
Il 15 settembre 1254 nasceva a Venezia Marco Polo, un uomo la cui poliedricità ha reso famoso anche presso i posteri, fino ad oggi. Viaggiatore, scrittore, ambasciatore e mercante, nella sua biografia si condensano infatti tutti i tratti del grande avventuriero od esploratore a cui si devono importanti scoperte geografiche, com'è stato nei secoli successivi anche per tanti altri italiani di grande e meritata nomea.
Negli Archivi della "Serenissima" Repubblica di Venezia Marco Polo è menzionato come "Marco Paulo de confinio Sancti Iohannis Grisostomi": tradotto dal latino, lingua allora e per molto altro tempo ancora in uso per i documenti ufficiali, "Marco Polo della contrada di San Giovanni Grisostomo". Tuttavia, tra gli storici e gli esperti di memorie veneziane, c'è chi ritiene avesse un soprannome, "Milione" od "Emilione", dovuto al fatto che la sua abitazione sorgesse proprio presso la Corte Seconda del Milion, dove oggi si trova il Teatro Malibran. Lo confermano anche l'umanista Ramusio e il letterato Luigi Foscolo Benedetto, e da ciò non è difficile dedurre che anche il titolo del libro che l'avrebbe poi reso celebre nei secoli prendesse il suo titolo proprio dal soprannome con cui era solitamente chiamato presso i suoi familiari e gli altri cittadini veneziani.
Non si sa per certo se davvero fosse fin dall'origine un membro del Patriziato veneto, ovvero della nobiltà che ben presto avrebbe acquisito il pieno appannaggio del Senato della Serenissima; forse lo era una parte della sua famiglia, ma non il suo ramo. In ogni caso era una famiglia mercantile, sempre preparata alla sfida e all'avventura. Nel 1260, il padre Niccolò e allo zio Matteo, che si trovavano nelle inquiete terre bizantine da tempo controllate dai veneziani e da altri sovrani europei, decisero di cambiare i loro averi in gemme preziose e di darsi al commercio addentrandosi nell'Asia. Attraversarono di fatto tutta l'Asia Centrale, lungo la rotta che li portava fino a Bukhara e da lì fino all'odierno Xinjiang. Giunti in Cina, ebbero modo d'incontrare Kubilai Khan, che si dimostrò piacevolmente sorpreso dalla visita di quei lontani viaggiatori. Ripartiti per l'Occidente nel 1266, evitarono di passare per l'Impero Bizantino nel frattempo ricostituitosi e si diressero a Roma, recando con sé un'ambasciata del Gran Khan, che chiedeva al Papa missionari per le terre della Mongolia.
Il viaggio dei fratelli Polo destò scalpore ma soprattutto lasciò in loro anche una certa nostalgia, che li indusse nel 1271 a ripartire per l'Asia. Stavolta, però, si portarono dietro Marco, ormai divenuto più grande: si ritiene che a quel tempo avesse grossomodo sui diciassette anni. Durante le prime tappe del viaggio si fermarono per alcuni mesi ad Acri, contando della benevolenza dell'arcidiacono Tedaldo Visconti, che proprio nel periodo della loro permanenza venne a sorpresa nominato Papa col nome di Gregorio X dopo ben 33 mesi di sede vacante. Ciò permise loro non soltanto di essere fra i primi a congratularsi col nuovo Pontefice, ma anche di ottenere le preziose lettere di risposta all'ambasciata del Gran Khan che avevano recato con sé la volta precedente, quando giunti a Roma erano stati informati che non vi era un Papa e che non si riusciva ad individuare il nome del suo successore.
Leggendo quanto poi Marco Polo avrebbe raccontato nel suo "Milione", possiamo dedurre come i tre abbiano attraversato quei percorsi che secoli dopo sarebbero stati noti a tutti come "Via della Seta". Il viaggio, anche stavolta, fu lungo e faticoso, durando ben tre anni e mezzo; al termine, giunsero a Chemeinfu, l'odierna Xanadu, che il Khagan Kublai stava facendo costruire proprio in quegli anni. Proseguendo, giunsero quindi nelle terre di Kubilai Khan, che prese subito Marco in simpatia. Marco imparò la lingua e i costumi locali, e il Sovrano lo nominò suo consigliere e successivamente anche suo ambasciatore.
Così viene narrato il primo incontro di Marco Polo con Kubilai Khan nel Milione: "Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran città ov'era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ov'egli era con molti baroni, e inginocchiaronsi dinanzi da lui, cioè al Gran Cane, e molto si umigliarono a lui. Egli li fece levare suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi era quello giovane ch'era con loro. Disse messer Nicolò: "Egli è vostro uomo e mio figliuolo". Disse il Gran Cane: "Egli sia il ben venuto, e molto mi piace".
Rivestiti d'importanti incarichi diplomatici, i tre Polo vennero così inviati in India, nello Yunnan, in Tibet, in Birmania, compiendo lunghi tragitti allora come oggi non sempre di facile praticabilità, ma sempre con successo. Prova ne sia che per lungo tempo i Polo si trattennero in Asia, e che solo 24 anni dopo Marco ritornò infine in Europa, nella sua natia Venezia, il 9 novembre 1295.
Secondo l'umanista Ramusio, a permettere ai suoi sbalorditi familiari di riconoscerlo dopo tutto questo tempo furono soltanto i preziosi che recava con sé. Ma, stando alla leggenda, non meno stupita doveva essere la domestica, che quando sentì bussare alla porta e chiese chi vi fosse, si sentì rispondere da fuori: "I padroni", come se più vent'anni d'assenza fossero stati brevi come venti minuti! Sono tutti aneddoti che, al di là dell'esser del tutto veri o magari un po' esagerati dal racconto popolare, testimoniano comunque il grande spirito avventuriero dei veneziani, un popolo di mare che dalle rovine della civiltà romana fondò nel V Secolo una città sull'acqua prima d'allora mai esistita, e che avrebbe dato vita ad una nuova e florida civiltà durata per secoli, dominatrice dei mari e perennemente in bilico fra Occidente ed Oriente ed in contatto anche con altre civiltà geograficamennte lontane: Venezia, la Serenissima.
Un'altra diffusa leggenda vuole che Marco Polo si trovasse, nel 1298, su una delle navi veneziane che vennero catturate dai rivali della Repubblica di Genova durante la battaglia di Curzola. Secondo altri resoconti, probabilmente più verosimili, Marco Polo venne invece catturato dai genovesi a Laiazzo in Cilicia, dopo uno scontro nel Golfo di Alessandretta, fra le odierne Siria e Turchia. Ma, in prigionia, incontrò colui che sarebbe divenuto un confidente di fiducia e il "braccio destro" nella stesura del "Milione", Rustichello da Pisa. Scrittore tardomedievale pisano, si ritiene che si trovasse a quel tempo nelle prigioni genovesi da almeno quattordici anni, ovvero dall'epoca della Battaglia della Meloria che aveva visto lo scontro mortale fra la Repubblica di Pisa e quella di Genova, conclusasi in modo disastroso proprio per la potenza navale pisana.
Venezia e Pisa, due grandi "repubbliche marinare", s'incontravano a causa della cattiva sorte nella prigione di un'altra grande "repubblica marinara" come Genova, nelle persone di Marco Polo e di Rustichello, cominciando a quel punto a rielaborare le memorie e a comporre quello che sarebbe divenuto un capolavoro immortale. "Il Milione" avrebbe immediatamente conosciuto una rapida fortuna in tutta Europa. Nel 1299, infine, Marco Polo fu rilasciato dalla prigionia e ritornò a Venezia, accolto dai suoi che nel frattempo grazie ai proventi dell'attività mercantile avevano acquistato un nuovo grande palazzo sempre nella Contrada di San Giovanni Grisostomo, guardacaso proprio nella... Corte del Milion!
Quello che ci insegna la storia di Marco Polo è che uno spirito di scoperta accompagnato dalla saggezza, lontano dall'essere del semplice e vano avventurismo, è al contrario prova di lungimiranza e di capacità di precorrere i tempi. Esattamente come suo padre e suo zio, guardare ad Oriente fu per lui l'inizio di tutte le sue fortune; ma fu anche ciò che, più estesamente, diede a Venezia nei secoli successivi un consolidato e duraturo monopolio nello stoccaggio e nel commercio dei preziosi ed importanti beni che giungevano nel Mediterraneo e in Europa dalla Cina e da altre aree dell'Asia lungo la Via della Seta. Ciò stimolò anche la manifattura, i costumi e persino la cucina veneziane, permettendo alla Serenissima di lanciare a sua volta nuove e peculiari attività artigianali e manifatturiere altrettanto rare ed esclusive in tutta Europa e che, oltre a durare tuttora, diedero alla Repubblica Veneta ulteriori fonti di guadagno e di prosperità. Aprirsi al mondo non è dunque sbagliato, ma è al contrario il segreto per garantirsi un futuro di nuovi sviluppi e nuove opportunità.
L'Italia, piccola penisola in mezzo al Mediterraneo, per sua natura è un paese "multivettoriale", tra Penisola Balcanica e Penisola Iberica, fra Europa Continentale ed Africa Settentrionale, e questo già determina ed asseconda la sua natura di civiltà portata ai rapporti e agli interscambi su media e lunga distanza. Venezia, in questo senso, mantenne quell'antica tradizione che l'Italia da sempre possedeva e la rilanciò nuovamente, come anche la storia di Marco Polo e dei suoi familiari ci ricorda con le belle pagine del "Milione". E' del tutto giusto e naturale, e persino positivamente inevitabile, che questa bella e preziosa eredità sia destinata a proseguire immutabilmente anche nel futuro.
