedevamo Pete Hegseth fornire un resoconto dell'operazione non tanto dissimile dalla trama di certi deliranti film evangelici: invero uno spettacolo  assai ributtante.


A quel punto, ritrovandosi sbugiardata nella sua narrativa vittoriosa e respinta nella sua bozza negoziale da Teheran, Washington non aveva che due possibilità davanti a sé: o continuare cantandosele e suonandosele, perciò dichiarando unilateralmente vittoria, o al contrario rilanciare con nuove azioni militari, andando incontro ad un inasprimento delle conseguenze per il suo ruolo regionale e per la sua reputazione di grande potenza. Come abbiamo visto, data la poca percorribilità della prima possibilità, che lascerebbe "a piedi" Israele, ha finito con lo scegliere la seconda: e quindi, prendere di mira le infrastrutture iraniane, dai ponti all'energia. 


A tali azioni, seguono ovviamente reazioni: come vediamo, è tutto ancora in atto. Va da sé che, indipendentemente dagli sviluppi delle ostilità, per Washington non soltanto certi problemi restano, ma peggio ancora s'aggravano: come già detto, mancano le condizioni minime per delle seppur modeste vittorie tattiche con cui poter poi unilateralmente proclamare vittoria, confidando in un'assenza della reazione iraniana che invece non può che risultar ancor più "lesiva"; e così pure mancano quelle per strappare un accordo "a buon mercato". Insomma, per Washington esiste un solo percorso, non certo delineato da oggi, che è un vicolo cieco in cui la situazione non può far altro che peggiorare. Chiamiamolo "pantano", o magari "sabbie mobili", nelle quali più ci si muove e più s'affonda.

 

8 aprile - Chi ha parlato di salvare gli iraniani dal loro governo, è colui che oggi parla di cancellarne la civiltà. Più il gioco è a suo sfavore, più cala la maschera, esponendo anche la folle deriva del sistema di cui è espressione. Non c'è da meravigliarsene: se a prima vista può sembrare che abbia cambiato idea, in preda ad un accesso di pazzia senile, nella realtà ha soltanto manifestato quelle che sono sempre state le sue vere intenzioni. Nel frattempo, si moltiplicano negli USA gli appelli per fermare il Presidente, le iniziative dei vari rappresentanti, repubblicani per primi, per una sua destituzione, e nella catena di comando militare per osteggiarne le decisioni. Se molti di noi guardano al sempre più insanabile "punto di rottura" tra USA e Iran, è in realtà proprio quello all'interno degli stessi USA ad avvicinarsi molto rapidamente ad un "punto di non ritorno" da cui difficilmente la "civiltà americana" potrà riprendersi, riacquistando le sembianze del passato. Un discorso non diverso, in parallelo, si può fare per Israele, che nel dualismo USA-Iran è molto più di un semplice attore laterale.


Al Pakistan, che ha proposto una nuova bozza d'accordo ricalcata dalla precedente, con una tregua di due settimane che metterebbe da parte le minacce americane in cambio delle solite concessioni già respinte, Teheran ha risposto affermando di possedere ancora 15mila missili e 45mila droni. In casi come questi appare piuttosto insolito dichiarare numeri precisi del proprio arsenale, tanto da far pensare che non siano neppure realistici: potrebbero essere infatti ben superiori. Se anche fossero la metà, sarebbero comunque più che sufficienti a "cancellare" ogni sogno israelo-americano di una vittoria su Teheran, o di un pareggio rivendibile per tale: ben prima di terminarli, gli aggressori sarebbero infatti già collassati sotto il peso di una guerra per loro non più sostenibile. 


Gli USA potrebbero pure tentare un'apocalisse, magari con attacchi non convenzionali simili se non peggiori ad altri sin qui già visti, ma ciò non impedirebbe a Teheran di lanciare quei missili e quei droni: anzi, a quel punto Teheran avrebbe pure un motivo in più per usarli, e con assai minori remore. In generale, trasmettere certi numeri in sede diplomatica, sapendo che il messaggio sarà subito recepito dall'avversario americano idealmente seduto nella stanza accanto, è un po' come replicare alla sua minaccia di colpire le infrastrutture logistiche ed energetiche iraniane a partire da un certo orario. Si tratta di fumo negli occhi e di guerra psicologica, tesi a depistare e seminare confusione nel proprio "interlocutore" e tra i suoi tanti "ficcanaso di servizio". Una risposta scenica ad un'altra minaccia, ancor più scenica. 


Lo stesso vale per la minaccia di "cancellare" la civiltà iraniana: è l'ennesima mossa psicologica, assai scenica, di un attore "consumato", per non dir "logorato", come il Presidente americano. Ma resta, soprattutto, una mossa psicologica, tipica di chi gioca d'azzardo, con l'unica strategia d'impressionare gli altri giocatori per aumentare le possibilità di vittoria, o quantomeno di contenere le perdite. Se all'altro giocatore il trucco è noto e non impressiona, allora la partita è persa. Come già è stato detto in più occasioni, qualcuno ha la psicologia del giocatore di poker, mentre qualcun altro ha quella di chi gioca a scacchi. Il livello non è lo stesso. 

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