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AUKUS: più che un nuovo "Patto d'Acciaio", un "patto da marinai"

20-09-2021 13:00

Filippo Bovo

AUKUS: più che un nuovo "Patto d'Acciaio", un "patto da marinai"

Le alleanze militari con chiari scopi aggressivi, quando vengono istituite, destano sempre una certa apprensione sull'opinione pubblica, in particolar

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Le alleanze militari con chiari scopi aggressivi, quando vengono istituite, destano sempre una certa apprensione sull'opinione pubblica, in particolare su quella dei paesi contro cui sono dirette. Bisogna però dire che non tutte sono proprio delle riedizioni del "Patto d'Acciaio" (firmato da Italia e Germania nel 1939) e del successivo "Patto Tripartito" (firmato da Italia, Germania e Giappone l'anno successivo), che ribadirono le già esistenti alleanze responsabili dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. 

 

Persino la stessa NATO, a guardar bene, pur essendo nata con scopo antisovietico e quindi "anticomunista", non si è mai ritrovata a combattere una sola volta, neanche per scherzo, con l'URSS o con uno dei suoi paesi "satellite", nel frattempo riunitisi nel Patto di Varsavia. Quando ha cominciato a guerreggiare, è stato solo dopo la caduta dell'URSS e del "campo socialista" in Europa Orientale, ovvero quando era venuto meno il "deterrente" che ne aveva sempre sconsigliato ed impedito l'entrata in funzione. Tant'è che l'unico paese "socialista" contro cui ha effettivamente combattuto è stato la Libia di Gheddafi nel 2011, che di certo non era "socialista in senso comunista" e men che meno "filosovietico": se anche avesse voluto esserlo, l'URSS ormai era scomparsa da trent'anni. E un discorso non molto diverso volendo potremmo farlo anche per la Serbia, su cui le bombe della NATO piovvero invece negli Anni '90. 

 

Pochi giorni fa, com'è noto, Stati Uniti, Inghilterra ed Australia hanno siglato un accordo (AUKUS) dai dichiarati scopi anticinesi, volto quindi a contenere le capacità di espansione e di proiezione di Pechino sul Pacifico e nel Sud Est Asiatico e a riaffermare l'ormai più che secolare predominio anglosassone sui mari ed in particolare nell'Oceania, iniziato con l'Impero Britannico e poi "cooptato" dagli Stati Uniti soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un predominio, oggi più che mai, messo sempre più in discussione dall'emersione di nuove concorrenti, che siano grandi o medie potenze, con un peso a seconda dei casi mondiale o anche soltanto regionale, di cui i vecchi dominatori anglosassoni faticano sempre più a reggere il ritmo.

 

Tuttavia, per "riaffermare" ovvero per "puntellare" questo sempre più discusso "predominio", Stati Uniti ed Inghilterra hanno puntato ad una soluzione che rischia soltanto di legarli a nuovi ed onerosi impegni per il futuro, oltretutto trascinando con sé il partner debole, l'Australia, in "avventurismi geopolitici" che potrebbero rivelarsi ulteriormente controproducenti. Già in questo vi sono tutte le motivazioni per ritenere che difficilmente produrrà qualcosa di concreto per il futuro, al di fuori del dare nuove occasioni d'ingrasso all'industria bellica anglo-americana e nuove opportunità di carriera per tanti militari sempre più relegati al ruolo di semplici "dipendenti statali", più motivati a guadagnarsi la busta paga a fine mese in tempo di pace che a rischiarsela favorendo situazioni di guerra.

 

Insomma, un po' come la NATO, ma più debole, più sbilenca e con ancor meno credibilità dopo i gravi rovesci militari subiti dai paesi che l'hanno sottoscritta. Più che un nuovo "Patto d'Acciaio", i cui esiti sappiamo purtroppo quanto furono certi, pare in definitiva un "patto da marinai", laddove per "patto" s'intendono "promesse": e tutti sappiamo che le "promesse da marinaio" sono proprio quelle che non vengono mantenute mai.

 

Il problema, semmai, è che questo nuovo "carrozzone internazionale" anglo-americo-australe si vedrà dotare di navi e sommergibili che trasporteranno testate nucleari; insomma, un po' come poteva essere in Italia la scalcinata compagnia di traghetti marittimi Tirrenia, o se preferiamo la nostra altrettanto scalcinata Alitalia, entrambe sempre ai tempi delle ultime e peggiori gestioni statali, quelle che le avevano mandate in fallimento fra nepotismi, tangenti e latrocini vari; con la differenza, però, di disporre di testate nucleari. E' più che altro questo, senza ovviamente dimenticare l'ingente arsenale di tipo convenzionale, a suscitare soprattutto le preoccupazioni dei più.

 

Il rischio è reso più palpabile dal fatto di voler utilizzare questo "carrozzone" soprattutto per "rifarsi una reputazione" dopo l'onta di Kabul, rincarando la dose sulla questione di Taiwan proprio di recente rinfiammata da Biden e dalla sua vice Harris, e quindi cercando la sfida diretta con Pechino non soltanto "in mare aperto", ovvero in pieno Oceano Pacifico, ma anche proprio di fronte alle coste e fra le isole cinesi, nel Mar Cinese Meridionale, altra questione pure questa che Biden non ha tardato a rispolverare subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. E il fatto che questo "carrozzone" sia frutto di un "patto da marinai", che di fronte alla prova dei fatti nessuno dei suoi contraenti avrà seriamente volontà di rispettare, e che altrettanto difficilmente riceverà l'aiuto o l'avallo di altri suoi "alleati esterni" men che meno decisi a far da rimpiazzo o da carne da cannone a questi "marinai coraggiosi", non basta comunque a tranquillizzare gli animi. Anche perché, oggettivamente, l'AUKUS anche solo per il senso politico e diplomatico che riveste, rimane pur sempre una vera e propria sfida diretta, una "dichiarazione di diretta" nemmeno troppo sottovoce alla Cina e, a ricaduta, anche ai suoi alleati.

 

Peraltro, come abbiamo accennato, l'accordo non nasce azzoppato solo per le sue strutture burocratiche ancor prima che militari, e che dalla NATO a scendere sono anche fra le motivazioni proprio della recente disfatta in Afghanistan, ma anche per la "gestione diplomatica" con cui è stato introdotto da Biden e da Johnson in primo luogo proprio ai loro stessi alleati di riferimento. La decisione dei due leader, infatti, è stata presa all'insaputa tanto della NATO quanto dell'Unione Europea, ed entrambe si sono così ritrovate letteralmente di fronte al fatto compiuto. Le ragioni perché sorgessero a quel punto quantomeno delle rimostranze dai paesi esclusi e trattati come partner di Serie B o di Serie C a questo punto erano del tutto prevedibili, e ciò pur non costituendo un precedente in assoluto non potrà che rafforzare la diffidenza e la sfiducia reciproche fra i vari paesi membri. In un momento in cui, proprio in Europa e nel Mediterraneo, certi dossier sono ancora aperti e soprattutto molto caldi, dai rapporti con la Russia a quelli con la Turchia, dalla crisi libica a quella siriana, e così via, per gli Stati Uniti e per l'Inghilterra seminarvi ulteriore zizzania potrebbe fruttare in futuro dei cattivi o quantomeno non proprio entusiasmanti raccolti.

 

In tal senso, la prima dimostrazione l'abbiamo proprio nella Francia, che con l'Australia aveva già un accordo per la fornitura di sottomarini per il pattugliamento oceanico, letteralmente andato in fumo dall'oggi al domani e senz'alcun preavviso. Parigi ha subito reagito richiamando in patria i suoi tre ambasciatori, un fatto mai avvenuto prima e che difficilmente verrà rimosso o dimenticato in tempi tanto brevi. L'ira francese, d'altro canto, non dipende solo da ragioni economiche ma anche politiche: la Francia, infatti, s'è vista svilita nel suo ruolo di "Grandeur", che soprattutto negli ultimi anni aveva cercato di rilanciare, sia pur goffamente, puntando proprio su una rinnovata intesa con gli Stati Uniti e con la NATO. In generale, tutti i paesi dell'Unione Europea e della NATO nell'area continentale si sono sentiti tratatti da alleati di second'ordine.

 

Un simile episodio non sarà un buon corroborante per i futuri rapporti fra le due sponde dell'Atlantico, ma nemmeno per quelli fra le due sponde della Manica: ci vorrà ancora molto tempo, ad esempio, per un riavvicinamento fra Londra e l'Europa continentale, che possa in un qualche modo riparare con nuove intese doganali e commerciali agli effetti della "Hard Brexit" che nessuna delle due parti avrebbe davvero voluto. Nel mentre, l'Inghilterra si troverà a gravitare sempre più maggiormente sugli Stati Uniti, in attesa di poter ripristinare un maggior interscambio economico e commerciale coi paesi del Commonwealth della Nazioni, le ex colonie inglesi con cui negli anni del rapporto con l'Unione Europea Londra i legami si erano fortemente assottigliati a vantaggio proprio di nuovi e vecchi concorrenti come Cina, Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud o Germania.

 

Con un'Australia "gigante politico ma ancora nano economico e demografico" ed un'Inghilterra a sua volta sempre più isolata ed indebolita, gli Stati Uniti a loro volta in declino ed ossessionati dal complesso di una rivincita a tutti i costi contro i loro vecchi e nuovi "nemici" non potranno dar certo vita ad un'alleanza destinata a conoscere grandi fortune. Ma, al di là del fornire occasioni di lavoro per tanti vecchi e nuovi militari, e di guadagno per il solito "apparato militar-industriale" di eisenhoweriana memoria e tra i primi responsabili proprio degli ultimi e più gravi tracolli strategici americani, costituirà anche una sicura minaccia in più per il mondo e non soltanto per la Cina.

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