
Un'azione americana nell'isola di Kharg risulta poco credibile già solo guardando le mappe geografiche: una volta varcato lo Stretto di Hormuz, infatti, bisognerebbe navigare per altri 500 km prima di raggiungerla, e certamente Teheran non lo lascerebbe fare. Inoltre, il naviglio americano dovrebbe navigare lungo le coste iraniane, in quella ristretta area non minata dall'IRGC e in cui oggi transitano le petroliere. Che non sia del tutto minata, resta però solo un'ipotesi: ci sono infatti varie tipologie di mine, ad esempio quelle poste nei fondali o a determinate profondità, pronte ad attivarsi a comando.
Inoltre, l'Iran dispone di migliaia di droni sottomarini, certamente non meno temibili di quelli aerei, e di migliaia di barchini che sono la vera flotta di guerra dell'IRGC: entrambi ben custoditi in gallerie lungo le coste, protette da una geologia che le rende inattaccabili ai bombardamenti aerei (un ragionamento che, analogamente, si può fare per quelle nell'entroterra, che ospitano i siti di produzione e lancio di missili e droni, oltre a quelli nucleari: non c'è ordigno, dalle GBU a quelli nucleari, in grado di provocare crateri profondi centinaia di metri nella grafite di quelle montagne). Qualora una o più navi americane tentassero l'entrata nello Stretto, rompendone il controllo da parte di Teheran, andrebbero incontro ai rischi dati da simili dispositivi d'arma, sin qui non ancora sfoderati.
Più verosimile, per prendere Kharg, un'azione da ovest, evitando di passare dallo Stretto ed intervenendo dai paesi del CCG, primo tra tutti il Kuwait, oltre a quelli affacciati sulla costa opposta, come Arabia Saudita, EAU, Bahrain e Qatar. I bombardamenti effettuati dal Kuwait sulla regione iraniana del Khuzestan, tra le più ricche di petrolio e al confine con l'Iraq, suggeriscono che a Washington non s'escluda anche questa opzione; che tuttavia non è esclusa neppure da Teheran, visti i pesanti lanci che vi lancia a sua volta, sottoponendo la locale presenza militare americana a condizioni sempre meno "vivibili". Nel complesso, è un'ipotesi poco credibile quanto quella di raggiungere Kharg via nave dallo Stretto; ma, dal momento che le menti di Trump, Hegseth e di tutta la camarilla americana sono un enigma, non deve sorprendere che entrambe possano risultare fattibili ai loro occhi.
C'è, come per l'ipotesi di prendere Kharg percorrendo lo Stretto, il problema della "coperta troppo corta": con le basi in gran parte del CCG ormai distrutte o non più pienamente operative, con le difese aeree iraniane non debellate (ragion per cui ancora, lungi dal vantare una superiorità aerea, le forze israelo-americane ancora non sorvolino il paese, ricorrendo per i loro bombardamenti a lanci di bombe guidate o a planazione da oltreconfine), con la flotta nella regione arretrata o costretta alla fuga (la Lincoln è a 1100 km, nell'Oceano Indiano, e la Ford è a Creta, per riparazioni), con paesi del CCG che ormai apertamente s'oppongono alla guerra (ieri il ritiro del Qatar, oltre alla smentita delle autorità saudite all'ennesimo articolo, stavolta del NYT, che attribuiva al Principe Ereditario posizioni favorevoli anziché contrarie al conflitto con Teheran), non ultimo anche con la recente espulsione dall'Iraq per opera delle sigle sciite delle forze americane, per quest'ultime tentare ora un'impresa sulle coste iraniane è semplicemente un gioco al massacro.
Un'azione su Kharg come diversivo per intervenire nel Khuzestan, attuando un'invasione non solo insulare ma anche di terraferma, o ancora su altre isole dello Stretto, come Abu Musa e le due Tunb, la cui sovranità è storicamente rivendicata dagli EAU, ugualmente non andrebbe incontro ad esiti felici per ragioni ovvie ed intuibili, già in parte espresse. Nel primo caso si tratterebbe di un doppio massacro, unendo in un sol colpo precedenti storicamente non proprio facili come Okinawa, Gallipoli e la Normandia, cruenti e non certo passati alla storia come "operazioni lampo". Inoltre, a differenza d'allora, bisognerebbe scontrarsi con novità introdotte nel frattempo e che hanno rapidamente reso obsoleti metodi e dottrine di guerra giudicati essenziali sino a tempi recenti, come missili e droni. La guerra in Ucraina, o ancora la breve Guerra dei Dodici Giorni, dovrebbero aver pur insegnato qualcosa (anche se Stati Uniti ed Israele pare non abbiano imparato affatto).
Infine l'idea, una volta messo piede sull'Iran continentale, di raggiungere gli impenetrabili e ben difesi siti nucleari nel cuore del paese, per cercarvi l'uranio impoverito e trafugarlo all'estero, appare degna più di un pessimo film d'azione hollywoodiano, che di un credibile piano militare. Prima di potervi arrivare, i Marines americani verrebbero annichiliti, sulle coste iraniane; a tacer di quelli che magari finirebbero catturati e, chi lo sa, esposti come trofei di guerra al momento migliore, ad esempio in vista del voto americano di mid-term (è solo un'ipotesi; ma possiamo davvero escluderla a priori?).
E anche mantenere il controllo di Kharg e del Khuzestan così da usarli come "merce di scambio" per dei negoziati, non sortirebbe effetto: primo, perché men che meno a quel punto vi sarebbero negoziati; secondo, perché mantenere il controllo di aree simili, subendo il quotidiano e massiccio fuoco iraniano, con forze in minoranza e senza un adeguato supporto dal "retroterra" dato dai paesi del Golfo, risulterebbe ancor più una follia. Senza contare, pure qua, i precedenti storici: nella guerra del 1980-1988, l'Iraq di Saddam Hussein cercò di prendere il Khuzestan, peraltro andando incontro a costi umani immensi, e riuscì ad occupare Kharg, ma anche in quel caso senza costringere l'Iran alla rapida resa come invece preventivato.
Nel caso invece di una sola presa delle isole, magari Abu Musa e le Tunb, ugualmente la "coperta corta" peserebbe enormemente: mantenere un fronte marino tanto vasto, senza godere di un buon retroterra da parte dei paesi del Golfo, tra basi militari in gran parte colpite e divisioni politiche crescenti tra i governi della regione, è davvero una fantasticheria. Senza contare che gli EAU, chiamati in una simile operazione a coprire le spalle alle forze americane, si troverebbero a loro volta a condividerne lo stesso trattamento da parte di Teheran, con nuovi e massicci bombardamenti, mentre il solco che li divide dagli altri paesi del CCG s'allargherebbe ancor di più. Paradossalmente, più che riaprire lo Stretto, una qualsiasi azione americana finirebbe solo per garantirne la chiusura; e a Washington, poi, proprio più che ad ogni altro.
Una chiusura che oltretutto verrebbe aggravata anche dall'entrata in azione degli Houthi, che fin qui hanno mantenuto un ruolo di deterrenza pur avendo dichiarato la loro discesa in campo, e che a quel punto inizierebbero a render difficoltosa la circolazione anche a Bab el-Mandeb. La storia ci ricorda che la recente Operazione Rough Rider, combattuta contro di loro tra marzo e maggio 2025, non ha dato risultati tangibili all'amministrazione Trump, costretta alla fine ad accordarsi con loro senza riuscire nell'iniziale intento, invero assai enfatico, di "distruggerli". E' da ricordare che non solo navi, ma anche cavi delle telecomunicazioni internet passano per Hormuz e soprattutto per Bab el-Mandeb: se per il primo un suo sabotaggio sarebbe sin qui una primizia assoluta, per il secondo, ben più importante in termini di traffico dati, gli Houthi hanno già dimostrato di sapervi intervenire, come da fatti del 2024. I danni economici dovuti al blocco telematico non sarebbero difficili da immaginare, andandosi ad ammassare a quelli già sin qui visti con la sospensione e/o riduzione delle attività finanziarie nei paesi del Golfo.
Non è un caso che Trump implori un accordo, pressando alleati e paesi terzi perché avvino un'efficace e rapida mediazione (seppur sostenendo il contrario, per ovvie ragioni d'immagine, dato il voto di mid-term in vista, la campagna elettorale già in atto, i sondaggi in picchiata, e mercati e consumatori pronti a sbranarlo): sa che un'azione militare nello Stretto, Kharg o meno, avrebbe esiti ancor più disastrosi di quanto già visto sin qui, non soltanto per portata militare ma anche mediatica.
