
Inizialmente era sembrato che, lanciando missili su Diego Garcia, in pieno Oceano Indiano, a 4000 km dall'Iran, Teheran avesse recapitato un chiaro segnale: "possiamo, se solo lo vogliamo, raggiungere non solo Diego Garcia ma anche qualsiasi altro obiettivo a lunga distanza, israeliano, americano od europeo che sia; e pertanto sta a voi comportarvi bene, perché per noi 'ad azione corrisponde reazione' e nulla, pertanto, è destinato a rimanere impunito". Basi, navi, portaerei, depositi, ecc, non solo in tutta l'area CENTCOM (Medio Oriente e Asia Centrale), ma anche EUCOM (Europa) o AFRICOM (Africa) risultavano pertanto alla portata dei missili iraniani. In seguito, però, è giunta la diretta smentita iraniana: quei lanci di missile non erano stati opera delle sue forze armate, l'IRGC.
Mal di poco, tuttavia, perché il fallo è stato lieve: per quanto i missili lanciati su Diego Garcia siano stati l'ennesima false flag israeliana, con cui Tel Aviv (e in altri casi Washington) punta ad ingannare gli alleati e il resto della la "comunità internazionale" per portarli dalla propria parte ed esercitare pressioni sull'Iran affinché cessi le rappresaglie, Teheran dispone in ogni caso di tutte le capacità anche per ottenere simili risultati, sia coi suoi mezzi che con l'assistenza satellitare condivisa da alleati come Russia e Cina. Più volte, le autorità iraniane l'hanno ricordato e del resto anche i più accorti tra gli analisti militari occidentali non hanno mai avuto problemi a riconoscerlo (i propagandisti governativi, ovviamente non sono da considerarsi parte del lotto). Ma in questo caso i missili su Diego Garcia sarebbero stati lanciati da sommergibili israeliani, che in effetti nei giorni scorsi risultavano aver passato Suez, alla volta del Mar Arabico e dell'Oceano Indiano. Israele e gli Stati Uniti, pur di sottrarsi ad una sconfitta tragica, cercano di trascinare quanti più attori globali nel loro pantano: i primi rischiano seriamente il tracollo statuale, i secondi implorano da Teheran una tregua, e sanno che solo premendo quanto più possibile sulla "comunità internazionale" potranno far sì che anche i più diretti alleati della Repubblica Islamica inducano quest'ultima alla "magnanimità".
Per quanto empirica, c'è una regola che in effetti fin qui ha sempre funzionato: ogni volta che l'IRGC colpisce un obiettivo, lo rivendica nei suoi comunicati, e così pure fanno le altre sigle sciite nell'Asse della Resistenza, alleate di Teheran. Anzi, ancor prima, sempre con altri comunicati, l'IRGC avvisa pure quali obiettivi militari colpirà, in modo che i civili possano allontanarvisi per tempo. Non si può dire lo stesso per israeliani ed americani, che invece puntano proprio a massimizzare il numero di morti tra i civili, spesso prendendo di mira proprio obiettivi civili, e volutamente (il caso della scuola di Minab, colpita a distanza di 40 minuti per uccidere non solo le sue alunne, ma anche i soccorritori giunti successivamente, ne è un chiaro esempio). Di conseguenza, dinanzi alla notizia di un sito militare o civile colpito, conviene sempre controllare i bollettini dell'IRGC e delle sue forze alleate: per quanto tempo possa richiedere, può davvero valerne la pena.
Abbiamo assistito, sin qui, a lanci inizialmente attribuiti all'Iran e poi rivelatisi quando israeliani, quando americani, contro Cipro, la Turchia, l'Oman, l'Arabia Saudita, gli EAU, l'Iraq (regione autonoma del Kurdistan compreso), e non sono mancati analoghi allarmi per false flag israeliane in Europa e negli Stati Uniti. Il loro scopo è di spostare l'orientamento dell'opinione pubblica, in massima parte ostile alla guerra e alle posizioni dei loro governi, vicini e complici di Washington e Tel Aviv. In totale se ne sono contati non meno di una decina: l'ultimo, prima dei missili su Diego Garcia, era stato su Oman e Turchia, solo un giorno prima, accompagnato da un altro sull'Arabia Saudita. Anche una simile successione temporale dà l'idea di quanto grave sia la situazione per Washington e Tel Aviv, e forti le loro pressioni su tutti i partner locali. Andando avanti di questo passo, se il conflitto durerà ancora a lungo, qualcosa d'analogo potrà succedere anche qua, nella nostra Europa: gli allarmi, dopotutto, sono stati già più volte sollevati.
Ad ogni modo, in questo conflitto assistiamo anche ad un continuo progresso qualitativo della dottrina di difesa ed offesa iraniana, basata non più soltanto sulla guerra asimmetrica, ma anche simmetrica, con risposte dirette e alla pari a quelle del nemico. Se le false flag da una parte mirano a scatenare altre e più distruttive risposte simmetriche da Teheran, al tempo stesso proprio da quest'ultime trovano un motivo ulteriore per venir meno, data la deterrenza di volta in volta riaffermata dalle forze iraniane. Ne è prova anche la fitta gragnola di missili su Dimona, che segue agli attacchi sin qui visti prima su Busher, e poi su Natanz e Qom. Sono ormai tre giorni che su Dimona i bombardamenti sembrano non cessare mai, e pure stanotte non andrà tanto diversamente se, come dichiarato dall'IRGC, tutto il sud di Israele sarà sottoposto a bombardamenti inauditi, tali da atterrire i vertici israeliani ed americani. A giudicare da quelli visti sin qui, anche sul resto del paese, come ad esempio l'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con la relativa base di Ben Ami e i depositi di carburante per l'aviazione e l'esercito israeliani, Haifa, Ashkelon e altri siti analoghi, non sembrerebbero affatto parole al vento.
Tali metodi, beninteso, sono adottati a loro volta anche dal resto dell'Asse della Resistenza, dalle Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq, riuscite col supporto aereo iraniano a scacciare la presenza americana dal paese, a Hezbollah che analogamente hanno ormai trasformato la progettata invasione del Libano meridionale in una trappola strategica per le forze armate israeliane, una pressa che indiscriminatamente schiaccia uomini e Merkava. Infine gli Houthi, sin qui rimasti in attesa ed oggi ufficialmente in campo, si daranno ad obiettivi altrettanto ambiziosi ma certamente alla loro portata, come premere sul naviglio americano qualora torni ad avvicinarsi all'area tra Mar Rosso, Mar Arabico e Golfo Persico, dato che alle prime tre navi del 31° MOU Washington ha ordinato di dispiegarne anche altre, e sui siti militari ed energetici del Golfo, attuando con Teheran una dura tenaglia sui governi del CCG. Senza comunque perdere di vista neppure bersagli alternativi, come la gibutina Camp Lemmonier, altra maxi-base americana nella regione sin qui tenuta in disparte da Washington, ma intorno a cui già si notano dei primi movimenti. Al pari di Teheran, anche gli altri nomi della Resistenza hanno attuato una strategia bellica centralizzata e decentralizzata al tempo stesso, dimostrando, con una parola oggi forse abusata ma in questo caso non inopportuna, un'incredibile resilienza.
Di fronte ad un quadro militare del genere, nessuno negli ambienti economici può realmente credere che gli Stati Uniti, o chi per loro, siano nelle condizioni di riaprire lo Stretto di Hormuz, su cui oggi Teheran esercita un diritto di passaggio, col transito unicamente consentito a navi gasiere e petroliere che paghino in yuan. Anche questo è un altro chiaro segnale di Teheran, sempre in termini di guerra simmetrica, ma di tipo economico anziché "missilistico": chiunque voglia l'energia dello Stretto, dove quotidianamente in tempo di pace ne transita il 20% a livello globale, deve rinunciare al vecchio standard su cui si fondava vecchio ordine politico sin qui prevalso nella regione, quello americano del "petrodollaro" e della "Pax Americana", ormai svanita insieme alle sue basi, in favore di uno standard nuovo: quello del "petroyuan".
Pare che il segnale sia effettivamente giunto a destinazione, e coprendo addirittura più dei 4000 km dei missili scagliati su Diego Garcia, a vedere i paesi già accordatisi Teheran a pagare in yuan: oltre ovviamente alla Cina, che da parte iraniana riceve un trattamento preferenziale, Turchia, India, Pakistan, Bangladesh, si sono prontamente adeguati, seguiti oggi anche dal Giappone della bellicosa premier Sanae Takaichi (a proposito: sognare un nuovo Impero Nipponico mentre si contratta petrolio in yuan, non pare molto credibile). E poi Malesia, Iraq, Indonesia, Egitto... Mentre anche Arabia Saudita ed EAU, da paesi produttori, per sfuggire all'abbraccio col vecchio ordine ordine politico morente, a cui tuttavia nel frattempo non possono dire completamente di no, intendono ora rafforzare la loro vendita d'energia in yuan.
