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Se Washington ha a cuore i suoi interessi in Medio Oriente, la risposta non è nella guerra ma nella diplomazi

24-03-2026 15:00

Filippo Bovo

Se Washington ha a cuore i suoi interessi in Medio Oriente, la risposta non è nella guerra ma nella diplomazia

Il Ministro degli Esteri omanita, Badr Al Busaidi, nel suo ultimo articolo, apparso giorni fa su The Economist, dal titolo "America's friends must hel

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Il Ministro degli Esteri omanita, Badr Al Busaidi, nel suo ultimo articolo, apparso giorni fa su The Economist, dal titolo "America's friends must help extricate it from an unlawful war" ("Gli amici dell'America devono aiutarla ad uscire da una guerra illegale"), denuncia la perdita di controllo da parte di Washington della sua politica estera, suggerendo che i suoi alleati dovrebbero esercitare maggiori pressioni per indurla ad una rapida cessazione delle ostilità. "Questa non è la guerra dell'America e non esiste uno scenario plausibile in cui sia Israele che l'America ottengano ciò che desiderano". Infatti, parafrasando, è soprattutto la guerra di Israele, che s'avvale di Washington alla stregua di una sua truppa cammellata. Una guerra dove, sovrastimando le loro capacità e sottostimando quelle iraniane, e mancando di una qualsivoglia strategia (a parte la previsione, davvero gravida di wishful thinking, di veder crollare la Repubblica Islamica ai primi colpi, con una sollevazione interna che giammai avrebbe potuto verificarsi, come pure provato dai fatti di fine anno), hanno potuto soltanto andare a scontrarsi contro il doloroso muro della realtà. Perseverare nei colpi non contribuirà a cambiare quel muro, ovvero la realtà, ma soltanto a farsi ancor più del male.


"Per ben due volte in nove mesi, Stati Uniti e l'Iran sono stati sul punto di raggiungere un vero accordo sulla questione più spinosa che li divide: il programma nucleare iraniano e i timori americani che possa trasformarsi in un programma di armamenti", continua il ministro, ricordando quindi che "Fu quindi uno shock, ma non una sorpresa, quando il 28 febbraio, poche ore dopo gli ultimi e più sostanziali colloqui, Israele e gli Stati Uniti lanciarono nuovamente un attacco militare illegale contro la pace che per un breve periodo era sembrata davvero possibile". Continuando la parafrasi, Israele e Stati Uniti sono responsabili di una guerra illegale, iniziata con un'aggressione a tradimento, e non il contrario (le scuse balbettate giorni fa da Trump, secondo cui, stando a quanto riferito dai suoi collaboratori, Rubio, Hegseth, Vance, ecc, Teheran fosse sul punto di aggredire Israele, non hanno ricevuto credito da alcuna parte e, soprattutto, sono state frettolosamente dimenticate). Non è ovviamente la prima volta che Israele e Stati Uniti attuano queste ed altre azioni illegali, violando il diritto internazionale: la Guerra dei 12 Giorni è un altro valido e cronologicamente vicino precedente.  


Ma è qui che, con la sua autorevolezza, il ministro sgancia la sua "bomba": spiegando che la guerra di Israele e Stati Uniti, oltretutto condotta in una maniera tanto sgangherata, ha causato da parte di Teheran un'ovvia reazione di cui i paesi del Golfo per primi hanno fatto le spese (coi bombardamenti sulle infrastrutture energetiche, e la compromissione dei settori economici alternativi come sport, turismo, aviazione, tecnologia su scala globale, oggi altrettanto in pericolo), ricorda che "Gli effetti di questa rappresaglia si fanno sentire in modo più acuto nella parte meridionale del Golfo, dove i paesi arabi che avevano riposto la loro fiducia nella cooperazione americana in materia di sicurezza ora percepiscono proprio tale cooperazione come una grave vulnerabilità, che minaccia la loro sicurezza presente e la prosperità futura". Ergo: più la guerra andrà avanti, più lo stesso rapporto tra Stati Uniti e paesi del Golfo sarà condannato ad un'inappellabile fine. I segnali, del resto, sono già stati abbondanti in tutto questo tempo, e non solo da parte di Al Busaidi, ma anche di altre figure del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG, l'organizzazione formata da Arabia Saudita, Kuwait, EAU, Qatar, Bahrain e Oman). A tacer poi dei loro fondi sovrani, che non a caso hanno già dichiarato di voler ampiamente revisionare i loro progetti finanziari negli Stati Uniti.


Del resto, ricorda il ministro, "Gli effetti della rappresaglia iraniana" si fanno già sentire a livello globale, "con gravi interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, che fanno impennare i prezzi dell'energia e minacciano una profonda recessione. Se ciò non era stato previsto dagli ideatori di questa guerra, si è trattato certamente di un grave errore di valutazione". Tutto ciò si sarebbe potuto evitare semplicemente continuando i negoziati, che stavano infatti dando ottimi risultati, come asserito anche dal consigliere nazionale britannico, Jonathan Powell, con Teheran che proprio in quei giorni stava facendo importanti concessioni sul nucleare. Ma ora, dopo una tanto grave azione da parte americana, "Potrebbe essere difficile per l'America tornare ai negoziati bilaterali dai quali è stata distolta due volte dalle tentazioni della guerra". E del pari,  "Sarà certamente difficile anche per la leadership iraniana tornare al dialogo con un'Amministrazione che per ben due volte è passata bruscamente dai colloqui ai bombardamenti e agli assassinii". 


Non abbiamo sin qui sentito un solo rappresentante agli esteri, ancor meno del nostro Paese, proferire parole tanto sagge, dignitose e coraggiose, ma sappiamo di chiedere troppo. Con saggezza, Al Busaidi conclude ricordando che "La via d'uscita dalla guerra, per quanto difficile possa essere per entrambe le parti, potrebbe dover passare proprio attraverso questa ripresa [dei negoziati]". Non solo le due parti, americana ed iraniana, sono tuttavia chiamate a riporre nuovamente fiducia nella diplomazia, ma anche quanti compongono la sempre meno vasta rete degli alleati di Washington. Costoro, non solo i paesi del CCG ma anche dell'UE e della NATO, dovrebbero manifestare almeno ora che il resto del mondo "li attende ai piedi della fossa" (vecchio detto toscano, che probabilmente non ha bisogno d'alcuna parafrasi), prima che sia troppo tardi, un salvifico scatto di dignità. Ma, come già detto, evidentemente chiediamo troppo. A titolo di cronaca, questo è l'ultimo messaggio scritto poche ore fa su X dal ministro: "Qualunque sia la vostra opinione sull'Iran, questa guerra non è colpa loro [degli iraniani]. Sta già causando diffusi problemi economici e temo che la situazione peggiorerà ulteriormente se la guerra dovesse continuare. L'Oman sta lavorando intensamente per predisporre accordi di passaggio sicuro per lo Stretto di Hormuz". 

 

Molti nel pubblico italiano ed europeo non guardano con simpatia o quantomeno comprensione ai paesi del Golfo, anche perché hanno, come tutti, i loro scheletri nell'armadio. Ma dovremmo sempre distinguere tra chi fa una guerra, chi la subisce, e chi vi viene tirato in mezzo. In questo momento, come c'è una guerra all'Iran e all'Asse della Resistenza, ce n'è una anche ai paesi del Golfo, sin qui usati da Washington come tasselli del suo ordine di predominio imperial-coloniale nel Medio Oriente, e oggi scaricati come "pedine sacrificabili", o "alleati sacrificabili", in favore di Israele. Tutta la condotta della guerra lo denuncia, dal suo primissimo giorno (dai pochi intercettori disponibili nelle basi del Golfo, usati per coprire Israele anziché il territorio locale, alle false flag contro tutti i membri del CCG, anche a ripetizione, ecc). Certo, ogni paese del CCG è coinvolto all'interno di quest'ordine imperial-coloniale (e non ci riferiamo soltanto ai summenzionati scheletri nell'armadio) come del resto in Europa lo sono tutti i vari paesi UE e NATO, ma con gradi di coinvolgimento diverso: tra EAU e Oman, giusto per fare un esempio, c'è una differenza colossale. 


Non passa giorno che non si veda, nei loro confronti, una guerra sporca portata avanti da Stati Uniti e Israele non solo con ricatti economici e false flags, ma anche con fake news sulle posizioni dei loro governi sulla guerra, puntualmente smentite. A tal riguardo, la portavoce del Ministero degli Esteri qatarino, Lolwah Al-Khater, rivolgendosi a Washington e Tel Aviv, ancora giorni fa aveva usato parole ben meno diplomatiche del Ministro omanita: "Smettetela di parlare a nome nostro. Smettetela di usarci per i vostri interessi. Non vogliamo che ci "liberiate", vogliamo semplicemente essere lasciati in pace. Smettetela di alimentare le guerre. Non è colpa nostra se avete fallito a scuola e siete stati educati da Hollywood; il mondo non è un film". 


"Pedine" ed "alleati sacrificabili" sono anche "vittime funzionali" di ogni ordine politico, militare ed economico, che sia all'apogeo o al tracollo, e quello americano non fa certo eccezione. Ne dovremmo sapere qualcosa anche noi europei, cittadini di quei paesi che nel Vecchio Continente sono gli equivalenti tasselli di quel medesimo ordine a guida americana oggi in preda ad un fragoroso collasso. E non c'è dubbio, infatti, che la guerra in Ucraina, e alla Russia, sia stata in parallelo anche una guerra all'Europa (ormai soltanto gli sprovveduti non l'hanno capito, e i disonesti non l'hanno ammesso). Questo fenomeno storico, come è in atto nella nostra Europa, così pure lo è altrove, ad esempio nel Golfo e in Medio Oriente. Con una visione lungimirante e lucida, possiamo oggi sempre più chiaramente vederlo.

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