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Tra il 28 e il 30 marzo: Iran, Hezbollah e ora anche gli Houthi. Israele davanti al fronte multiplo

30-03-2026 18:00

Filippo Bovo

Tra il 28 e il 30 marzo: Iran, Hezbollah e ora anche gli Houthi. Israele davanti al fronte multiplo

28 marzo. Stamani, Ansar Allah ha dato fiato alle trombe. Sebbene da giorni ne fosse stata annunciata la mobilitazione, ancora vi erano dubbi su dove

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28 marzo. Stamani, Ansar Allah ha dato fiato alle trombe. Sebbene da giorni ne fosse stata annunciata la mobilitazione, ancora vi erano dubbi su dove e quando le sue operazioni si sarebbero orientate: i primi lanci di missili balistici sul sud di Israele hanno dato soddisfazione a tali curiosità, e provato soprattutto quanto illusoria fosse stata la propaganda di chi, un anno fa, dopo la sua infruttuosa operazione Rough Rider, aveva millantato d'esser riuscito a piegarne le forze. Lo stesso si può dire, d'altronde, anche per un'altra nota sigla della Resistenza, Hezbollah, che al 29esimo giorno di conflitto continua a dar prova della sua temibilità, a dispetto di chi, sempre un anno fa, si vantava d'averla distrutta. Il suo bilancio sul campo dimostra che non c'è soldato israeliano che varchi la frontiera che non torni indietro morto o ferito, o costretto alla resa. In tal modo, Hezbollah sta costringendo Israele ad un massiccio confronto su due fronti, uno con l'Iran, l'altro col Libano, a cui ora va ad aggiungersene un terzo, aperto da Ansar Allah, con lo Yemen. 


In Libano, giusto per guardare agli ultimi dati operativi, l'intera unità di genieri Yahalom è stata annientata, portando a 117 il numero dei mezzi israeliani sin qui andati distrutti, tra cui 98 Merkhava, oltre a mezzi come i D-9, Namer e Puma. Israele, nell'invasione del Libano, sta perdendo molti dei suoi combattenti migliori, tra paracadutisti e Brigata del Golan, con crescenti evacuazioni in elicottero dei militari feriti fino agli ospedali di Haifa e Tel Aviv, e pari difficoltà nel poterli efficacemente rimpiazzare. L'emorragia di uomini e mezzi, stante la sempre minor capacità nel poterli entrambi sostituire, a fronte di un nemico in grado di resistere ai colpi e a rigenerare più rapidamente le forze, oltre che a meglio muoversi su un terreno che conosce e lo favorisce, sta intrappolando Israele in un percorso di logoramento sempre più insostenibile.


Tra l'altro, solo pochi giorni fa, rivolgendosi alla Knesset, il capo di stato maggiore Eyal Zamir aveva avvisato il governo delle sempre maggiori difficoltà, per l'IDF, a reggere i ritmi di operazioni militari a crescente sforzo e a lungo termine, a livello di turnazioni e stress per il personale; ricordando che ciò ne avrebbe causato il collasso. Ma al momento pare che il suo richiamo sia rimasto inascoltato.


Il problema dei ritmi sempre più difficili da reggere valgono anche per le forze americane, che dall'inizio della guerra hanno "bruciato" ben 850 Tomahawk, pur non acquistandone mediamente più di 90 all'anno. Il Pentagono ha segnalato alla Casa Bianca che la rapida erosione delle scorte militari riduce automaticamente la capacità di reazione anche su altri scenari; come ad esempio sul Pacifico, dove il proseguimento della guerra all'Iran senza vantaggi strategici ha già portato all'indebolimento della presenza e del potenziale USA per un contenimento di Pechino; o ancora in Europa, dove sempre per gli stessi motivi l'Ucraina si vede destinata a ricevere un sempre minor munizionamento. Vedremo quanto gli avvisi del Pentagono saranno effettivamente soddisfatti: già nei primi giorni di conflitto, l'amministrazione Trump ha lanciato un piano straordinario di 50 miliardi di dollari per l'acquisto di nuove munizioni, salito dopo solo due settimane a ben 200 miliardi. 


Il problema, però, non risiede unicamente nelle spese: per costruire un Tomahawk serve circa un anno, per un Patriot anche un anno e mezzo o due, con una lista d'attesa che riguarda anche altri alleati.  E' notizia delle ultime ore, per esempio, che la Svizzera ha rifiutato il pagamento di un ordine di Tomahawk che attendeva da anni e che Washington ha detto di non poterle più consegnare; per reazione, da oltreoceano sono stati bloccati i fondi depositati da Zurigo per l'acquisto di caccia F-35, ugualmente non ancora ricevuti. Mentre le autorità svizzere dichiarano frustrate che "la fiducia negli Stati Uniti sta vacillando", altri paesi prendono nota, consci di non poter più contare soltanto sul grande alleato americano per la loro sicurezza, e di dover guardare anche altrove per riequilibrare la loro geometria di alleanze.


Con l'apertura di un nuovo fronte da parte yemenita, il logoramento delle risorse militari per Israele e Stati Uniti appare quindi destinato a conoscere un ulteriore aggravio, complicando le prospettive di un intervento su Kharg o su altre isole iraniane nel Golfo Persico; men che meno l'idea, tramite una loro conquista, di riaprire lo Stretto di Hormuz. Peraltro, con basi in buona parte distrutte, e tuttora sotto tiro come dimostrato anche dai lanci iraniani di stanotte sugli EAU, sul Bahrain e sul Kuwait, un'azione del genere implicherebbe l'invio di forze militari destinate a venir rapidamente colpite senza poterle poi altrettanto rapidamente soccorrere ed evacuare: volendone, di fatto, l'eliminazione. Il problema è aggravato anche dal numero di velivoli da rifornimento, trasporto e pattugliamento, tra E-3 Sentry Awacas, KC-35 Stratotanker, ecc, andati nel frattempo distrutti dai lanci iraniani, altri tre solo stanotte in aggiunta ai precedenti. 


Nel mentre, la 82esima Divisione Aviotrasportata e i Marines del 31esimo e 32esimo MOU hanno ricevuto l'avviso di dispiegamento immediato: se davvero alla Casa Bianca verrà davvero il via libera ad una loro entrata in azione, il rischio di un loro inutile sacrificio, senza un concreto ritorno strategico, sarà davvero molto elevato.

 

***

 

30 marzo. Quanto ora vediamo in Israele, al suo interno come al suo esterno, corrisponde sempre più al concetto di "tempesta perfetta". A nord deve confrontarsi con Hezbollah, in un cimento che va facendosi di giorno in giorno sempre più logorante; ad est deve mantener fermo il controllo sulla Cisgiordania, dove l'ANP è soltanto una sua mera protuberanza istituzionale (un concetto che, d'altronde, si potrebbe pure tranquillamente applicare al governo libanese, a nord); e a sud deve far altrettanto su Gaza e i suoi corridoi (nell'eventualità anche di un ritorno in azione di Hamas e delle altre sigle della Resistenza operanti sulla Striscia). Ovunque, infine, a nord, ad est e a sud, deve confrontarsi anche coi quotidiani lanci da Teheran, a cui ora si sono aggiunti pure gli sciiti yemeniti di Ansar Allah, o Houthi che dir si voglia, che colpiscono soprattutto sul sud e sul centro (d'altronde, anche i tiri di Hezbollah, oltre a colpire il nord, coprono a loro volta un raggio che giunge sino al centro ed oltre, ad esempio sino ad Ashdod). 


In pratica Israele, il cui apparato militare è stato fondato secondo una dottrina di guerre rapide ed efficaci (shock and awe, lo stesso identico modello americano, seppur adattato alle esigenze locali), si trova ormai in un conflitto su tre fronti, che diventano quattro se consideriamo anche quello "aereo" dall'Iran (per correttezza, ai tre attori sin qui elencati, Iran, Hezbollah e Houthi, andrebbero aggiunte anche le Forze di Mobilitazione Popolare irachene, un ombrello di varie sigle che ha sin qui, nel conflitto iniziato ormai oltre un mese fa, firmato anche propri lanci su obiettivi israeliani, rimpinguendo quindi il già folto fronte aereo iraniano). Per una media potenza con aspirazioni da superpotenza come Israele, si tratta oggettivamente di una prova molto dura, e non deve sorprendere che già prima del dodicesimo giorno (volendoci dare un termine di paragone con la precedente Guerra dei Dodici Giorni) il suo apparato militare abbia iniziato ad accusare vistose e preoccupanti crepe. 


Proprio perché fondato sul principio di "shock and awe", Israele non possiede quell'enorme disponibilità di droni e missili balistici su cui invece l'Asse della Resistenza ha sviluppato una parte significativa della sua dottrina difensiva ed offensiva (ed ancor meno dispone di un'analoga esperienza, a tacer poi delle capacità produttive); e gli "strumenti" necessari a contrastare quei lanci tanto copiosi che le giungono da ogni parte sono dispositivi d'arma ben più costosi e tecnologici, ma soprattutto contati, limitati. Così, come più volte considerato, vengono bruciati ogni volta intercettori molto costosi e non prontamente rimpiazzabili per abbattere, oltretutto con scarso successo, una sola parte dei tanti droni e missili lanciati, che hanno costi e tempi produttivi assai più contenuti. Significa che in termini di rapporto costi/benefici Israele si ritrova rapidamente priva dei mezzi che avrebbero dovuto garantire inviolabilità al suo territorio e spazio aereo, mentre i suoi avversari possono continuare coi loro lanci virtualmente all'infinito, avendo maggiori facilità a sostituire l'armamento speso con altro di nuovo. 

 

Non solo, ma nel momento in cui i lanci nemici vanno a segno, colpiscono obiettivi a loro volta assai costosi e non facilmente o prontamente sostituibili come ad esempio è stato, nei primi giorni di conflitto, per gli apparati radar che consentono a quei sistemi di difesa di funzionare ed avvistare l'arrivo dei lanci stessi. Di conseguenza, i lanci diventano sempre più difficili da identificare per tempo, con progressiva perdita nella prontezza e nell'efficacia per contrastarli tempestivamente: da qui il costante deterioramento nelle capacità di prevenzione e difesa che Israele ha manifestato giorno dopo giorno (tanto che se al principio del conflitto gli allarmi avvisavano dei lanci oltre cinque prima, ad un certo punto hanno cominciato a funzionare soltanto un minuto prima, infine in contemporanea o persino in seguito; mentre ora, spesso, addiritturanon scattano affatto).


Man mano che il conflitto s'evolve, sono ovviamente sempre di più gli obiettivi colpiti: non solo quelli prettamente militari (come basi, caserme, depositi, siti produttivi, bunker ed altri siti governativi ed istituzionali), ma anche quelli che possono rivestirne una valenza (come aeroporti, porti, ferrovie, ed altre strutture non logistiche). Il primo obiettivo, d'accecare Israele distruggendone i sistemi radar e di privarlo di molti dei suoi armamenti, costosi e non prontamente rimpiazzabili, mediante una saturazione dei cieli con droni e missili economici e spesso di vecchia data, è stato ormai raggiunto già da tempo; ed ora l'Asse della Resistenza (i cui protagonisti sono, non a caso, entrati in azione uno per volta, con l'obiettivo così d'aggravare ancor più il carico per un Israele nel mentre sempre più spompato) può concentrarsi anche su tutto il resto, ovvero coventrizzandolo e portandolo al collasso per sopraggiunti limiti fisico-materiali.


E' qui che comprendiamo la reale portata dell'attuale conflitto su tre (quattro) fronti. A nord Israele è in una trappola strategico-operativa tesagli da Hezbollah, che da una parte attira le sue forze nel sud del Libano portandolo a ripetere i medesimi errori delle operazioni del 1982 e del 2006, ma su ancor più vasta scala (imbottigliandole così in un teatro geograficamente ostile, poco praticabile e penetrabile, dove vengono decimate a scaglioni giornalieri in termini di uomini e mezzi), e dall'altra si muove ai loro lati e nelle loro retrovie, non solo sabotandole ma giungendo pure a compiere azioni fino al confine israeliano, nella Galilea, come visto ad esempio a Maroun Al Ras ier sera). Al centro e ad est vi è la situazione già descritta, mentre al sud l'entrata in campo degli Houthi costringe ugualmente Israele a rafforzare la sua presenza militare, ma è proprio qui che sorgono altri e nuovi problemi: con le arterie stradali e ferroviarie dal nord al sud del paese, quando compromesse o persino distrutte, spostare le truppe e/o garantir loro un adeguato supporto logistico diviene un compito sempre più proibitivo. 

 

Le forze israeliane, modellate su concetti di guerra localizzata, rapida e vittoriosa, ed inadatte ad un conflitto su vasta scala e a lungo termine; sempre più in difficoltà tra turnazioni, straordinari, perdite materiali e di personale (come denunciato anche pochi giorni fa dal capo di stato maggiore, Eyal Zamir, alla Knesset); ed oltretutto con catene logistiche sempre meno sufficienti; si ritrovano a dover rispondere ad una situazione bellica destinata a diventare giorno dopo giorno sempre più impari e soverchiante, un conflitto permanente ed esteso, che punta a logorarne le forze sino alla soccombenza, insieme a tutto l'apparato non soltanto militare ma anche socio-istituzionale, statale e non statale (Israele), che costituisce il loro "serbatoio" e sono chiamate a difendere.

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