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Iran, paesi del Golfo, Stati Uniti: quale sarà l'eredità dell'odierno conflitto

27-03-2026 22:00

Filippo Bovo

Iran, paesi del Golfo, Stati Uniti: quale sarà l'eredità dell'odierno conflitto

Cosa ci lascerà in eredità questa guerra? E' ancora presto per dirlo, anche se qualche ipotesi l'abbiamo già delineata. Dal punto di vista geopolitico

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Cosa ci lascerà in eredità questa guerra? E' ancora presto per dirlo, anche se qualche ipotesi l'abbiamo già delineata. Dal punto di vista geopolitico, difficilmente rivedremo mai gli Stati Uniti tanto saldi e presenti in Medio Oriente come lo erano stati prima del 28 febbraio, per quanto già allora la loro presenza risultasse da anni declinante. Pure Israele si ritroverà a sua volta ridotta ad un ruolo regionale ben più ridimensionato e meno influente che in passato. Quanto ai vari paesi del Golfo, con economie parzialmente distrutte o paralizzate dal conflitto, difficilmente potranno nuovamente attirare sul proprio suolo una vasta serie di settori economici e produttivi, dalla finanza all'hi-tech, nel frattempo riparatisi verso altri e più tranquilli lidi; per giunta, senza poter neppure contare su un'immediata ripresa della produzione d'idrocarburi, per il cui riavvio occorreranno miliardi per la ricostruzione. Quest'ultima, in generale, sarà uno dei più grandi business dei prossimi anni: non solo i paesi del Golfo, ma ancor più Israele e l'Iran, e così pure gli altri paesi della regione, attireranno grandi imprese e grandi gruppi di capitale in un immenso progetto al cui confronto la ricostruzione dell'Ucraina, più volte favoleggiata da molti nostri politici ed imprenditori, apparirà al mondo intero affar da poco: la grande ricostruzione del Medio Oriente. 

 

Il Board of Peace, e il progetto di ricostruzione di Gaza, poi, lasciamoli perdere proprio: erano già dati per spacciati prima che la guerra iniziasse, figuriamoci ora. Sarà in ogni caso un'ottima notizia per i gazawi, che alle immense speculazioni edilizie legate a quell'organismo si sono sempre opposti nel più totale silenzio di molti dei nostri mass media. E, del resto, la ricostruzione del Medio Oriente sarebbe cosa tale da far apparire anche quella di Gaza un cimento di relativa facilità, ancor più considerando che i progetti accampati da Trump, Musk, Netanyahu ed altri passerebbero a quel punto del tutto in cavalleria.


Ma per mobilitare tutti i miliardi necessari alla ricostruzione, i paesi del Golfo avrebbero bisogno di richiamare in patria gran parte dei finanziamenti sin qui depositati all'estero, in particolare proprio in Occidente, parte dei sei trilioni di dollari che già oggi compongono i loro fondi sovrani. Quei capitali avrebbero più di un buon motivo per abbandonare l'economia d'oltreoceano e, a quel punto, non potrebbero più essere trattenuti. C'è da ricostruire tutto, dalle infrastrutture energetiche (pozzi, raffinerie, depositi di stoccaggio, ecc) a quelle portuali ed aeroportuali, dalle reti viarie alle telecomunicazioni, oltre a tutti gli immobili privati, ecc; per non parlar poi di tutto quel che andrà demolito e smaltito, o destinato con costose trasformazioni a nuovo impiego stante l'impraticabilità del precedente (come già ricordato, interi settori economici locali non avranno più un futuro o lo avranno in termini più contenuti). Non dimentichiamoci neppure il crollo del valore di molti immobili, un tempo da capogiro, con un danno che ugualmente dovrà venir riassorbito, ecc, o ancora il costo per il rilancio di settori destinati ad una ripresa nel medio e lungo periodo (turismo, trasporti, ecc). 

 

Un'opera del genere avrà inevitabilmente delle ricadute politiche ad oggi non ancora pienamente calcolabili, ma già solo parlando di un rimpatrio dei capitali all'estero possiamo farcene un'idea, ancor più considerando che la gran parte si trova proprio negli Stati Uniti e che proprio da lì, per forza di cose, andranno dunque ripresi. Non saranno poche neppure le ricadute sul debito pubblico americano, per quanto le monarchie del Golfo ne detengano una quota tutto sommato meno che minoritaria; e del resto la convenienza o meno nell'intraprendere certe decisioni non dipenderebbe unicamente da loro, ma anche e soprattutto dall'andamento dell'economia e del dollaro americano in sé. Di certo, non dovremmo meravigliarci se, un indomani, a ricostruzione avvenuta e settori economici interni rilanciati, i paesi del Golfo iniziassero ad investire sempre più in Asia e sempre meno negli Stati Uniti e in Europa. Già prima della guerra le previsioni davano un superamento dell'Asia rispetto agli Stati Uniti e all'Europa, nelle preferenze di destinazione dei fondi arabi, per il 2027 circa: e di certo la guerra è stata avvalorata, da Trump, anche per scongiurare una simile prospettiva (che invece, per eterogenesi dei fini, si rafforzerà).


Insomma, a fine conflitto, Stati Uniti ed Europa saranno più soli nel mondo, e ben meno presenti in Medio Oriente, perché tutti gli altri avranno scelto di stare di più tra di loro e di meno con noi: scelta che non si può biasimare, considerando il comportamento tenuto dai nostri governi. Anche il ruolo nella ricostruzione regionale dei grandi gruppi bancari e cantieristici la dirà lunga: là, ancor più che in altri ambiti, vedremo dalla loro nazionalità chi davvero avrà tratto beneficio dal conflitto. I grandi gruppi occidentali saranno sì presenti, ma non necessariamente a livello preponderante in tutti gli ambiti, e comunque i loro successi e profitti non andranno certo confusi per delle vittorie dei loro governi: sono grandi holding ed agglomerati con partecipazioni azionarie varie, spesso ben sopra i nostri vecchi grandi gruppi di capitali. Saranno interessanti, anche per certe letture "geo-economiche" che ci potranno suggerire, le partnership e le joint-venture tra gruppi vari, d'ogni parte del mondo. Anche quella è una realtà che conviene sempre guardare, per capire come si muove il mondo.


Insomma, Stati Uniti ed Europa appariranno comunque più soli e ridimensionati. E alla seconda mancherà pure, per un periodo dai tre ai cinque anni, il GNL del Qatar. Ma non sarà un problema: già come visto quando scoppiò il conflitto in Ucraina, contro Mosca, e da soli ci sanzionammo il gas russo, la soluzione arriverà come sempre da Ovest. Dopotutto negli Stati Uniti ci sono progetti, già da prima della guerra, per aumentare con la trivellazione da otto nuovi siti (Plaquemines, Golden Pass, Port Arthur, Rio Grande, Woodside Louisiana, ecc) l'estrazione di GNL entro il 2029, tanto da farla più che raddoppiare, ben 28 miliardi di mc al giorno contro gli 11 di oggi. I "clienti assetati" sarebbero tanti: oltre all'Europa, possiamo contare economie notoriamente molto energivore come Giappone, Corea, India, ecc. Clienti che pagheranno, ben contenti di potersi finalmente abbeverare, visto che nel frattempo il fornitore qatarino ha dovuto temporaneamente “abbassare le saracinesche per rifacimento dei locali”. In fondo, gli investimenti vanno sempre ammortizzati, e anche negli Stati Uniti per mettere in piedi tutto quel nuovo patrimonio di giacimenti, e relativi impianti di liquefazione, stoccaggio, ecc, di soldi ne vengono spesi tanti. L'Europa ha già dimostrato di essere un'ottima cliente, e vista la diminuita offerta della concorrenza non avrà problemi ad esserlo, e a pagare, ancora.

 

Questa guerra lascerà anche dei morti eccellenti, e possiamo qui cogliere l'occasione per annoverarne alcuni. Non solo il Board of Peace, nato già “deforme” e ormai avviato a morte precoce, ma anche qualcosa che appariva molto più solido e storico, come l'alleanza tra Stati Uniti e paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Dapprima vi era stata la dissociazione del Qatar dalla guerra, opponendosi ad un'escalation come invece desiderato da Washington (e Tel Aviv). Solo poche ore prima, vi era stata la smentita del governo saudita all'ennesima fake news di un giornale americano, The New York Times, che attribuiva a Mohammed Bin Salman d'aver esercitato pressioni su Trump per non desistere dalla guerra contro l'Iran e colpire ancor più duro. In precedenza anche altri articoli fasulli, a riprova della guerra disinformativa portata avanti dai mass media angloamericani contro i paesi del Golfo, erano stati parimenti smentiti: ad esempio un editoriale del Washington Post che, nei primi giorni della guerra, sempre a MBS attribuiva d'aver premuto su Trump per avviare la guerra contro l'Iran. Infine anche gli EAU, che sembravano gli ultimi nella regione a voler ancora perseguire un approccio muscolare con Teheran, dopo gli ultimi bombardamenti iraniani, costati tra l'altro la perdita dei sistemi anti-drone ucraini, hanno a loro volta scelto di desistere.


L'IMEC: il progetto dell'India-MiddleEast-Europe Economic Corridor era nato per sostituire o quantomeno concorrere con la BRI (Belt and Road Initiative) nei transiti commerciali tra Oriente ed Occidente, attraversando India, EAU, Arabia Saudita, Israele, fino al Vecchio Continente e da lì anche il Nord America. Ovviamente non se ne parla più, non soltanto perché i paesi del CCG non appaiono più tanto entusiasti come un tempo di mantenere certi vecchi rapporti politici, ma anche perché attraversare uno Stretto di Hormuz che non si sa come liberare se non accordandosi con Teheran risulta un po' utopico. Prendere Kharg o altre isole nello Stretto d Hormuz, con cinque o seimila tra Marines e marinai dell'US Navy è roba da film di Hollywood, ma nella realtà sarebbe come gettarsi consapevolmente nel macello. 


Ci sono infine anche dei gravi malati che, più la cosa peggiora e si dilunga, più rischiano seriamente di soccombere a loro volta. Si pensi all'indipendenza, o meglio ai sogni indipendentisti di Taiwan, o alla sua industria dei semiconduttori, con la sua TSMC che fin qui ha coperto il 90% del mercato ma che, col blocco dell'export di elio dal Qatar, rischia di fermarsi. Un bel problema anche per gli Stati Uniti che, sul possesso di queste industrie dell'Isola, e sull'alimentare le ambizioni indipendentiste di certi suoi ambienti politici interni, affidano un bel lotto della loro "guerra strategica" contro Pechino. Ma oggi gli Stati Uniti non possono più difendere un alleato lontano, oltre che privo di riconoscimento internazionale, a cui il blocco delle forniture dal Medio Oriente toglie anche petrolio, gas ed elio essenziali per la sua sopravvivenza economica e civile. 


Ancor meno gli Stati Uniti possono pensare di difendere un loro alleato come Taipei con una difesa sul fianco del Pacifico sguarnita per sostentare il conflitto in Medio Oriente, che oltretutto stanno vistosamente perdendo davanti agli occhi di tutto il mondo. Così, se Taiwan appare oggi un malato grave, il prestigio di superpotenza ed ancor più d'invincibilità degli Stati Uniti, e non solo agli occhi della Cina, risulta addirittura morto e sepolto. Davanti alla Russia, idem, e così via. Impossibile, utopico, pensare un indomani di poter fare davvero la guerra alla Cina se già con l'Iran ci si ritrova a mal partito. Giusto nei film di Hollywood si può pensare a qualcosa del genere, ma non è coi film che si vincono le guerre. La realtà, purtroppo per certi sognatori, è sempre un'altra cosa.

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